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quarto di luna

Il primo quarto

Saranno stati scogli di carbone dolce
Dentro il ferro liquefatto
Di una luna che squagliò un suo quarto
Come un brivido mulatto
O un bianco volar via di cuori pescatori
Acqua secca di un bel cielo astratto
Chissà se c’erano satelliti o comete
In un’alba senza rughe
Larghe nuvole di muffa e olio
Appaiate come acciughe
O una vertigine di spiccioli di pesci
Nella luce nera di lattughe
E io
Dal mare venni e amare mi stremò
Perché infiammare il mare non si può

Io dal Mare – Claudio Baglioni

Così Claudio celebra il suo essere stato concepito a Ischia e chissà se quel giorno, in cui vennero ordinati i due nuovi sacerdoti, l’8 agosto 1996, c’erano davvero satelliti o comete, o strane congiunture divine, nel cielo nero di una serata ischitana che, se da un lato festeggiava le vacanze e la movida dei turisti, dall’altro celebrava l’inizio di un cammino di fede, speranza, presbiterato. Carlo Candido e Pasquale Trani erano ordinati dal Vescovo Antonio Pagano.

Quel che è certo è che l’8 agosto del 1996 la luna era calante e lasciava da poche ore il suo ultimo quarto per poi diventare nuovamente crescente e riprendere il suo ciclo.

Quest’anno, l’8 agosto 2021, esattamente alle 13:49 quella luna che non è mai la stessa sarà nuova, dunque foriera di nuove crescite, nuovi scenari, nuove prospettive, in direzione del suo primo quarto, sempre nuovo e sempre unico in ogni suo ciclo.

Il loro primo quarto cade proprio qui, in luna nuova, anche chiamata luna nera, che contrariamente alla credenza popolare nulla ha a che vedere col nero, con il buio, con le ombre e le suggestioni del caso. Semplicemente non è visibile perché il nostro splendido satellite, quello a cui guardiamo con il naso all’insù e nel quale riponiamo affanni e speranze, è illuminato dal Sole sulla parte esattamente opposta a quella che si affaccia sulla Terra, da dove noi osserviamo. Il Sole c’è e c’è sempre, anche quando non si vede.

Insomma, mentre loro venivano consacrati, la Luna preparava il suo giro lasciandosi fortificare e illuminare dal Sole. Sapeva bene che di lì a poco quei due avrebbero richiesto al Cielo di dare fondo a tutte le energie disponibili, fortunatamente rinnovabili e per questo, inesauribili.

Accadde, quattro giorni prima: sulla XXVI edizione dei giochi olimpici di Atlanta calava il sipario e per la prima volta, alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, una nazionale africana vinceva l’oro nel torneo di calcio ma, a parte il fatto che l’arbitro fosse l’italiano Pierluigi Collina, nessun altro particolare elemento degno di rilievo accadde in quel tempo. Non uno tsunami, non un referendum, non un colpo di Stato, nulla che potesse far presagire quanto si stava compiendo.

Semplicemente, due giovani, cresciuti a pane, cortile e oratorio, diventavano sacerdoti al termine, o forse all’inizio, di un cammino che naturalmente e con non pochi ostacoli, culminava in una comunione di intenti, dall’attitudine all’altro, alla propensione per il bisognoso, l’ultimo, l’abbandonato, facendo loro assumere l’onere e l’onore della consacrazione al presbiterato.

Era così legittimata la naturale indole che i due giovanotti sin da piccoli avevano manifestata, ciascuno secondo le proprie specificità. Le resistenze e gli ostacoli messi in campo – in un’epoca in cui per fortuna non c’erano ancora i social – ad opera di amici e qualche parente, oltre ai conoscenti di ottava generazione, fecero da contorno e da roveto ardente, ad una scelta che già tempo prima si era manifestata, incontrando non proprio da tutti il famoso consenso, ma, a quelli prodighi di buoni consigli (non potendo più dare il cattivo esempio come direbbe De Andrè), loro risposero con il silenzio e con i fatti.

E chi li ostacolò fece il loro gioco perché se fosse stato facile mantenersi saldi nella scelta, forse l’epilogo non sarebbe stato così agognato, sofferto e alla fine goduto.

Chissà cosa ricordano don Pasquale e don Carlo di quella serata: riguardando le foto e i video amatoriali dell’epoca, non sembra fossero granché presenti, almeno non con la mente razionale. Ebbri di gioia, che straripava finanche da sopra le casule nuove di zecca appena indossate, è lecito dubitare che abbiano oggi un qualche ricordo nitido e assolutamente inchiodato nel fermo immagine della memoria.

