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10 passi per entrare con Gesù nella casa di Betania

Il decalogo del cammino

1. Entrò in un villaggio

“Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. (Lc 10,38-42)

L’icona biblica di Marta e Maria ci accompagnerà in questo anno pastorale dedicato ai cantieri di Betania. Ci aiuterà a trovare l’atteggiamento spirituale con il quale viverlo. Può capitarci, proprio come a Marta, di sentirci stanchi, incompresi, amareggiati e così in diritto di prendercela anche con Gesù, accusato di averci lasciati soli. In realtà siamo noi che non stiamo con Lui!

Certo, ci affanniamo, facciamo anche molte cose per il Signore, ma come un dovere, senza capire più il perché le facciamo, credendo di difenderlo mentre Lui ci chiede un’altra cosa. Siamo un po’ come Marta che non si sente capita da Gesù e da sua sorella. Ed ecco allora che ce la prendiamo con gli altri.

2. Ascoltare Gesù

Eppure, anche Marta muta atteggiamento quando ascolta Gesù e comprende qual è “la parte migliore che non le sarà tolta”. Questo richiede tempo, silenzio interiore, preghiera, un cuore libero dagli affanni e dalla banale concentrazione su di sé. Farlo aiuterà lei e tutti noi malati di “martalismo” a ritrovare il senso del servizio, la gioia di avere una sorella con cui ascoltare e con la quale lavorare assieme, che non l’ha lasciata sola perché sta con Gesù. Infatti, Maria ascolta, mettendosi ai suoi piedi. Non fa apparentemente niente. Qualche volta pensiamo che ascoltare sia una perdita di tempo e facciamo molta fatica a fare silenzio. In questo II anno di cammino sinodale facciamo un santo proposito: scegliamo “la parte migliore che non ci sarà tolta” e che è stare con Gesù, fare spazio a Lui, confrontarci con i suoi sentimenti. È solo mettendo Lui al centro e le sue parole che sapremo camminare assieme, perché cercare Lui ci fa ascoltare il nostro prossimo, sentirlo vicino.

Oggi allora, mettiamoci ai piedi di Gesù sia da soli sia insieme (i gruppi di ascolto e condivisione formano e rigenerano il nostro sentirci famiglia di Dio) per imparare a riconoscerlo e servirlo nei fratelli.

Ascoltare Gesù nel fratello ci fa sentire capiti e amati, ci fa capire chi siamo e per chi siamo, ci mette nell’amore. Per questo la Chiesa non sarà mai un consultorio, perché troviamo noi stessi mettendoci di fronte a Gesù che è più intimo a noi di noi stessi.

3. Un cammino ecclesiale di comunione

Abbiamo iniziato da poco il secondo anno del cammino sinodale in comunione con tutta la Chiesa e in particolare con quella italiana. Per camminare insieme dobbiamo stare insieme a Gesù, rispondere alla sua chiamata ad esercitare il servizio che affida ad ognuno di noi per vivere il Vangelo e testimoniarlo al prossimo. Se siamo in comunione con Cristo aiuteremo la comunione che ci unisce, che garantisce il camminare insieme più di qualsiasi modalità pratica, pur necessaria, che dovremo individuare. Nella comunione nessuno è spettatore o inutile; nessuno parla sopra gli altri o contro. Per questo la Chiesa non sarà mai una democrazia, perché è molto di più: è una famiglia. Possiamo avere – anzi le abbiamo e sono una ricchezza – sensibilità diverse, ma dobbiamo renderle complementari. Il cristiano non è un’isola che fa girare il mondo intorno a sé, ma è elemento di una comunione che coinvolge tutta la sua vita e accoglie tutta la vita del prossimo e la fa sua.

4. Camminare insieme ai compagni di strada

L’atteggiamento lodato da Gesù in Maria è un ascolto pienamente attivo che coinvolge tutte le parti del suo corpo. Per ascoltare dobbiamo incontrare e incontrarci. In questi mesi cercheremo di farlo con tanti e oggi innanzitutto tra di noi, seguendo il metodo che già conosciamo dagli scorsi anni (in assemblea e nei gruppi di poche persone, con un facilitatore, parlando uno ad uno, senza discutere, con spazi di silenzio, annotando le cose importanti dette…) che ha già offerto tanti frutti in chi lo ha applicato.

Il servizio dei facilitatori/moderatori è davvero importante per vincere la casualità e l’improvvisazione. Certo: non avviamo delle “terapie di gruppo” ma ci mettiamo in ascolto. Non vogliamo camminare in ordine sparso e quindi dispersi. Dobbiamo camminare insieme per non indebolire questa nostra madre-Chiesa già sottoposta a tante sfide e incomprensioni, per non fare crescere tra noi semi di divisione che non sono mai innocui (come l’amarezza rivendicativa di Marta verso Maria).

Senza la comunità l’uomo si perde, perché siamo fatti per vivere insieme.

Dobbiamo cercare anche i tanti modi per coinvolgere quanti sono sulla nostra stessa strada: ad esempio i poveri, i giovani, i colleghi, i non praticanti, i genitori del catechismo o quelli dei compagni dei nostri figli, ecc.

5. Chiesa dalle porte aperte

Papa Francesco da anni ci chiede di essere una Chiesa in uscita (EG 47).

Vuol dire anzitutto essere accoglienti. “La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Così che, se qualcuno vuole seguire una mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa”, che poi diventa essere “rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (EG 49).

E poi prosegue: “Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono sen­za la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare credo che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasfor­mano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una mol­titudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)” (EG 49).

