Una mostra al Museo Diocesano ricorda il figlio dell’isola che divenne principe della Chiesa e fondò opere di carità che ancora oggi vivono.
Nel cuore del Museo Diocesano di Ischia, si è acceso un faro sulla memoria di una delle figure ecclesiastiche più significative del Novecento italiano. A settantacinque anni dalla scomparsa del Cardinale Luigi Lavitrano, nato a Forio d’Ischia il 7 marzo 1874, l’isola verde ha reso omaggio al suo figlio più illustre con l’inaugurazione di una mostra e una conferenza che hanno ricostruito un percorso umano e spirituale straordinario.
L’iniziativa, promossa dal Museo Diocesano di Ischia insieme alla Fondazione Casa Giuseppina di Forio, ha visto la partecipazione del Vescovo di Ischia Sua Eccellenza Monsignor Carlo Villano, del Comandante Francesco Irace della Fondazione Casa Giuseppina, di don Emanuel Monte, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali, della Dottoressa Lucia Annicelli, Direttrice della Biblioteca Antoniana, e della Dottoressa Ylenia Patalano, storica di arte sacra. Un parterre qualificato che testimonia l’importanza di questa commemorazione per il tessuto culturale e religioso del territorio.
La vita di Luigi Lavitrano è un racconto di vocazione e servizio che attraversa mezzo secolo di storia italiana. Ordinato sacerdote a Roma il 21 marzo 1898 nella basilica di San Giovanni in Laterano, il giovane Lavitrano si distinse subito come guida spirituale e intellettuale. Insegnò nel seminario della sua isola, fu vice-rettore della Scuola Apostolica, direttore della rivista Monitore Ecclesiastico e rettore del prestigioso Collegio Apostolico Leoniano. Una carriera ecclesiastica in ascesa che nel 1914 lo portò alla cattedra episcopale di Cava de’ Tirreni e Sarno, per poi guidare nel 1924 l’arcidiocesi di Benevento.
Ma è con la nomina ad arcivescovo di Palermo, nel 1928, che Lavitrano entra nella grande storia. L’anno successivo Papa Pio XI lo creò cardinale, riconoscendo in lui non solo un pastore zelante ma anche un uomo di cultura e diplomazia. Nel 1939 partecipò al conclave che elesse Papa Pio XII, evento testimoniato da una fotografia emersa durante le ricerche per la mostra: uno scatto del New York Times che lo identifica tra i tre papabili di quel conclave. Un documento che restituisce la dimensione internazionale di una figura spesso ricordata solo localmente.
Gli anni palermitani furono segnati dalla drammaticità della Seconda Guerra Mondiale. Il 18 agosto 1943, Lavitrano accolse il generale Patton nella città appena liberata: un gesto che andava oltre il protocollo, simboleggiando il dialogo necessario tra fede e libertà in un’Europa in frantumi. Nel 1945, Pio XII lo chiamò a Roma nominandolo Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi, incarico che mantenne fino alla morte, avvenuta il 2 agosto 1950 a Castel Gandolfo.
Tuttavia è l’impegno sociale a restituirci la misura più autentica dell’uomo. Nel maggio 1936, ancora arcivescovo di Palermo, istituì a proprie spese a Forio l’Opera Pia Casa Giuseppina, dedicata alla memoria della madre. Non un gesto formale, ma un progetto concreto e visionario: offrire istruzione e dignità alle giovani donne orfane e bisognose dell’isola.
Nella primavera del 1937 fu posta la prima pietra della futura scuola. L’anno seguente nacque la Regia Scuola di Avviamento Professionale industriale femminile, con tre aule scolastiche e altrettante sale per le esercitazioni pratiche. Un percorso triennale dove l’italiano e la matematica si intrecciavano con il ricamo, la cucina, il giardinaggio. Le studentesse potevano poi proseguire con la Scuola Professionale femminile e conseguire il Magistero Professionale, abilitandosi all’insegnamento dell’Economia Domestica. In un’epoca in cui l’emancipazione femminile muoveva i primi passi, Lavitrano intuì che l’autonomia passa attraverso la competenza.
Oggi la Fondazione Casa Giuseppina continua quella missione, testimoniando come la carità intelligente non sia assistenzialismo ma costruzione di futuro. Ed è proprio questo il messaggio più forte della commemorazione: Lavitrano non fu solo un ecclesiastico di rango, ma un figlio di Ischia che seppe tradurre la fede in opere concrete, lasciando un’eredità che ancora oggi porta frutti.
Sulla sua tomba, un’epigrafe latina racchiude il senso di un’intera esistenza: Labor et dolor vita mea fuit. La fatica e il dolore furono la mia vita. Parole che suonano come un testamento spirituale, di un uomo che seppe muoversi tra i palazzi vaticani e le cattedrali di provincia, senza mai dimenticare le proprie radici.