Due persone che su quel palco erano ad almeno 2 o 3 metri sopra il livello del mare e non perché fossero già in odore di santità ma per il sacro fuoco della felicità per il sogno coronato che li teneva sospesi a mezz’aria, tra terra e cielo, o dintorni.

Da qui si spiega la refrattarietà a rilasciare una qualunque dichiarazione o risposta ad una qualunque domanda relativa all’avvenimento.

Ciò nondimeno l’Isola d’Ischia, posto dal quale sono partiti e al quale sono approdati, è un luogo circoscritto e 25 anni, un quarto di secolo, non passano del tutto inosservati per due sacerdoti del loro calibro, spessore, intensità. Diversi tra loro, sebbene amici, ciascuno dei quali con pregi e difetti ben distribuiti negli anni, nei luoghi e nelle manifestazioni.

Non narreremo le gesta e nemmeno gli incarichi, non evidenzieremo le vittorie per non menzionarne anche i fallimenti, che per la natura stessa del sacerdozio era ovvio dovessero incontrare. Qui chiediamo il sostegno di Ron con la sua “Una città per cantare – Raccontare dei successi e dei fischi non parlarne mai”. 

Non elencheremo le mansioni ricoperte o le direzioni assunte nei vari e diversi comparti della diocesi, parleremo solo di due uomini che a diverse velocità di marcia, con diverse  vivacità e qualche intemperanza hanno coraggiosamente provato a costruire ponti laddove si iniziavano ad intravedere muri o parracine, (per dirla alla ischitana) lungo le sponde; di due, che se pur separatamente e ciascuno nel proprio territorio di competenza, hanno più volte attraversato il fiume per andare da una riva all’altra, in condizioni anche avverse e soprattutto in assenza, spesso, di persone che accompagnassero il loro viaggio.

Che tuttavia, a sentir loro, non hanno mai intrapreso da soli.  Due che amavano ed amano la compagnia ma che ad inseguire i sogni, fosse pure sotto una tempesta, spesso ci vanno da soli e senza nessuno che poi ne racconti la telecronaca.

Due che passano alla storia solo quando si sa cosa fanno e con chi e perché, dei quali si sconosce in maniera assoluta le volte in cui rischiano anche la pelle per stare dietro ad un sogno e portarlo in salvo. Nessuno conterà e scriverà delle loro lacrime e dei loro pugni chiusi, della loro sofferenza, delle loro notti buie e di quando attraversano il loro deserto interiore con tanto di tempesta di sabbia e senza oasi refrigerante; perché quella sofferenza l’hanno incontrata certamente, è scritta nelle rughe dei loro occhi quando sorridono, talmente ben inscritta nella loro storia, che quando sono felici non è subito chiaro che quella espressione non mimi un vecchio dolore sedimentato sotto la coltre di una nuova gioia.

Ci vuole coraggio, non c’è che dire, ad essere angeli in terra che camminano su sentieri di guerra. Inutile negarcelo, oggi la guerra non è solo dove ci sono le bombe, oggi si muore anche di altro e loro hanno sempre professato la loro avversione verso i sepolcri imbiancati, diventando fratelli, madri, padri, amici e, all’occorrenza, anche nemici. Armati di una fede non sempre granitica, consapevoli che prima o poi, dopo la lunga notte buia dell’anima, risorge sempre quell’alba per cui sarà valsa la pena aspettare tanto e attraversare tanti tormenti.

Un’alba che ancora oggi li sorprende, meraviglia e li rende pieni di stupore, oggi come allora, come se in quei corpi che il tempo modifica, e dalle foto è palese, in quelle rughe che le varie intensità solcano, sia rimasto ancora intatto l’animo del fanciullino capace ancora di sgranare gli occhi davanti alla meraviglia. Animo uscito quasi indenne dal rumore della quotidianità e dai silenzi interiori, indenne dai cammini lenti e pazienti su sentieri tortuosi e dai voli pindarici compiuti per raggiungere la meta.

Anime che tra molo a cui attaccare la cima ed oceano dove la riva non si intravede per parecchi giorni, si lanciano in una navigazione senza prendere in considerazione il fatto che nessuno ha insegnato loro a navigare o a nuotare in caso di nubifragio.  Senza mai perdere di vista quella bussola, che spesso non si identifica con il solo strumento che indica i punti cardinali.

Un cammino coraggioso, non c’è che dire, quando mollare, spesso, sarebbe stata la scelta più comoda, facile e meno sofferta; tra la testa e il cuore ci si chiede se vinca l’inconsapevolezza, l’azzardo, la scommessa, il rischio o semplicemente la fede.

Buono il primo quarto, auguriamo ai due sacerdoti di puntare alla luna piena.

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