6. Uscire per entrare nella vita

Usciamo perché seguiamo Gesù che cammina, entra nelle case, come quella di Marta e Maria e Lazzaro, le visita, si ferma a mangiare, le rende sua casa con la sua presenza. Da quanto tempo non usciamo per entrare con Gesù nelle case e nei cuori delle persone? Il maestro ci sprona a non aver paura di sporcarci, a saper perdere tempo per gli altri. Lui non resta lontano, ma si fa prossimo attraverso di noi. Le relazioni che Gesù crea non badano alla pagliuzza, ma alla persona. Non teme che una peccatrice si avvicini a Lui e la circondi davanti a tutti di affetto e di aperta richiesta di misericordia. Non giudica perché è venuto a salvare, non a condannare. Per i farisei di ogni tempo questo è ambiguo, tanto che lo accusano di tradire la legge, di non essere chiaro. Gesù visita tutti e senza condizioni previe, non solo le case di quelli che lo conoscono già, che sono stati vagliati e messi alla prova, le cui intenzioni sono rassicuranti. Non mette così in discussione la verità ma è la verità, la via, la vita, proprio perché si avvicina e ama. Non asseconda il peccato con la sua misericordia, ma libera dalla condanna. Gesù cambia la vita di chi lo accoglie, come Zaccheo, che vede entrare la salvezza nella sua casa. E noi vogliamo seguire Gesù e raccogliere il suo invito a lavorare nella grande messe del mondo ischitano!

7. Non temete, io ho vinto il mondo!

Il mondo non è più lo stesso e davvero in pochi anni sono venute meno tante sicurezze. Possiamo cercare la responsabilità, accusare, rimpiangere, chiuderci pensando così di custodire il Vangelo. Ma Gesù ci insegna che solo perdendo che si conserva la vita, che uscendo da sé che troviamo noi stessi. Gesù continua a non avere paura di mandarci fino ai confini della terra così come siamo, non nascosti da belle tuniche o indaffarati, ma solo con la sua parola e pieni della sua forza che ci accompagna e ci protegge. E basta.

Ecco la sfida: non lamentarsi per quello che viene a mancare, non metterci al centro parlando di noi, ma mettere al centro Gesù, ascoltare Lui e incontrare i tanti che lo cercano forse senza saperlo. Costruiamo la Chiesa, senza senso di sconfitta ma anche senza arroganza, vicina a tutti perché guarda con simpatia ogni persona.

8. Amare la Chiesa, questa nostra Chiesa locale!

Amiamo e costruiamo oggi più che mai la Chiesa, edificando delle comunità con le pietre vive che dobbiamo avere il coraggio di essere ognuno di noi. Siamo la famiglia di Dio. Sentiamoci a casa, ma non come padroni, tutti figli di questa nostra madre.

Rendiamo le nostre comunità casa per chi non la ha, per i poveri e per i tanti che cercano senso, futuro, conforto. Viviamo tra di noi e verso tutti da familiari e non da estranei: preti e diaconi, ministri istituiti e non, laici tutti, abbiamo nei diversi ministeri la responsabilità che viene dal battesimo.

Non possiamo abbandonarci al fatalismo, che fa pensare che non si possa fare nulla o credendo che i problemi riguardino sempre gli altri ma non tocchi a noi affrontarli, siano sempre rimandabili e non richiedano decisioni oggi. Confrontiamoci con la realtà, perché è in un mondo come questo che Gesù ci chiede di essere cristiani. Ed è bello esserlo in un tempo così!

9. Il ruolo decisivo dei decanati

Parliamo ormai da anni di decanati più attivi e collaborativi, di parrocchie contigue che si colleghino e aiutino fra loro, di ambiti per camminare assieme, di ministeri per un edificio ordinato, di Chiesa famiglia di Dio nella quale tutti siamo coinvolti. Questo impegno deve continuare a concretizzarsi, a cercare le modalità più efficaci, perché dia i suoi frutti approfittando proprio del tempo sinodale che stiamo vivendo.

La Chiesa non vive per sé stessa e la costruiamo con più passione se consapevoli della sua importanza, seguendo Gesù che “raggiunge tutte le città e i villaggi”. Altrimenti restiamo a guardia di un museo, sempre più irrilevante, che custodiamo con la paura di sporcarlo, mentre è una casa piena di vita, che non ha paura di questa, anzi la accoglie tutta perché tutta è amata da Dio.

Abbiamo ancora oggi tanto da imparare dalla storia, per non diventare, come diceva San Giovanni XXIII, “profeti di sventura” e per riconoscere i “misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa”.

10. Conclusione

Camminare insieme richiede a ognuno di noi una conversione personale: quella alla comunione. Quanti atteggiamenti abbiamo che umiliano la comunione, la riducono a “politica ecclesiastica” o a scontro di idee o di ruoli. Basta poco per limitarla, anzi offenderla, continuando con un individualismo obsoleto.

La comunione è aiutare a superare il proprio punto di vista per assumere quello di Gesù che chiede il meglio per tutti. La comunione soffre con il paternalismo, con chi impone le proprie convinzioni o sensibilità, con chi ne fa un fatto privato!

Sappiamo che non è facile né scontato camminare insieme. Possiamo essere e saremo un “cuore solo e un’anima sola”, che ci aiuta a rendere possibili nuove risposte, a cercarle insieme per camminare uniti.

Voglia il Signore benedire e accompagnare il cammino personale e delle nostre comunità e di tutta la nostra Chiesa di Ischia, sicuri che il suo Santo Spirito ci guiderà e ci farà parlare la lingua del cuore, quella usata da Gesù con Marta e Maria.

Buon cammino a tutti. Amen.

don Pasquale Trani

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