Ringraziare o cancellare?

La festa del Seminario e la domanda di ogni seminarista

Dopo aver celebrato la 63° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, continuiamo a dedicare alcune pagine del nostro giornale a questo tema. Lo facciamo aprendo uno spiraglio sulla vita dei seminaristi della nostra Chiesa e, in particolar modo, sul luogo della nostra formazione: il Pontificio Seminario Campano Interregionale di Posillipo, la cui comunità ha celebrato, lo scorso 28 aprile, la Solennità di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Patrono del Seminario, nel 114° anniversario della sua fondazione. Come da molti anni spesso avviene, la festa liturgica del Santo Patrono, celebrata grazie a uno speciale indulto della Santa Sede, è coincisa con la festa degli ex-alunni, che ha radunato oltre centoventi sacerdoti, provenienti da cinque regioni del Sud e Centro Italia, e visto la presenza di sette vescovi, tra cui il nostro Vescovo Carlo, anch’esso ex-alunno del nostro seminario.

Momento centrale della giornata è stata l’Eucaristia celebrata nella Cappella Maggiore del Seminario e presieduta da Mons. Francesco Marino, Vescovo di Nola e Delegato dei Vescovi Firmatari della Convenzione con questo seminario. L’intera giornata e, in modo speciale, l’Eucaristia concelebrata da tutti i convenuti, ci hanno aiutato a mettere a fuoco tre punti che possono essere uno strumento utile di riflessione per il nostro cammino formativo: l’universalità, la fraternità e la gratitudine. Anzitutto l’universalità, carattere distintivo di un seminario come il nostro che, raccogliendo quasi tutte le diocesi della nostra regione, e molte altre extraregionali, aiuta a intessere rapporti ad ampio raggio e a gettare lo sguardo alle Chiese che vivono oltre i confini delle proprie diocesi. Una universalità che, se vissuta e costruita negli anni del seminario, può generare, in maniera feconda, una vera fraternità. Fraternità che diventa un sostegno fondamentale negli anni della formazione e che rimane, mutatis mutandis, nella futura vita presbiterale. Il tema che, però, resta più ‘caldo’ è l’ultimo: la gratitudine.

Dinanzi a una moltitudine di sacerdoti grati al proprio seminario, a tal punto da fare anche viaggi considerevoli per ritornarvi e non perdere un legame che, nonostante i decenni, resta vivo, può nascere in un seminarista una domanda profonda e per nulla scontata: devo essere grato al seminario? E perché? Andando oltre i confini della nostra esperienza e leggendo la situazione della Chiesa, per lo meno italiana, vediamo come tante volte ci si lamenti di una formazione che non risponde più ai nostri tempi, che resta attaccata a qualche vecchio paradigma senza guardare oltre. Capita spesso – è accaduto in maniera “esemplare” col recente caso mediatico “Ravagnani” – che la formazione dei seminari venga accusata di qualunque cosa, anche oltre il verosimile. Posto che tutto è perfettibile e che riflettere e argomentare sui segni dei tempi porta sempre a uno sviluppo – dovrebbe essere questa la radice del cammino sinodale della Chiesa universale – dobbiamo fare, però, anche i conti con la realtà sotto i nostri occhi: per molti, oggi, la formazione diventa una scusa a portata di mano per non assumersi le proprie responsabilità.

Abbiamo parlato di universalità, fraternità: sfide come tante e tante altre che gli anni del seminario pongono e che possono essere affrontate solo con la buona volontà e la verità di ognuno. Infatti, nonostante tutto, ancora oggi le strutture formative offrono strumenti di crescita, umana e spirituale, che, solo se accolti, possono portare frutto. E, come troppo poco ci ricordiamo, questi strumenti, a noi offerti, tanti altri nostri coetanei non li hanno o faticano ad averli, inghiottiti come sono dalla spirale di una quotidianità che troppo spesso impedisce di fermarsi con sé stessi. Riflettendo su questo mare magnum e su quali sfide ci ponga oggi il presente, mi tornano alla mente le parole del nostro compianto Vescovo, Mons. Filippo Strofaldi, che, nel 2007, scriveva: «Saranno sempre queste tre luci di posizione: Culto, Cultura e Carità ad orientare la barca di Pietro il Pescatore e sulla sua scia, la piccola barca della nostra Chiesa, a “prendere il largo” e a trovare l’approdo nel ritorno al porto.» Mi pare, nonostante i vent’anni passati, un attualissimo programma, non solo per la nostra Chiesa, ma anche per la vita e la formazione di chi si mette, più da vicino, alla sequela del Maestro.

Possiamo considerarli, infatti, tre elementi fondanti di una formazione che, a partire dal rapporto fondamentale con Dio, si declina nello studio, purtroppo tanto maltrattato negli ultimi tempi da un certo pensiero riduzionista – «A che mi servirà tutto questo??? Facciamo solo chiacchiere!» -, e nella carità: quella pastorale dell’impegno personale e quella verso i piccoli, attuata tanto tramite le esperienze della formazione, tanto nella propria quotidiana responsabilità. In sostanza, per l’atavica domanda del seminarista di oggi e di ieri la risposta può essere una sola: Sì! Abbiamo bisogno di gratitudine! Di una gratitudine piena, che non elimina le storture e non cristallizza in eterno un certo paradigma, ma è capace di riconoscere e valorizzare ciò che, in abbondanza, si riceve negli anni della formazione. Tanto la barca di Pietro il Pescatore, quanto la piccola barca della nostra Chiesa, necessitano di uomini grati, verso Dio e verso la propria storia. Grati pure a chi, nel bene e nel male, ha cercato e cerca di formare i futuri presbiteri delle nostre Chiese.

Come recita l’inno del nostro Seminario, che per tutti i seminaristi – anche i più recalcitranti – è un po’ un secondo inno nazionale, atteso a inizio e fine anno formativo come si attende l’inno prima di una partita dei mondiali (quando li giocavamo!): «In questo luogo Tu ci hai raccolti, casa e cenacolo, scuola di vita, con te presente noi formeremo come fratelli un solo cuore». Preghiamo il Signore perché, oltre a suscitare tante e sante vocazioni per la nostra Chiesa, conceda a chi è già in cammino – in tutte le fasi: dai primi passi, alla vita presbiterale – di potersi sentire sempre fratelli con un sol cuore, riconoscendo ogni esperienza della vita, a partire dagli anni del seminario, come casa e cenacolo in cui giocarsi e sperimentarsi. Ancora una volta, non mettiamo un punto a queste riflessioni: le lasciamo sospese, perché si possa continuare a scrivere con entusiasmo la storia delle nostre Chiese. La storia continua…

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