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Il vero discepolo

Commento al Vangelo (Mc 10,46-52)

Chi è allora il vero discepolo? Chi è colui che è disposto a seguire questo Messia, che è pronto a salire sulla croce pur di non rinnegare il volto di Dio? Questa è la domanda che ci ha accompagnato nelle ultime settimane dell’anno liturgico, durante la seconda parte del vangelo di Marco, dopo che al capitolo 8 a Cesarea di Filippo Simone ha riconosciuto in Gesù il Messia, il Cristo; ma Gesù ha anche detto in che modo vuole essere il Cristo, e cammin facendo, in questa lunga discesa, arriva fino a Gerico.

Gesù prima ha incontrato il giovane ricco che tutti diciamo: “Caspita se non è lui il vero discepolo, chi allora?”. Ma non è lui perché è troppo attaccato, perché tiene in mano la sua vita spirituale, perché sa di essere in gamba e Gesù pur avendolo amato, pur avendolo guardato con uno sguardo esigente, liberante, non è riuscito a sbloccarlo.

Poi domenica scorsa abbiamo incontrato i Boanerghes, i discepoli, e guardate, come ho già detto e ci tengo a sottolinearlo, io non scriverei mai un libro in cui faccio una brutta figura che invece Marco non ha paura di fare dicendo che questi due discepoli chiedono di essere importanti nel regno imminente; e Gesù risponde dicendo loro di non sapere ciò che chiedono e indica un atteggiamento da bambini.

Ed eccoci finalmente a incontrare e conoscere il vero discepolo: è Bartimeo. Gerico è la prima città che lo scampato nascente popolo di Israele dopo 40 anni nel deserto ha conquistato. Li a Gerico dove mancano 27 km da Gerusalemme, tra Gesù e la sua morte.

Marco scrive: “Così entrò a Gerico”. “Così”, cioè in questo stato d’animo, quello di un Messia che si rende conto di essere ormai vicino all’ultimo baluardo nella Gerusalemme che uccide i profeti e sa di avere accanto a sé persone che, pur essendo rimaste con lui per tre anni, non hanno veramente capito qual è la posta in gioco.

Uscendo di lì Gesù incontra un gruppo di mendicanti. L’idea della malattia al tempo di Gesù, nonostante il conosciuto testo di Giobbe, nonostante una riflessione teologica approfondita, era un po’ semplificata: se sei ammalato è perché Dio ti punisce e perché l’hai combinata grossa. Bartimeo è cieco, cieco dalla nascita ed interessante perché Marco in un quadro brevissimo riesce a descrivere la scena: c’è la folla al centro e Bartimeo ai lati; la folla parla e si agita e lui è seduto, immobile, zitto; questi vedono e lui non vede dato la posizione in cui si mettevano i mendicanti cioè alla porta, perché i pellegrini che stavano salendo a Gerusalemme anche se in fondo disprezzavano o perlomeno pensavano male dei mendicanti, potevano gettare qualche spicciolo nel mantello piegato sulle loro ginocchia incrociate.

Dunque Bartimeo è l’immagine dell’umanità e l’immagine di quello che sono io, che sei tu, cieco, mendicante, perché non vediamo veramente la luce delle cose e perché passiamo l’intera nostra vita a cercare qualcuno che ci ami, che ci dia attenzione, che ci valorizzi, e per fare questo siamo disposti a tutto, a volte anche a compromessi, a volte anche a lasciarci andare.

Il cieco sente Gesù che passa e grida, grida per far sentire la sua voce, grida per farsi ascoltare, per far ascoltare la sua parola perché la parola con la “p” maiuscola lo ascolti: “Gesù figlio di Davide abbi pietà di me!”. Non chiede guarigione, chiede compassione, non chiede un miracolo, chiede di essere visto. Ma la folla lo zittisce così come sempre; a Gerico nel Vangelo di Luca la folla dirà al capo di pubblicani, Zaccheo, di stare dietro, la folla si metterà come un muro tra Gesù e Zaccheo che dovrà salire sull’albero per vederlo.

