Ischia oltre la stagione
Le parole di Papa Leone XIV e le indicazioni della Chiesa sul lavoro e sulla dignità della persona non sono formule teoriche staccate dalla realtà. Al contrario, toccano da vicino quello che viviamo ogni giorno nelle nostre comunità.
Qui a Ischia la questione dell’occupazione ha un volto del tutto particolare. Viviamo di rincorse estive, mesi d’ansia e di ritmi serrati, a cui seguono lunghi periodi di vuoto. Non si tratta soltanto di fare i conti sulle presenze turistiche o di festeggiare i numeri dell’economia locale. Bisogna chiedersi prima di tutto come stanno le persone che quel lavoro lo portano avanti sul campo, giorno dopo giorno.
Il sistema della stagionalità permette all’isola di andare avanti, questo è chiaro. Il rischio però è che trasformi la vita di tanti lavoratori in un’incertezza continua. Quando le garanzie mancano, i turni diventano spossanti e i soldi bastano appena per coprire pochi mesi, a rimetterci è l’intera società isolana. Un territorio che non riesce a offrire stabilità ai suoi ragazzi finisce per spingerli lontano. La scelta di molti giovani ischitani di trasferirsi al Nord o all’estero non nasce dal desiderio di avventura, ma dalla semplice mancanza di garanzie per il futuro.
Il pensiero sociale della Chiesa lo dice chiaramente: il lavoro non è una merce da trattare al ribasso e neppure un regalo da concedere. È lo strumento con cui ogni uomo costruisce la propria vita, sostiene la famiglia e partecipa alla crescita di tutti. Quando il lavoro crea solo ansia e precarietà, perde il suo valore e indebolisce la comunità. La sfida per il domani d’Ischia non si gioca solo sulla bellezza dei posti o sulle campagne di promozione turistica. Si gioca sull’onestà delle regole lavorative. Servono contratti veri, paghe giuste e un progetto capace di creare opportunità anche quando i riflettori della stagione estiva si spengono.
C’è poi un tema fondamentale che non si può ignorare: la sicurezza. La fretta dei mesi di picco, la stanchezza accumulata e la mancanza di formazione non possono mai diventare una scusa per mettere a rischio la salute delle persone. Lavorare in sicurezza nei cantieri, nelle cucine, negli alberghi e sui mezzi di trasporto è un dovere che viene prima di qualsiasi conto economico. La vita delle persone viene prima del profitto.
In questo quadro le nostre parrocchie e le associazioni locali hanno un compito preciso. Fare comunità significa stare vicino a chi si trova in difficoltà, ma vuol dire anche sostenere tutti quegli imprenditori onesti che scelgono la strada del rispetto e della correttezza. L’attenzione verso gli altri e il rispetto della dignità umana cominciano proprio dal modo in cui consideriamo e tuteliamo il lavoro di chi ci sta accanto.
Tuttavia, c’è una domanda che non possiamo continuare a schivare e che chiama in causa direttamente chi legge queste pagine: quanto siamo disposti, noi per primi, a mettere in discussione questo sistema? Perché è fin troppo facile indignarsi di fronte al dramma di un giovane che lascia l’isola o al racconto di un lavoratore sfruttato, per poi girarsi dall’altra parte quando quello stesso sistema ci fa comodo. La verità è che l’economia della scorciatoia regge solo fino a quando c’è una platea distratta o complice pronta a tollerarla. Finché continueremo a considerare il lavoro giusto come un lusso e non come la norma, Ischia continuerà a consumare i suoi figli migliori per poi piangerne l’assenza d’inverno. Non basta invocare il cambiamento dalle istituzioni o attendere che le cose migliorino da sole: la dignità di questa terra si misura sul coraggio di rifiutare la logica del guadagno facile a spese degli altri. Se non partiamo da questa presa di coscienza, tutte le nostre parole sulla comunità e sul futuro resteranno soltanto un’innocua scenografia.



