Ischia tra sfide climatiche e cura della terra

La complessità dell’estate in corso, con temperature roventi, sovraffollamento turistico e traffico sempre più caotico, può indurci allo sconforto. Sappiamo riconoscere i nostri errori per ripartire con coraggio? Ne parliamo con Pina Trani, codirettrice dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro.

Viviamo un’estate segnata da ondate di calore, cambiamenti climatici e disagi quotidiani che mettono a dura prova la nostra comunità. Qual è lo sguardo della Chiesa di Ischia su questo momento?

La lettura che diamo parte dalla realtà delle cose, senza sconti ma con grande realismo. Papa Francesco, nella Laudato si’, ci ricorda che non esistono due crisi separate — una ambientale e una sociale — bensì un’unica complessa crisi. A Ischia tocchiamo con mano questo legame: quando il territorio soffre a causa di un modello di sviluppo disordinato e non sostenibile, a soffrire sono anche le relazioni umane, il senso di comunità, la pazienza e il rispetto reciproco. Le difficoltà sulle strade, la pressione antropica e persino i segnali di disagio tra i giovani ci dicono che abbiamo bisogno di ritrovare il senso del limite, della misura e della cura reciproca.

In questo contesto si inseriscono anche temi delicati come la questione abitativa e la gestione del territorio, che generano apprensione in molte famiglie. Qual è l’approccio che si auspica per il bene comune?

La verità ci impone di guardare ai problemi con giustizia, equità e rispetto della dignità umana. La tutela dell’ambiente e la sicurezza dei cittadini non possono prescindere dalla vicinanza alle persone, specialmente a chi vive in situazioni di fragilità o di precarietà abitativa. Non servono soluzioni improvvisate o polarizzazioni che dividono la comunità; serve invece una pianificazione lungimirante, trasparente e umana, capace di mettere la persona e la sua casa al centro. La pace sociale si costruisce solo garantendo tutele certe, ascolto e percorsi chiari che non lascino nessuno indietro.

Parlando di vivibilità e di scelte quotidiane, Ischia soffre da tempo di una pressione veicolare insostenibile. Qual è la situazione reale delle nostre strade?

I dati ufficiali confermano un’emergenza cronica: nei sei comuni dell’isola, a fronte di una superficie territoriale di appena 46 chilometri quadrati, il parco veicolare registrato tocca quota 64.377 unità (tra auto, ciclomotori e motocicli). Significa che su una superficie così ristretta la concentrazione dei mezzi è altissima. Se a questo dato già limite si aggiunge, nei mesi estivi, l’afflusso massiccio dei veicoli dei turisti, la nostra rete stradale va letteralmente in tilt. Questo traffico selvaggio mette a dura prova la sicurezza pubblica, aumenta esponenzialmente gli incidenti, inquina l’aria e rende le strade un luogo di tensione anziché di relazione. Abbiamo urgente bisogno di scelte ecologiche coraggiose, disincentivando l’uso dell’auto privata e puntando su una mobilità dolce, collettiva e sostenibile.

Parlando di fragilità del territorio e di diritto alla casa, il nostro sguardo non può non spingersi oltre mare. I fratelli di Pozzuoli e dei Campi Flegrei stanno vivendo un dramma profondo legato al bradisismo e ai terremoti. Come si inserisce questa vicenda nella vostra riflessione?

Ischia e i Campi Flegrei condividono non solo un’origine geologica, ma oggi anche una profonda comunione di sofferenza. Quello che stanno vivendo gli sfollati di Pozzuoli è un vero e proprio trauma. Perdere la casa, o doverla abbandonare improvvisamente, non significa solo perdere delle mura, ma vedersi sottrarre i sacrifici di una vita intera, le proprie radici e il proprio rifugio sicuro. Ciò che colpisce e commuove profondamente è la grandissima dignità di questa comunità: le loro piazze, le manifestazioni ordinate e giuste, sono l’espressione di un popolo che non si arrende, ma che chiede legittimamente chiarezza. Purtroppo, a fronte di questo forte senso civico, pesa troppo spesso il silenzio delle Istituzioni. Un silenzio che rischia di stigmatizzare la paura, lasciando i cittadini soli di fronte all’incertezza del futuro e all’angoscia di aver perso tutto. Chi governa non può limitarsi alla fredda burocrazia dell’emergenza: deve garantire vicinanza, empatia e orizzonti di ricostruzione certi.

