Viaggio nella Terra di Mezzo: Tra IA, Tolkien e la responsabilità dell’uomo

Una citazione del Papa apre un parallelismo oltremodo attuale con il romanzo fantasy più celebre di sempre.

Leggendo la Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale, mi sono fermato al paragrafo 213. La citazione del Signore degli Anelli ha innescato un riflesso, che mi ha fatto volgere il capo verso la mia libreria. Il punto è sempre lo stesso: tra Alexandre Dumas (padre) e Ken Follett.

Lessi Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien per la prima volta da adolescente, di un fiato, con quella voracità un po’ superficiale che hanno i lettori giovani. Ma è stato nella rilettura di qualche decennio dopo, con qualche ruga in più e qualche fantasia in meno, che ho cominciato a comprenderlo davvero. A vedere la riflessione silenziosa di un uomo che aveva attraversato la guerra e sapeva cosa significa scegliere da che parte stare quando l’oscurità avanza.

Il Papa cita Gandalf. E a me è venuto naturale andare a ritrovare quella frase nel volume consumato, per rileggerla nel contesto in cui Tolkien l’aveva scritta.

C’è un momento ne “Il Ritorno del Re” che pone le basi dell’epilogo. Intorno a un tavolo Gandalf insieme ai capitani dell’esercito devono decidere cosa fare contro Sauron. Sanno di essere in inferiorità schiacciante. Sanno, razionalmente, che l’impresa è al di là delle loro forze. Eppure, Gandalf li esorta a tenere duro, non per vincere, ma per distogliere lo sguardo di Sauron dall’unico punto in cui si gioca davvero il destino della Terra di Mezzo: un hobbit accompagnato dal suo fedele amico, esausto, che arranca verso il Monte Fato con un anello al collo.

In quel momento Gandalf pronuncia parole che Leone XIV ha scelto di citare nella sua enciclica Magnifica Humanitas: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

È una citazione singolare in un documento papale. Ma è una citazione profondamente rivelatrice.

Lo specchio oscuro

John Ronald Reuel Tolkien era un professore di filologia medievale a Oxford, un cattolico devoto, un uomo che aveva attraversato in prima persona la prima guerra mondiale e visto cosa fa la potenza sfrenata quando perde ogni freno morale. Il Signore degli Anelli non è una favola da passatempo: è una meditazione profonda sul potere, sulla sua seduzione e sulla sua corruzione.

L’Anello Unico non è malvagio perché è magico. È malvagio perché promette potere, controllo totale, la capacità di piegare il mondo alla propria volontà. Chiunque lo indossi, anche con le migliori intenzioni, diventa qualcosa diverso da un essere umano.

Non è difficile riconoscere, in quella metafora, qualcosa di familiare.

L’intelligenza artificiale è lo strumento più incredibile che l’umanità abbia mai costruito. Può diagnosticare malattie con una precisione che sfugge al medico più esperto, può tradurre in tempo reale ogni lingua del mondo, può assistere uno studente in difficoltà a qualsiasi ora della notte, può dare voce, letteralmente, a chi non ne ha. Queste non sono promesse: sono realtà già presenti, già accessibili, già in uso.

Eppure la stessa tecnologia può sorvegliare popolazioni intere senza che nessuno lo sappia, può produrre false immagini di persone reali, può amplificare odio e disinformazione alla velocità della luce, può concentrare ricchezze e decisioni nelle mani di pochissimi.

L’Anello non è né buono né cattivo. Dipende da chi lo porta e soprattutto da come lo porta.

Il coraggio di non portarlo

Una delle scene più intense del romanzo di Tolkien non si svolge su un campo di battaglia. È il momento in cui Galadriel, la nobile dama degli Elfi, rifiuta l’Anello che Frodo le offre.

«Sarei stata grande e terribile», dice.

È il gesto più difficile del libro. Non l’eroismo o la sopraffazione militare: la scelta consapevole di non usare un potere che pur si potrebbe usare, perché si sa cosa farebbe a sé stessi e al mondo.

Possiamo descrivere quella scelta con un sostantivo preciso: discernimento. La capacità di distinguere non solo tra il bene e il male ovvio, ma tra il bene e il bene apparente. Tra ciò che è utile e ciò che è giusto.

È esattamente questo che chiede la Magnifica Humanitas a chi governa, a chi programma, a chi usa, nei confronti dell’intelligenza artificiale. Non un rifiuto cieco della tecnologia, ma un esercizio continuo di responsabilità morale. La domanda non è “possiamo farlo?” ma “dobbiamo farlo? E per chi? E a quale costo per chi non ha voce in questa decisione?”

La nostra parte nel grande racconto

Gandalf non chiede ai capitani di essere eroi invincibili. Chiede loro di fare la loro parte, la parte che è toccata loro, in quel momento, in quel tempo. Di tenere duro nei campi che conoscono. Di lasciare la terra migliore di come l’hanno trovata.

È una visione dell’etica profondamente umana, profondamente cristiana. Non il mito del progresso inarrestabile che tutto giustifica in nome del futuro. Non il pessimismo paralizzante di chi si arrende prima di cominciare. Ma la responsabilità concreta, quotidiana, del custode: colui che non possiede, ma che si prende cura.

L’intelligenza artificiale sarà ciò che ne faremo. Sarà determinata da chi avrà il coraggio di porre limiti, da chi difenderà la dignità dell’umanità, da chi insisterà perché i dati degli utenti siano trattati come persone e non come materia prima, da chi sceglierà di progettare sistemi che aiutano invece di sostituire, che includono invece di escludere.

Quella scelta è già in corso. E ognuno di noi, nel proprio piccolo campo, ne fa parte.

Ancora delle cose belle

La Terra di Mezzo di Tolkien non è un mondo ottimista nel senso superficiale del termine. È un mondo che conosce la perdita, il lutto, l’oscurità che avanza. Eppure custodisce qualcosa che nessuna forza di Sauron riesce a spegnere del tutto.

Lo dice meglio di chiunque Haldir, il guardiano di Lothlórien, quando accompagna la Compagnia nei boschi degli Elfi: «Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse ancora di più».

Crescere nonostante, o forse proprio grazie al dolore mescolato all’amore. È questa la scommessa cristiana. Non la negazione del rischio, non la demonizzazione della novità, ma la fiducia ostinata che la bellezza abbia ancora spazio nel mondo, se qualcuno si prende la cura di custodirla.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento formidabile. Può anche essere temibile. Ma la storia non è scritta dalle macchine: è scritta da chi, come Frodo, sceglie di portare il peso della responsabilità anche quando la strada è in salita e da chi, come Gandalf, sceglie di tener duro nei campi che conosce, per lasciare terra sana a chi verrà dopo.

Il resto dipende da noi.

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