Che bello sarebbe se la chiesa fosse un albero e non un muro. Anche qui la folla dice a Bartimeo di stare zitto, di non illudersi, che Dio non esiste, grida a quell’uomo di stare zitto perché con la sua vita sfortunata, con tutti i suoi peccati lasci in pace il maestro. E qui Bartimeo fa l’unica cosa che si può fare quando tutti ci dicono di tacere: grida più forte, grida più forte e questo grido impressiona.

Questo grido dell’uomo che non vede, questo grido dell’uomo che mendica, è la richiesta che ci portiamo dentro e che indirizziamo a Dio. Gesù ferma la folla, e quella folla che fino a un istante prima aveva detto a Bartimeo di tacere, ora lo manda a chiamare. Sì, amici la folla può cambiare così come succede nel Vangelo di Luca, quando la folla che aveva gridato crocifiggilo, vedendo Gesù morire in quel modo, se ne tornò percuotendosi il petto. La folla è capace di cambiare, le moltitudini che seguono sempre l’incantatore di turno, il pifferaio magico, sono in grado di cambiare e nel nostro testo vanno, vanno da Bartimeo.

Questo è il messaggio che dovrebbe essere il cuore dell’annuncio evangelico: “Coraggio, alzati, ti chiama!”. Coraggio; la prima cosa che noi dobbiamo fare con le persone è far loro coraggio, non dire “te la sei andata a cercare”, non pensare “in fondo se è così cavoli suoi”, ma dire “alzati” cioè “hai una dignità”. La misericordia cristiana, la compassione, non è lasciare l’altro nella sua situazione di povertà, di miseria, di peccato, ma invitarlo a prendere in mano la propria vita perché il Signore lo chiama. Tutti abbiamo percepito come Bartimeo il passaggio del Signore, tutti abbiamo urlato e qualcuno ci è venuto a dire “sì fatti coraggio”, “hai sentito bene”, “alzati”, “cambia”. Bartimeo schizza in piedi, butta via il mantello con quei pochi spiccioli che la gente aveva messo (altro che il giovane ricco) e corre da Gesù che gli dice: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”.

Ricordate domenica scorsa vi avevo detto di tenerla a mente questa frase. I discepoli avevano chiesto gloria, Bartimeo chiede occhi di luce e Gesù constata che la sua fede gli ha dato la luce perché la fede fa vedere.

Marco conclude questo brano con Bartimeo che prese a seguirlo lungo la via. Sapete che l’espressione “coloro che seguono la via” era la prima indicazione con cui si definivano i seguaci del Nazareno; una volta che lui era risorto, coloro che seguono la via, cioè che erano in grado di seguire e di salire con Gesù a Gerusalemme, erano tutti i discepoli.

Che meraviglia questo brano! Davvero ci scuote, noi che siamo ciechi, mendicanti, noi che abbiamo visto la luce perché il Signore ci ha chiamato attraverso uomini e donne peccatori come noi, anche se ciechi guariti, anche se mendicanti che hanno buttato quel poco che pensavano essere prezioso, per accogliere la propria vita.

Ecco finalmente il vero discepolo: Bartimeo. Allora alla luce di questa parola possiamo davvero chiederci se a volte non facciamo finta di vederci benissimo, se a volte siamo attaccati a quel poco che abbiamo come il giovane ricco, o quando il Signore ci chiede cosa vuoi che io faccia per te cerchiamo la gloria; anche noi siamo chiamati a metterci per strada perché, anche se sono tanti anni che ascoltiamo la parola, che la meditiamo, che la condividiamo, siamo sempre soltanto dei viandanti dietro un Messia che è disposto a morire pur di non rinnegare il volto del Padre; siamo viandanti di un Messia che chiede ai suoi discepoli di entrare nella stessa logica che è quella del dono di sé, che non dobbiamo avere paura di essere come Bartimeo che anzitutto riconosce il suo limite, che anzitutto riconosce di non avere in sé la risposta, che riconosce di essere un mendicante che cerca affetto, ma che è capace di urlare la propria fatica, la propria disperazione, che è capace di essere onesto; alla luce di questa parola siamo come la folla, invitati, noi che finalmente abbiamo visto la luce della parola, a dire a tutti gli uomini e le donne che incontriamo sulla nostra strada: “Coraggio, alzati, ti chiama!”.

Con questa speranza, con questa gioia profonda vi auguro una splendida domenica!

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