di Paola Mattera

Agosto è il mese in cui Ischia si prepara al meglio, con l’abito migliore e un trucco impeccabile. È il tempo in cui l’isola diventa dorata, attraversata da chi la abita e da chi, per qualche giorno, la sceglie come luogo delle proprie vacanze. Il turismo è parte importante della nostra storia e del nostro modo di stare nel mondo, ma è proprio adesso, quando tutto sembra diventare immagine, esperienza da consumare e prodotto da offrire, che vale la pena chiedersi che cosa rimane fuori da questa scintillante vetrina.

I sentimenti

Rimane quella parte dell’isola che non si lascia trasformare completamente in un’experience, perché non è fatta per essere divorata, ma assaporata, né per essere esibita, ma custodita.

È qui che acquistano un significato particolare le tante feste religiose e popolari che, dall’inizio di agosto fino alla fine dell’estate, animano le nostre comunità. Potremmo descriverle attraverso ciò che immediatamente appare, ovvero programmi, luminarie, processioni, bande musicali, spettacoli, sagre, piazze gremite. Fermarsi alla superficie, però, significherebbe perdere proprio ciò che rende una festa diversa da una manifestazione.

Una festa patronale non si esaurisce nella sua rappresentazione pubblica. Ha una trama più discreta e profonda, quella dei legami, dei ricordi, delle presenze e delle assenze che, per qualche giorno, tornano a disporsi attorno a un luogo, a un’immagine, a un altare condiviso. È una comunità che si riconosce mentre si ritrova. È chi torna nella propria piazza e si riscopre in volti conosciuti, chi manca e continua ad esserci. È un nonno che racconta e un giovane che ascolta, senza sapere ancora che quelle parole diventeranno un giorno memoria incancellabile.

 La festa diventa così una forma di trasmissione non soltanto di una tradizione religiosa, ma di un’appartenenza, di una Storia.

In agosto, mentre l’isola cambia ritmo e si riempie di presenze, queste occasioni possono diventare un piccolo presidio dell’identità, non un argine al turismo, ma un’opportunità per custodire ciò che non è commerciabile.

Chi offre un prodotto ha il compito di mostrarlo, di renderlo desiderabile, di raccontarne la bellezza: è la vocazione dell’accoglienza, dell’economia, dell’ospitalità. Ma una comunità ha un’altra vocazione, che non è soltanto quella di mostrarsi, ma di riconoscersi. Non soltanto quella di attirare sguardi, ma di imparare a guardarsi. Stringersi, curarsi, fare spazio. E persino defilarsi quando la preghiera rischia di diventare soltanto folla, anziché farsi folle d’amore.

Forse la provocazione è proprio questa. Non tutto ciò che abbiamo di bello e autentico deve diventare un prodotto con un marchio.

Non mettiamo i nostri sentimenti in vetrina

Preserviamo ciò che conta anche quando le correnti sono avverse, anche quando i venti soffiano contrari. Un visitatore può assistere a una processione, fotografare una piazza illuminata, una statua, gustare un buon banchetto, acquistare una suppellettile. Può portare con sé immagini bellissime e, al contempo, sa che non potrà mai portare via ciò che quelle immagini significano per chi le vive. Non potrà fotografare un’assenza, la trepidazione di chi porta un’immagine sacra, la voce di chi racconta il passato, un canto che mescola la nostalgia alla gratitudine. Non potrà fotografare il silenzio improvviso davanti a un volto conosciuto che non c’è più e la fiducia con cui, nonostante tutto, si torna ancora una volta nello stesso luogo. Dietro una festa ci sono storie che non compaiono nei programmi e che nessuna brochure potrà mai raccontare. Ci sono assenze e ritorni, amicizie, fatiche, volontariato, devozioni, famiglie, generazioni che si incontrano e si ritrovano. È qui che la festa religiosa torna a essere autenticamente popolare, quando non è spettacolo, ma appartenenza; quando non cerca uno sguardo perché ne genera uno nuovo.

