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Quei due là

“non è niente
e tutto sta in quel niente
e tutto sembra come sempre
non è niente
e intanto i due lì accanto
sono al conto

ma che cosa è mai
è il bagliore di alcuni attimi
è l’errore di mille secoli
e per sempre è l’amore
amore e muore prima o poi
con lo svendersi il cuore e l’anima
con lo spendersi ogni lacrima
e rendersi conto che siamo noi
quei due.”

(Claudio Baglioni – Quei due)

Fare il punto della situazione non è mai facile, pensare ad una sorta di bilancio di un percorso che dura ormai da un quarto di secolo, ancora meno. Sembra che le veglie servano anche a questo, confrontarsi prima ancora che con gli altri, con sé stessi.

Nel cammino della vita ci si ritrova spesso a fare dei conti tra quanto abbiamo investito e quanto abbiamo raccolto, tra quanto abbiamo smarrito e quanto ritrovato e, nella migliore delle ipotesi, i conti non tornano quasi mai, a seguire le logiche umane. E come sempre accade, la risposta esatta non è mai la prima, spesso è l’ultima e, quando arriva, la domanda ha già perso di urgenza e di consistenza. Nella peggiore delle ipotesi, invece, accade che tutto è messo in discussione e si riparte da zero. Che poi, così male, come sembra, non lo è mai.

Nella veglia predisposta per i 25 anni di sacerdozio di don Pasquale e don Carlo, sono stati offerti sull’altare molti piccoli frammenti di vita di tutti i partecipanti, sacerdoti e non, credenti e non, credibili e non. Ciascuno con la propria parte di esperienza, ciascuno con le proprie fragilità messe a nudo, ciascuno a modo suo, come poteva e sentiva.

“ma che cosa è mai
è splendore per pochi angeli
è dolore per tanti diavoli
e per gli uomini è amore”

Perché alla fine della veglia, della festa, della messa o di qualunque altra manifestazione che voglia celebrare un qualunque momento di questa strana, pazza vita, quel che resta sui punti di domanda che la mente propone e la razionalità impone, quel che resta sulle convinzioni, sugli assunti, sul dolore, sulle brutture, sulle recriminazioni, sui giudizi è realmente e solamente l’amore, quello allo stato brado, senza educazione, né istruzione di sorta, senza etichetta o credo religioso. Quello non addomesticabile. Quello che dissolve le ombre e spazza via la polvere e che in un fugace attimo, tra veglia e stato di allerta, compie il miracolo della rarefazione fino alla evaporazione delle certezze acquisite sin qui.

L’invito silente è sempre lo stesso e vale per tutti: stare svegli, con sensi, mente e possibilmente cuore, tutti attivi. Prima le testimonianze del popolo, che hanno incrociato il cammino di quei due là, poi loro. Ciascuno con il proprio bagaglio di autentica intensità, che non è mai la stessa a raccontarla in un altro momento e davanti ad un’altra platea, ma non per questo perde di carica emotiva e anzi, ne acquista a seconda delle luci, dei silenzi, della dimensione in cui si sta mentre si assiste ad uno dei tanti momenti di condivisione, come sempre MAI uguali.

E loro lì, a cedersi il turno per chi inizia prima e a raccontarsi di quanto l’altro sia stato importante per la propria crescita e di quanto gli altri abbiano sostenuto, anche ostacolandolo, il loro cammino. E di quanto l’Altro abbia seguito a curato il loro percorso, che a sentir loro non è mai iniziato e non avrà mai fine, semplicemente perché il Seme è in coltura da sempre e così rimarrà malgrado il tempo, le avverse condizioni climatiche, il cambiamento del terreno e i vari sistemi di irrigazione. Seme che quando muore, come dicono spesso, è allora che rinasce a nuova vita.

Li abbiamo visti e li vedremo ancora scherzare, fare battute argute e sagaci per riprendere l’attenzione la cui curva spesso precipita nei meandri della distrazione, e subito defilarsi.

Li abbiamo visti e li vedremo ancora infervorarsi nel tentativo di trasmettere qualche scintilla di quel sacro fuoco, sprazzi di verità più che miraggi, in un deserto di polvere e pattume. Li abbiamo uditi scuotere e risvegliare di soprassalto dal coma indotto dall’abitudine e dall’apatia degli schemi preconfezionati di una logica ecclesiale sopraffina gli animi dei dormienti o dei falsi partecipanti all’assemblea, anche loro contagiati da una routine che solca gravosa le strade della quotidianità. Li abbiamo ascoltati e li ascolteremo ancora mentre inchiodano alla riflessione con le loro metafore, aneddoti, battute, provocazioni che nella peggiore delle ipotesi creano composto dissenso e facce di circostanza, nella migliore riaccendono il monitor di un elettroencefalogramma piatto che riprende flebile il beep della rimessa in vita cerebrale, curiosità sopita e ridestata, alla ricerca dell’altro. Altro da me, da te, da noi, oltre. In altra dimensione, possibilità, prospettiva, oltre.

