C’è una reclusione che fa rumore, fatta di sbarre, chiavi che girano pesanti e corridoi di cemento. Ma ce n’è un’altra, più silenziosa e insidiosa, che si insinua nelle corsie d’ospedale, nelle stanze asettiche delle case di cura e persino tra le mura domestiche di chi assiste un proprio caro giorno e notte. Come codirettrice della pastorale sociale, in queste settimane mi sono interrogata a lungo su cosa significhi davvero trovarsi ristretti, privati della libertà o della normalità del vivere. Guardando alla realtà che ci circonda, soprattutto in questi mesi in cui il caldo si è fatto opprimente, avverto il bisogno di dare voce a un dolore che spesso rischia di rimanere invisibile agli occhi di tutti. Entrare in un istituto penitenziario in questo periodo dell’anno significa fare i conti con i limiti di un’umanità dimenticata. Il sovraffollamento cronico delle celle non è solo un dato statistico: è carne viva, è l’impossibilità di trovare un angolo d’aria, sono corpi stipati in spazi angusti.
Il caldo estivo, in ambienti privi di qualsiasi sistema di raffrescamento, diventa una pena aggiuntiva e crudele che logora i nervi e azzera la speranza. E la reclusione non abita soltanto dietro le sbarre giudiziarie, ma si specchia drammaticamente nelle case di cura, dove gli anziani trascorrono le giornate in attesa di una visita che spesso non arriva, e nei reparti ospedalieri, dove i ricoverati, spogliati dei propri abiti e della propria autonomia, diventano prigionieri di un letto e di una diagnosi. Accanto a loro, i familiari stringono una forma di reclusione riflessa, fatta di veglie silenziose, ansia e rinunce profonde. Non possiamo dimenticare, poi, come la reclusione abbia assunto i tratti di un modello strutturale con la drammatica esperienza della pandemia da Covid-19, un tempo di distanze forzate che ha lasciato strascichi profondi nelle nostre abitudini e nella nostra psiche. Da quell’emergenza è derivata, in modo quasi invisibile, un’altra forma di isolamento che oggi tocca da vicino i nostri giovanissimi: ragazze e ragazzi che, spesso rientrando nella condizione dei Neet — chi non studia, non lavora e non si forma —, scelgono o subiscono un confinamento volontario nelle proprie camere. Restano chiusi nel buio delle persiane abbassate e nella luce fredda degli schermi, tagliati fuori dal mondo reale e persino dagli stessi familiari che vivono sotto lo stesso tetto.
Per noi adulti, educatori e realtà ecclesiale, decifrare i loro silenzi, interpretare i loro sogni e raccogliere i loro desideri nascosti diventa una sfida immensa e dolorosa, fatta spesso di porte chiuse che attendono solo di essere riaperte con delicatezza. In questo panorama così faticoso, un pensiero colmo di profonda gratitudine va speso per le lavoratrici e i lavoratori delle cooperative sociali impegnate nell’assistenza agli anziani, così come per tutte le associazioni che, sul nostro territorio isolano, si adoperano senza sosta. Sono loro il presidio umano più autentico: braccia che sorreggono, volti che portano un sorriso e mani che restituiscono dignità a un vero e proprio popolo di persone che vive le restrizioni legate all’età avanzata o alla malattia, rompendo l’isolamento sociale della nostra isola. Accanto a loro, un ruolo preziosissimo è quello svolto dai diaconi e dai ministri straordinari della comunione. Con passo discreto e rispettoso, sono loro a entrare nelle case, ad accompagnare i processi di sofferenza e a portare consolazione, ascolto e conforto. Interagiscono con gli anziani, con le persone ammalate e con i loro familiari, o con quanti sono incaricati di badare alle necessità fisiche, affiancandoli e talvolta sopperendo con delicatezza anche a quelle spirituali, così da ricucire i fili di una comunione che la malattia o la solitudine rischiano di spezzare.
Ma di fronte a tutto questo, come Chiesa, quale ruolo siamo chiamati a interpretare? Quale vicinanza ci si aspetta davvero da noi? Spesso avvertiamo l’angoscia di fronte a esigenze sociali complesse che tardano a trovare risposte adeguate dalle istituzioni, lasciando le famiglie sole a gestire il peso della fragilità e a fare i conti con le nuove forme di povertà: non soltanto la mancanza del necessario per vivere, ma la povertà relazionale, la solitudine tecnologica, l’incapacità di arrivare a fine mese pur lavorando, e il dramma di chi si ritrova ai margini senza più voce né tutele. E questo disagio lo viviamo guardando ai nostri sacerdoti, che per la maggior parte si trovano ormai nella fase matura della loro età e sperimentano in prima persona la solitudine, la malattia e la fatica di sorreggere il peso delle necessità pratiche e spirituali delle parrocchie che sono chiamati a curare. Eppure, dobbiamo avere il coraggio di guardare dentro le nostre stesse realtà ecclesiali, perché rischiamo di scoprire che la reclusione esiste anche tra i banchi delle nostre Chiese. Quanta solitudine si respira attorno a noi, quante persone anziane siedono sole a Messa cercando soltanto uno sguardo o una parola che scaldi il cuore? In che modo l’avanzare dell’età e la drammatica scarsità di un ricambio generazionale stanno modificando le nostre scelte e spegnendo la vitalità dei nostri paesi? Dove stiamo andando? È una domanda che pesa come un macigno. Come ci ricorda papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas, di fronte alle derive della solitudine e alle nuove barriere tecnologiche che rischiano di generare inedite forme di esclusione, non possiamo arrenderci alla logica dell’indifferenza.
La Chiesa è chiamata ad essere “artigiana di speranza”, capace di abitare i cantieri complessi del nostro tempo. Nonostante la stanchezza, le chiese che si svuotano e le forze che diminuiscono, sento quanto è grande il desiderio, il fuoco segreto e testardo nel cuore di chi ha il compito di mantenere viva la fiamma. Quel sogno evangelico di un gruppo umano che non abbandona nessuno, che sa farsi prossimità e abbraccio, continua a battere nel petto di chi non si arrende. Raccogliendo questo impegno, l’ufficio di Pastorale Sociale — insieme agli altri uffici e alle realtà vive della nostra diocesi — continuerà ad essere una sentinella vigile sul territorio isolano: uno spazio d’ascolto per intercettare le fatiche e le esigenze nascoste, comprenderle profondamente, metterle in luce e, tutti insieme, prendercene cura. Perché riconoscere queste catene invisibili è il primo passo per spezzarle, e nessuno dovrebbe mai sentirsi un escluso definitivo, dentro o fuori le sbarre, dentro o fuori la nostra grande famiglia.