Una suggestione che arriva anche da Rimini, dove in questi giorni il Meeting per l’amicizia fra i popoli mette insieme mostre, incontri, libri e autori. La cultura non soltanto come qualcosa da esporre, ma come un incontro capace di interrogare la persona attraverso la parola, l’arte, la letteratura e il pensiero. È una prospettiva che può aiutarci a guardare anche alle nostre feste. La cultura e la fede come realtà che chiedono di essere attraversate e vissute.

Proprio qui penso ai tre giorni dell’Assunta vissuti a San Pietro.

Serate di spiritualità nel cuore dell’estate, quando il “Sì” ha fatto da filo conduttore. Un sì alla vita, alla gioia di credere, alla possibilità di ricominciare. Musica e parole con l’Oratorio, insieme alle testimonianze di don Carmine Esposito e don Italo Prisco, giovani diaconi della diocesi di Nola. Parole che hanno riportato al centro una consapevolezza semplice e vertiginosa: la vita non si comprende, si abbraccia. Poi l’adorazione, vissuta con una partecipazione intensa e raccolta. La Veglia e la Buonanotte a Maria. E infine il Ferragosto di Comunità, non come semplice conclusione di un programma, ma come il modo più naturale per brindare a un incontro rinnovato tra la comunità e la vita in Dio, sotto il manto di Sua Madre. Tre giorni che hanno avuto il coraggio di interrompere, nei giorni più intensi e concitati, la corsa delle cose.

Parola, silenzio, parola.

Prima la parola che convoca e interroga. Poi il silenzio, perché ciò che abbiamo ascoltato possa sedimentare, diventare domanda e preghiera. Infine ancora la parola, più consapevole perché nata dall’ascolto, che si fa carne, supera l’astrattezza e diventa vita. Diventa abbraccio. In un momento di particolare fragilità per la comunità, segnata dalla perdita di chi, nel tempo, ne ha costruito il volto.

Don Agostino

Quei giorni hanno così finito per significare molto più di quanto fosse scritto nel programma, perché custodire una Storia significa accoglierla con gratitudine e cura, per poi avere il coraggio di affidarla al futuro.

Abbiamo bisogno di parlare, ma anche di tacere insieme; di celebrare, ma anche di ascoltare; di stare insieme senza trasformare ogni momento in rumore, immagine e pubblicazione. La fede, quando è autentica, non deve mostrarsi.

Non potrebbe, forse, essere questo il significato più profondo delle nostre feste estive? Mentre l’isola raggiunge il massimo della sua esposizione, qualcuno sceglie di non trascurare ciò che poi, alla chiusura del registro di cassa, conta davvero.

Dalla festa di Sant’Alessandro alle tante celebrazioni patronali e parrocchiali, ciò che meriterebbe di essere raccontato non è soltanto ciò che salta all’occhio per la sua immediatezza, ma ciò che rimane sotto la superficie e che continua a tenerci insieme, a farci alzare ancora uno sguardo, incantati, verso ciò che conosciamo ogni dettaglio e che ancora ci stupisce come fosse la prima volta.

Quando settembre arriverà, l’isola riprenderà il suo respiro più lento, immerso in quel profumo frizzante che anticipa l’autunno. E resterà probabilmente qualcosa che non abbiamo fotografato. Un legame. Una parola. Un silenzio. Un ricordo. Una relazione ritrovata. Un incontro inaspettato. Quella sensazione di essere ancora parte di qualcosa di molto più grande di noi, che ci fa porre domande alle quali troviamo poche risposte; che ci svincola dalla banalità delle scelte di convenienza e ci fa camminare per strade incerte, risanando i nostri cuori nella libertà di essere ciò che siamo e di sentire ciò che desideriamo.

C’è un tempo in cui, anche nel trambusto e nella strategia di monetizzare quanto più è possibile, l’isola si ferma. La musica riparte. Le luci dell’estate si spengono e resta ciò che non abbiamo messo in mostra. Perché le vetrine possono illuminare un’isola, ma sono i sentimenti a tenerla accesa.

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