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acqua

Acqua: Oro blu

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta

Definizioni antitetiche, lontanissime quella attuale dell’acqua come oro blu e quella fornita dal piccolo-grande santo: Francesco d’Assisi.

A ben guardare ne ha dato oltre 800 anni fa una spiegazione magistrale nel “Cantico delle creature” con tre soli aggettivi: umile, preziosa e casta. A partire dall’umiltà di questa risorsa essenziale, che nasce appunto dalla terra, (umile è proprio da humus, suolo, terra), umile perché scende sempre verso il basso. Più umile di così!

Preziosa: perché feconda la terra e senza la sua presenza indispensabile non ci sarebbe vita su questo pianeta né per il mondo vegetale, né per quello animale e nemmeno per i minerali, che grazie all’acqua si trasformano, e vivono non biologicamente, ma mutando nel corso dei secoli. E di questa preziosità ci accorgiamo solo quando manca, durante i periodi di siccità, e soprattutto oggi che scarseggia anche a causa di un clima impazzito.

Infine l’acqua è casta, perché trasparente, limpida, pura. Riuscireste a bere un bicchiere di acqua torbida? La castità, inoltre rimanda ad un altro concetto, che è quello della trasparenza in ogni rapporto, e che esclude ogni finzione e falsità, ogni nascondimento, ogni intorbidamento.

Per l’acqua sale a Dio la lode dell’uomo, perché senza acqua è possibile solo la terra desolata, il deserto, mentre dove essa giunge scaturisce la vita. Per questo essa è destinata a tutti, non può sottostare alla logica del possesso! E oggi?

Ne abbiamo fatto scempio ignorando ogni avvertimento e buona pratica, dimenticando che l’acqua è vita, e come risorsa naturale, non è inesauribile. Nelle società ricche ed opulente, spesso, è difficile comunicarlo con efficacia, nonostante le cronache ci parlino di cambiamenti climatici, di diminuzione delle piogge, di rischi siccità, di laghi che scompaiono, di milioni di persone nel mondo prive di acqua potabile. Ma forse lo può fare con delicatezza e garbo una poesia di Emily Dickinson, che recita così: L’acqua è insegnata dalla sete./La terra, dagli oceani traversati./La gioia, dal dolore./La pace, dai racconti di battaglia./L’amore da un’impronta di memoria./Gli uccelli, dalla neve. (“L’acqua la insegna la sete”, da raccolta di versi “Silenzi”1859).

Quante volte ci è capitato di comprendere il valore di persone o di cose, quando non le avevamo più al nostro fianco a portata di mano? E’ quello che ci sta accadendo oggi con questa risorsa indispensabile. In metafora potremmo dire che la sete è il desiderio inappagato di qualcosa, e ci insegna l’importanza di quello che ci manca, che magari davamo per scontato.

Riveduti oggi, questi versi raccontano un po’ ciò che è accaduto durante questo tempo di pandemia, quando azioni comuni come passeggiare per strada o abbracciare un proprio amico ci sono state negate. E se un giorno ci fosse negata proprio l’acqua? Impossibile? Per come va oggi il mondo, non direi proprio. Ormai siamo agli “sgoccioli”, nel vero senso della parola. Nelle società di mercato la domanda crescente di un bene ne determina l’aumento del prezzo. Viviamo in un modo dominato dalla globalizzazione che, se da un lato potrebbe sembrare un vantaggio, è in realtà una trappola a tempo. Immaginate che l’acqua venga monopolizzata da una serie di multinazionali che hanno un potere smisurato; è un rischio concreto perché i governi preferiscono favorire la privatizzazione. Ma che cosa accadrebbe al cittadino? Niente di buono. I nuovi gestori dell’acqua potrebbero chiudere e aprire i rubinetti a loro piacimento, imporre i prezzi che vogliono ed escludere di fatto dalla fruizione del servizio le fasce più deboli di popolazione. Per non parlare dei paesi che già combattono quotidianamente per l’accesso alla risorsa fonte della vita. Un quadro apocalittico, ma non impossibile. Mi auguro che non si arrivi al punto di imparare dalla sete il valore dell’acqua, e che tutti gli uomini ne abbiano a sufficienza.

L’acqua diventa, quindi, anche un elemento di discriminazione tra paesi ricchi e paesi poveri: per esempio, nell’Africa nera ne sono disponibili appena dieci litri a testa al giorno, ma la disponibilità idrica indicata dalle Nazioni Unite è di quaranta litri. In Italia, tanto per fare chiarezza, il consumo medio di acqua per persona è di duecentocinquanta litri al giorno, uno dei più alti del mondo. Diamoci una calmata.

E intanto per l’acqua ci si comincia a scontrare e la sua scarsità fa lentamente riaffiorare – se non si prenderanno seri provvedimenti –quell’istinto dell’homo homini lupus che la civiltà, almeno in parte, ci aveva abituato a considerare un residuo del passato più arcaico. Non è un caso se si parla di “oro blu” e l’Onu teme ondate migratorie di un miliardo di persone, nei prossimi anni, a causa della scarsità idrica. Il report dell’Onu prevede inoltre che potranno scoppiare dei conflitti nelle zone in cui i corsi d’acqua iniziano in un Paese e si sviluppano in un altro: oggi sono oltre duecento le aree che devono affrontare questo tipo di difficoltà.

Bisogna riflettere seriamente su questo problema e non parlo solo dell’acqua che consumiamo quotidianamente per bere, cucinare, lavarci, irrigare. Qui c’è in gioco anche l’ acqua virtuale, cioè l’acqua che c’è, ma non si vede. E’ quella che viene utilizzata nelle fasi di produzione di un alimento o di un capo di abbigliamento.

Qualche esempio pratico per capire: una porzione di carne da trecento grammi ha bisogno di oltre quattromilacinquecento litri d’acqua per diventare “bistecca” sulla nostra tavola; una braciola di maiale, sempre da trecento grammi, millequattrocento litri; mezzo chilo di pasta settecento ottanta litri. Non solo cibo: una maglietta duemilasettecento litri e un paio di jeans ottomila litri.

Quindi nel bilancio idrico delle nostre giornate rientra inevitabilmente anche questo consumo spaventoso. È perciò importante avviare un percorso di consapevolezza e responsabilità personale per saperne di più e per poterci orientare nelle nostre scelte, informandoci innanzitutto, e adottando uno stile di vita sostenibile, rispettoso dell’ambiente e delle risorse disponibili. Il serafico San Francesco aveva già capito tutto. Viveva dell’essenziale, altro che spreco! Mi piace chiudere con le parole di un altro Francesco, il nostro papa che nell’omelia della messa di inizio del suo ministero (19 marzo 2013) ha detto: «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato. […] È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo”.

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