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Preghiamo nel dolore perché Dio ci conduce anche nel buio

Qualcuno, quando soffre, smette di pregare, qualcun altro comincia: c’è anche chi continua, ma non più come prima.

I Salmi nella Bibbia sono 150 e più di 40 – quasi un terzo! – sono preghiere motivate dalla sofferenza che gli addetti ai lavori chiamano lamentazioni o suppliche. Sono lamenti collettivi o individuali, originati dalle situazioni più svariate: malattia, persecuzione, guerra, solitudine, senso di colpa e altro ancora, ma nonostante questo non riescono a coprire tutti i motivi possibili perché le cause di dolore nella vita sono proprio tante, tantissime.
L’esperienza umana della sofferenza è una delle più comuni, ma contemporaneamente è così intima e personale che può diventare incomunicabile: non sempre chi è vicino può capire, o magari è proprio la persona sofferente che non riesce a verbalizzare il proprio vissuto, nemmeno con Dio. Anche perché quelli che covano dentro possono essere sentimenti molto forti, “bollenti”, come la rabbia: fino a che punto si può osare arrabbiarsi con Dio?

Alle pie orecchie degli amici di Giobbe le sue parole suonavano blasfeme, mentre per Dio erano preghiera. Ma Giobbe è un personaggio di fantasia, creato in vitro dal suo anonimo autore, perché era talmente giusto da non aver mai commesso alcun peccato nella sua vita: fino a che punto noi peccatori in carne e ossa possiamo permetterci di contendere con Dio?

Eppure, il dolore innocente e soprattutto degli innocenti esiste ed è evidentemente un’ingiustizia, uno scandalo: possiamo tacere quando lo incontriamo? Ma a chi possiamo rivolgerci? E come? Alcuni non credenti pensano che la fede sia una facile fonte di risposte per gente che non ha il coraggio di affrontare il mistero – o l’assurdo – dell’esistenza, ma forse non immaginano quante domande nascano proprio dalla scelta di credere, nonostante tutto.

Nei Vangeli secondo Marco e secondo Matteo anche le ultime parole di Gesù sono una domanda rivolta a Dio, e dunque una preghiera, ma che preghiera! “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. L’hanno riportata addirittura in aramaico per ribadire che era veramente uscita così dalla bocca del Cristo. Quante parole sono state scritte in seguito per mettere la sordina a quel grido e renderlo meno scandaloso: in fondo – si dice – sono le parole iniziali di un salmo che però alla fine esprime sentimenti di fiducia, e magari Gesù avrebbe voluto recitarlo tutto… Ognuno può pensare quello che vuole, anche perché poi il Risorto non ha voluto commentare quelle parole né giustificarle. Resta il fatto che sono parole rivolte a Dio, dunque preghiera, uscite dal fondo della massima sofferenza fisica e spirituale. Nell’udirle il suo carnefice non si scandalizzò, ma avendolo visto spirare proprio in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (cf. Mc 15,39).

La risposta a quel grido è stata la Risurrezione, che quindi è arrivata dopo la morte: penso sia così anche per molte altre preghiere.

I libri di Isaia e dell’Apocalisse promettono che Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi e questa è la speranza cristiana: l’attesa della vita eterna e beata. Nel frattempo, ci è data la possibilità di pregare in ogni circostanza, nella gioia e nel dolore, nella gratitudine e nell’angoscia. Mettersi nelle mani di Dio, affidarsi a lui comunque, lasciarsi condurre anche nel buio: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).

Qualcuno, quando soffre, smette di pregare, qualcun altro comincia: c’è anche chi continua, ma non più come prima. Si prega per ottenere salvezza dai mali presenti oppure si prega per trovare un senso al dolore, ma alla fin fine si prega perché Dio è Dio, perché “il mio bene è stare vicino a Dio” (Sal 73,28). Preghiamo perché siamo amati e amiamo, anche quando non ne otteniamo un vantaggio concreto.

di Giorgio Ronzoni – Sir

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