Leone XIV firma la prima enciclica sull’IA: un documento che parla anche a noi

La Chiesa e la sfida dell’intelligenza artificiale

Il 15 maggio scorso, nel 135° anniversario della Rerum novarum di Leone XIII, papa Leone XIV ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la prima enciclica della storia interamente dedicata alla sfida dell’intelligenza artificiale. Non è un documento tecnico, né un manifesto di paura. È qualcosa di più raro: un atto di discernimento lucido e coraggioso, che chiede all’umanità di scegliere che tipo di futuro vuole costruire.

La domanda che attraversa tutto il testo è semplice nella forma, ma determinata nella sostanza: vogliamo edificare una nuova Torre di Babele, o vogliamo ricostruire le mura di Gerusalemme?

Due immagini per capire il nostro tempo

Leone XIV non sceglie il linguaggio dei tecnici né quello degli economisti. Sceglie quello dei profeti. E lo fa con due immagini bibliche che, a pensarci bene, descrivono con straordinaria precisione il momento che stiamo vivendo.

Babele: una civiltà potente, tecnologicamente avanzata, capace di costruire torri che toccano il cielo. Ma costruita sull’orgoglio, sull’uniformità, sulla pretesa di bastare a sé stessa. Il risultato? La comunicazione si spezza, le lingue si confondono, e gli esseri umani non si capiscono più. È difficile non pensare, leggendo queste pagine, ai social media che dividono invece di unire, agli algoritmi che creano bolle, a un’informazione sempre più frammentata e manipolabile.

Neemia è l’altra storia. Gerusalemme è in rovina, le mura sono crollate. Ma Neemia non impone soluzioni dall’alto: prega, ascolta, convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire. La città rinasce grazie alla responsabilità condivisa di tutti: sacerdoti, artigiani, donne, giovani. Ha Dio al centro, e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre.

La tecnologia, dice il Papa, non è né buona né cattiva in sé. Quello che conta è chi la governa, con quale fine, per quale visione dell’uomo. Non è neutrale: assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la usa. Per questo la vera scelta non è “IA sì” o “IA no”. È scegliere se vogliamo essere costruttori di Babele o ricostruttori di Gerusalemme.

Un equilibrio raro

Quello che colpisce della Magnifica Humanitas è l’equilibrio. Leone XIV non cede alla tentazione della condanna facile, che sarebbe rassicurante ma inutile. Riconosce che l’intelligenza artificiale può curare, connettere, educare, aprire possibilità straordinarie per milioni di persone. Ma non abbassa la guardia davanti ai rischi reali: la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi attori privati transnazionali, più forti di molti governi; la riduzione della persona a dati e performance; le nuove forme di dipendenza e controllo sociale; l’uso militare dell’IA in scenari di guerra sempre più automatizzati.

C’è un passaggio che vale la pena rileggere: il Papa non è preoccupato solo dalla tecnologia in sé, ma da chi la detiene. “I principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi.” È una denuncia precisa e documentata. E la risposta che propone non è la rassegnazione, ma la regolamentazione come atto etico, come responsabilità collettiva.

Le istituzioni — civili, politiche, ecclesiali — hanno ancora il tempo e gli strumenti per fare scelte che orientino l’IA verso il bene comune. Non è troppo tardi. Ma bisogna volerlo, e bisogna farlo insieme.

E noi, qui a Ischia?

Sarebbe comodo leggere questa enciclica come un documento che parla al mondo globale e ci riguarda solo marginalmente. In fondo, sull’isola la rivoluzione digitale sembra ancora lontana, qualcosa che accade altrove — nelle grandi città, nelle multinazionali, nei laboratori di ricerca.

Eppure basta guardarsi intorno con onestà per accorgersi che qualcosa si muove anche qui. Ci sono giovani ischiani che negli ultimi anni hanno trovato nuove strade professionali proprio grazie all’intelligenza artificiale — nel design, nella comunicazione, nel marketing digitale. Storie di intraprendenza e creatività che danno speranza. Ma il dato che accompagna queste storie è quasi sempre lo stesso: quei giovani sono partiti. L’isola ha formato talenti capaci di abitare il futuro, e il futuro li ha portati altrove.

È qui, forse, che la metafora di Neemia torna con forza. Neemia non va a costruire un altro muro in un’altra città. Torna a Gerusalemme, che è la sua città, quella dei suoi padri. E chiede a ciascuno di occuparsi del proprio tratto di muro. Non di quello del vicino, non di quello più lontano: del proprio.

Cosa significa, concretamente, occuparsi del proprio tratto di muro in una comunità come la nostra? Significa — tra le altre cose — non lasciare che la transizione digitale sia qualcosa che ci capita, ma qualcosa che scegliamo e orientiamo. Significa chiederci che tipo di formazione stiamo offrendo ai nostri ragazzi. In molte scuole italiane esistono già modelli didattici che integrano l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale — non per sostituire il pensiero critico, ma per potenziarlo. Non servono investimenti astronomici: serve apertura mentale, volontà di guardare fuori dall’isola per poi tornare a lavorare dentro di essa.

L’umanità che nessuna macchina può sostituire

La Magnifica Humanitas si chiude con un’immagine che è quasi un programma: il Magnificat di Maria. Non per caso. Maria non è la protagonista silenziosa di una storia che la sovrasta: è colei che canta, con voce piena, la grandezza di Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. È il modello di un’umanità che non si piega al potere dei forti, ma sa riconoscere dove abita davvero la speranza.

Leone XIV ci chiede di restare profondamente umani in un’epoca che tende a misurare tutto in termini di efficienza e performance. Di custodire quella “magnifica umanità” — di cui parla il titolo — che nessuna macchina potrà mai replicare nel suo splendore: la capacità di amare, di perdonare, di stare accanto a chi soffre, di costruire comunità, di pregare.

Non è un appello nostalgico al passato. È un appello coraggioso al futuro: quello di una civiltà che sa usare gli strumenti senza diventarne schiava, che sa costruire torri senza dimenticare che le fondamenta devono reggere il peso di ogni persona, nessuna esclusa.

Anche qui da noi.

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