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Tante volte abbiamo bisogno di una parola dall’alto che ridimensioni l’aggressività, il desiderio di primeggiare, la superbia di sentirsi migliori e più forti degli altri

“Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie: invocando il tuo nome, raccontiamo le tue meraviglie” (v. 2). Il salmo 75 è un salmo di ringraziamento comunitario costruito con un’alternanza fra la voce del popolo e quella dell’Oracolo del Signore e ciò per cui chi prega rende lode al Signore è il suo giudizio: “Sì, nel tempo da me stabilito io giudicherò con rettitudine” (v. 3). C’è un tempo propizio, un kairos, che a noi ancora non è dato conoscere, nel quale Dio porterà la sua giustizia e in cui gli ultimi saranno i primi. “Dico a chi si vanta: Non vantatevi! e ai malvagi: Non alzate la fronte!” (v. 5). Sentiamo subito in questo verso un’eco di cui tutta la Bibbia è costellata: dal Cantico di Anna, la madre di Samuele, in cui si dice “Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire.

Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta” (1Sam 2, 6-7), fino al Magnificat di Maria: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 52-53). Tutta la terra da sempre aspetta questa inversione delle parti, questa “redenzione rivoluzionaria” ed è per questo che ancora il salmo prosegue nel suo invito all’umiltà: “Non alzate la fronte contro il cielo, non parlate con aria insolente […] perché Dio è giudice: è lui che abbatte l’uno ed esalta l’altro” (vv 6;8). Tralasciando di commentare il prosieguo del componimento che fa riferimento ad immagini difficili da attualizzare, già quanto fin qui scritto permette di prendere spunto per commentare le tante volte, in cui gli uomini e le donne di ogni tempo hanno bisogno di una parola dall’alto che ridimensioni la loro aggressività, il desiderio di primeggiare, la superbia di sentirsi migliori e più forti degli altri.

Ciò avviene fra le nazioni e fra i popoli, ma noi sappiamo che questo frutto amaro del peccato originale si genera anche all’interno delle nostre famiglie. Quanti insuperabili litigi all’apertura di un testamento o per un’eredità da suddividere? Ma anche quando non sono il denaro o il potere a inquinare gli animi, quanto dolore può scaturire da rapporti di sopraffazione fra i coniugi, o quante sofferenze possono vivere figli che ritengono di essere meno amati di altri fratelli dai genitori? Tutti, in un modo o nell’altro, potremmo gridare a Dio di aver subito un qualche torto o di non aver ricevuto la giusta ricompensa per un nostro comportamento. Ecco allora che recitare questo salmo insieme, anche fra membri famigliari di generazioni diverse, può essere come un balsamo che sana le ferite.

Se in famiglia i grandi dimostrano ai piccoli di sentirsi i primi mendicanti dell’amore del Padre, apprendisti della sequela e non giusti già arrivati, che non hanno più bisogno di alcuna correzione, questo è già un presupposto fondamentale per evitare un’educazione moralistica in cui insindacabilmente chi ha autorità condanna senza scampo i più piccoli, violando – talvolta anche senza piena consapevolezza – lo spazio di libertà che appartiene ad ogni figlio di Dio. Gesù stesso ci ha detto di essere venuto per i malati e non per i sani, quello che ci chiede non è di essere perfetti, quanto piuttosto di riconoscere la nostra debolezza, di avere bisogno del Suo giudizio, che è un giudizio di misericordia che si compirà pienamente nell’ultimo giorno, ma che già adesso può essere compreso quanto più ci assimiliamo alla Parola che è Lui stesso e che di per sé indica la via, la verità e la vita piena.

Fonte: Giovanni M. Capetta – Sir

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