Se penso alla “Veglia” di Ungaretti, di tutta l’intensa prosa associo alla veglia per il 25esimo dei due sacerdoti l’espressione finale “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Come ogni capolavoro consegnato alla storia della letteratura anche in questo possiamo attingere l’insegnamento che ne deriva.

Traslandone il contenuto, da quanto hanno condiviso durante la veglia organizzata per loro, anche i nostri sacerdoti, don Pasquale e don Carlo, hanno (più spesso di quanto si sappia) vegliato accanto alla morte, quale che sia la declinazione. Morte di un fratello, di un compagno, di un concetto, morte dell’anima, di un percorso, di una fase. Morte a cui consegue la naturale resurrezione, morte in quanto fine di una determinata fase. Con successivo inizio.

Nel breve componimento, il tema è la guerra che Ungaretti visse da molto vicino. Anche oggi tuttavia ci si ritrova a vivere guerre mai dichiarate e a combattere battaglie già iniziate senza che nessuno abbia dato il “via”.

Ungaretti vive e veglia sulla morte del suo compagno “la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio” e noi possiamo solo immaginare i nostri due sacerdoti e, nei loro, di silenzi, spesso giudicati come espressione di superbia o di ostile e recalcitrante presa di posizione, le congestioni che vi albergano.

Quello che non sapremo mai è quante sono state e saranno le immagini di “bocca digrignata volta al plenilunio”, mentre assistono, impotenti, al compimento di Altra volontà, mentre affiancano una vita che in corso d’opera sgretola ricordi e persone.

Allo stesso modo, possiamo immaginarli, mentre percorrono i loro 25 anni di strade spesso impolverate di arida siccità, inumidite appena di sudore e qualche volta sangue, o solcando mari in tempesta, lontani da porti o coste, qualche volta anche senza vedere il faro che ne indica la direzione, fermarsi, alzare gli occhi al cielo e prendere nota per scrivere o riscrivere “lettere piene di amore”.

Ricordando che nei terreni più impervi il grappolo d’uva produce vino più pregiato e che il pescato del mare aperto ha un sapore migliore di quello di allevamento, i nostri due amici fanno delle due veglie dedicate a loro, (una a Fiaiano ed una a Ischia Ponte) un’occasione, l’ennesima, per catechizzare. 

“Questa è un’altra gente che sta in cerca dappertutto, e quando non si crede più in niente, finisce che si crede a tutto. È una veglia delle sere in cui si prova una partenza”.

(Di là dal ponte – C. Baglioni)

Ed ecco la fine del primo quarto di secolo del loro sacerdozio, con bilanci e conti che a volte tornano, a volte no. Da qui i ricordi e come tutto ebbe inizio, da qui la ripartenza, come fosse un nuovo inizio per riprovare a rimettere in gioco poche, granitiche certezze di cui i due sono portatori, con metodiche e bagaglio di esperienze diverse. Con un unico comune intento.

Quei due là mettono in campo tutto quello che hanno, ricordi, esperienze, episodi, brutture ed anche suggestioni di improvvide o provvidenziali, a seconda del momento, chiamate alla vocazione. Durante la condivisione hanno dato la sensazione che spesso anche loro non sanno con certezza cosa c’è nel loro cilindro. Ancora più spesso non sanno nemmeno di averlo un cilindro. E in questo si manifesta il “Forza e coraggio” di uno ed il “solo tu puoi farcela ma non puoi farcela da solo” dell’altro.

Dopo 25 anni hanno qualche capello in meno, qualche certezza all’attivo e una manciata di fallimenti da cui trarre esperienza. A fine serata le rughe che solcano i loro volti non sono mai quelle del tempo che passa inesorabile ma sempre quelle di “di quando è un po’ tardi, la linea di fuga di tutti gli sguardi”. Non deve essere stato facile raccontarsi, raccontare, riascoltarsi e non sarà facile, dopo questo punto fermo, come se si suggellasse un punto di ripristino di un sistema operativo in costante aggiornamento, inventarsi nuove strade, nuove forme, nuovi stimoli. Quei due là, tuttavia, non si lasceranno sorprendere dal déjà-vu e non cadranno nella rete del preconfezionato. Ci piace immaginarli tra 25 anni quando si ritroveranno a raccontarsi di come tutto sia cambiato e di come tanto sia rimasto sempre uguale, immutabile ed immutato nel tempo, quale che sia ed in qualunque modo lo vivranno. “Solo per oggi”, per sempre.

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