I Mondiali di calcio dovrebbero essere la festa del mondo. Ma quando un paese ospitante decide chi può partecipare in base alla nazionalità e alla provenienza, rimane solo la scenografia.
Un episodio che fa nascere una riflessione, e forse la mancata partecipazione dell’Italia può essere una salvezza. L’episodio nasce con un arbitro somalo, Omar Artan, il quale atterra a Miami per dirigere alcune partite dei Mondiali di calcio 2026. Sarebbe stato il primo cittadino somalo nella storia a fischiare in un Mondiale. Invece viene trattenuto per undici ore, interrogato, e rispedito a casa. Senza una spiegazione ufficiale.
Un video su X ritrae Artan accolto festosamente al suo ritorno a Mogadiscio, celebrato come un eroe dalla sua gente, proprio perché respinto, dice tutto ciò che c’è da sapere sul paradosso di questi Mondiali.
L’accoglienza
Dall’11 giugno al 19 luglio, il calcio mondiale si gioca tra Canada, Messico e Stati Uniti. È la prima edizione a tre paesi ospitanti, il simbolo almeno nelle intenzioni, di uno sport che abbraccia il mondo. Peccato che il paese principale tra quelli ospitanti stia facendo di tutto per tenere il mondo fuori dalla porta.
A molti giocatori, tifosi e addetti ai lavori sono stati negati i visti, altri sono stati interrogati per ore alla frontiera, altri ancora potranno entrare negli Stati Uniti solo per giocare le partite, con l’obbligo di andarsene immediatamente dopo. È una procedura sistematica, che tocca delegazioni di paesi diversissimi tra loro, accomunati solo dall’essere finiti nelle liste nere dell’amministrazione Trump. Per la serie: “il pallone è mio e ci gioca chi dico io…”
Come si poteva immaginare, l’Iran è il paese che finora ha avuto più problemi: dopo mesi di incertezza e una mediazione del Messico, ai giocatori iraniani è stato concesso un visto che permetterà loro di entrare negli Stati Uniti solo il giorno delle partite. La squadra alloggerà a Tijuana in Messico, anziché a Tucson in Arizona come inizialmente previsto. Più di dieci persone tra funzionari e membri dello staff stanno ancora aspettando il visto, mentre ad altrettante è già stato negato l’ingresso, tra loro anche il presidente della Federazione calcistica iraniana.
La nazionale del Senegal è riuscita ad atterrare, ma i giocatori sono stati sottoposti a controlli approfonditi direttamente sulla pista dell’aeroporto, con perquisizioni individuali e ispezioni dei bagagli. I video hanno fatto il giro dei social, suscitando accuse di discriminazione. La nazionale irachena è stata trattenuta per ore all’aeroporto di Chicago; il suo calciatore più famoso, Aymen Hussein, è stato interrogato per sette ore, e ha chiesto pubblicamente come mai gli Stati Uniti abbiano scelto di ospitare i Mondiali per poi trattare così i visitatori stranieri.
A tutto questo si aggiunge la situazione dei tifosi: decine di sostenitori marocchini si sono visti rifiutare il visto nonostante avessero già acquistato biglietti e prenotato hotel. Nel caso dell’Iran, è stata la stessa FIFA a revocare i biglietti destinati al pubblico iraniano.
La FIFA, dal canto suo a parte il caso dell’Iran, ha preferito lavarsene le mani: ha dichiarato di non essere coinvolta nella gestione dell’immigrazione del paese ospitante, e che spetta a quest’ultimo decidere chi far entrare. Una risposta che sa di resa preventiva.
Il senso profondo
Tutto questo mi fa riflettere su una cosa fondamentale che rischiamo di perdere di vista, distratti dalle luci dei giocatori e delle squadre blasonate: lo sport, il calcio in particolare, ha un valore che va ben oltre la competizione. È uno spazio di incontro. È uno di quei rari momenti in cui persone che non si conoscono, che parlano lingue diverse, che pregano in modi diversi, si siedono fianco a fianco sugli spalti e guardano nella stessa direzione. Questo è il senso profondo di un evento come i Mondiali.
In un calcio che negli ultimi anni ha virato sempre più verso la spettacolarizzazione, dove i club valgono miliardi e diventano vetrine di marketing, le partite sono show televisivi più che competizioni sportive, la Coppa del Mondo resta forse l’ultimo luogo in cui questo senso comunitario sopravvive. O dovrebbe sopravvivere. Perché se il paese ospitante decide chi può e chi non può partecipare sulla base della nazionalità, del colore della pelle o della religione, quel senso comunitario si svuota. Rimane la scenografia, senza la sostanza.
Due pesi, due misure
C’è però un’altra questione, più scomoda, che vale la pena sollevare.
Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, la FIFA ha escluso la Russia da tutte le competizioni internazionali. Una decisione che ha fatto discutere, ma che aveva una sua logica: non si può organizzare una festa dello sport con chi sta violando il diritto internazionale con la forza delle armi.
Ebbene, applicando lo stesso principio, ci si dovrebbe chiedere se gli Stati Uniti avrebbero dovuto ospitare questi Mondiali.
A gennaio di quest’anno, l’amministrazione Trump ha condotto un attacco militare contro il Venezuela, catturando il presidente Maduro. Secondo gli esperti di diritto internazionale, l’operazione ha violato l’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite, che consente l’uso della forza militare solo in tre casi: con l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con il consenso del governo locale, o in risposta a una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. L’attacco in Venezuela non rispettava nessuno di questi tre criteri.
E poi c’è l’Iran. Proprio in questi giorni, mentre i Mondiali si aprono, gli Stati Uniti e l’Iran si stanno attaccando reciprocamente in un escalation militare, corredata da una disinformazione propagandistica messa in atto proprio dagli USA.
Non si tratta di stabilire da che parte stia la ragione: la storia di queste crisi è complessa e non si presta a semplificazioni. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi sulla coerenza. Se la comunità sportiva internazionale ritiene che un paese che aggredisce un altro non debba godere del privilegio di partecipare a una competizione mondiale, quel principio dovrebbe valere per tutti, senza eccezioni legate al peso geopolitico o agli interessi economici in gioco.
La FIFA ha dimostrato, con le sue scelte recenti, di saper essere selettiva nella sua idea di giustizia. E questa sottomissione racconta che anche lo sport, come molti altri ambiti della vita pubblica, fatica a sottrarsi alla logica della convenienza.
Rimane la speranza che, nonostante tutto, il campo di gioco sia più equo degli spalti. Che la palla non conosca passaporti, e che i novanta minuti restituiscano a questi atleti, molti dei quali hanno dovuto attraversare umiliazioni e attese estenuanti solo per arrivare a giocare, la dignità che i controlli in aeroporto hanno cercato di togliere loro.
Ma la domanda resta aperta, e sarebbe disonesto ignorarla: i Mondiali di calcio del 2026 sono davvero la festa del mondo? O sono la festa di chi ha avuto la fortuna di nascere nel posto giusto? Forse, in questo scenario, la mancata qualificazione dell’Italia nasconde una piccola ironia della sorte. Mentre ci disperiamo per l’ennesima assenza degli Azzurri, potremmo consolarci con un pensiero: almeno a noi il visto non lo hanno negato.