In questo clima di forte smarrimento per la comunità flegrea e ischitana, un punto di riferimento importante è la guida pastorale. Che ruolo sta giocando la Chiesa locale?

Un ruolo cruciale, incarnato in prima persona dal nostro Vescovo Carlo, Pastore sia di Ischia che di Pozzuoli. Il Vescovo non osserva questi drammi da lontano: vive il territorio, respira le stesse paure della gente e cammina a stretto braccio con loro nei momenti di maggiore pericolo. La crisi causata dal bradisismo e dalle forti scosse telluriche ha colpito duramente anche il patrimonio ecclesiale: a Pozzuoli e nei Campi Flegrei numerose chiese (quasi una ventina tra edifici dichiarati inagibili o gravemente danneggiati) sono state costrette a chiudere i battenti. Molte celebrazioni, compresi i matrimoni e le messe festive — come quelle all’aperto o nelle piazze — sono state trasferite o riorganizzate per garantire la sicurezza. Nonostante le chiese chiuse e le ferite materiali, la comunità parrocchiale continua a vivere e a riunirsi. Gli appelli accorati del Vescovo Carlo per chi ha dovuto lasciare la propria abitazione o affronta la chiusura dei luoghi di culto sono la traduzione pratica di una Chiesa in uscita, che si fa ospedale da campo. In fondo, quando parliamo di solidarietà, parliamo proprio di questo: del Vangelo che si incarna, che si fa carne, vicinanza e condivisione concreta del dolore e della speranza. La sua presenza continua ci ricorda che quando il suolo sotto i nostri piedi trema, l’unica roccia solida a cui ancorarci è la solidarietà, il farsi carico gli uni dei pesi degli altri. Non siamo lasciati soli.

Tornando alle nostre responsabilità quotidiane: in che modo la comunità può farsi promotrice di un cambiamento positivo, ispirandosi ai valori della cura del Creato?

La speranza cristiana non è un’attesa passiva. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, è chiamato a essere custode del territorio, a partire da azioni pratiche e urgenti per Ischia:

  • La mobilità sostenibile e responsabile: Ridurre l’uso sconsiderato di auto e ciclomotori privati, preferendo – laddove possibile – la camminata, i mezzi pubblici o la bicicletta, per decongestionare le strade e restituire sicurezza e pulizia all’aria che respiriamo;
  • La cura delle pinete e del verde urbano: È fondamentale attivare censimenti fitosanitari e piani di manutenzione rigorosi per tutelare il nostro patrimonio arboreo e garantire la sicurezza dei cittadini, restituendo decoro agli spazi verdi;
  • Il rifacimento delle parracine sulle colline: Per prevenire e mitigare il dissesto idrogeologico, dobbiamo investire nel recupero dei muretti a secco (parracine). Rappresentano una sapienza antica e un’opera insostituibile per trattenere i pendii;
  • La ripiantumazione diffusa e la raccolta dell’acqua: Rimettere radici piantando alberi autoctoni per mitigare le temperature e promuovere sistemi di recupero dell’acqua piovana nei periodi invernali, risorsa preziosa per l’agricoltura di sostentamento familiare.

In conclusione, dove abbiamo sbagliato e da dove possiamo ripartire per ritrovare la speranza?

Abbiamo sbagliato e sbagliamo ancora ogni volta che abbiamo pensato di poter sfruttare la terra senza custodirla, e di poter vivere slegati gli uni dagli altri. Ma la bellezza della nostra terra – a Ischia come a Pozzuoli – è custodita nel cuore dei suoi abitanti. Dobbiamo ripartire dall’ascolto autentico dei giovani – offrendo loro modelli positivi – e dalla cura dell’ambiente. Camminare di più, usare meno i motori, curare un albero, ricostruire un muretto a secco, raccogliere l’acqua, o stringersi con affetto a chi oggi è sfollato, privato dei propri luoghi di culto e impaurito, sono gesti di profondo amore civile. La speranza ha il volto di chi sceglie, ogni giorno, di fare la propria parte.

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