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Ci sono sogni che possono aiutare a diagnosticare le malattie neurodegenerative?

“Sognare ad occhi aperti” talvolta è sinonimo di scarso realismo, di sterile illusione. Sarebbe meglio, allora, dare libero sfogo alla nostra attività onirica soltanto nei periodi di sonno? Forse.

Ma è anche vero che i nostri sogni notturni possono essere bizzarri, inquietanti, talvolta spaventosi. E quando ciò avvenisse di frequente – si domandano gli studiosi – sarebbe solo questione di mancata “igiene mentale” oppure ricorrenti sogni turbati potrebbero costituire il campanello d’allarme dell’insorgere di qualche patologia?

Da qualche decennio, se lo chiede anche Isabelle Arnulf, responsabile della clinica dei disturbi del sonno dell’Ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi, studiosa del sonno e dei disturbi ad esso associati. In una sua recente intervista (rilasciata a “Pour la Science”, edizione francese di “Scientific American”), la neurologa discute se la depressione o i traumi influiscono sui sogni e se ci si deve preoccupare degli incubi ricorrenti.

In generale, Arnulf è convinta che i sogni, da soli, non siano sufficienti per diagnosticare un disturbo mentale. Tuttavia, alcune caratteristiche di un sogno possono dare qualche suggerimento. Per esempio, la frequenza degli incubi è generalmente più elevata nelle persone con un disturbo mentale, sia esso depressione, ansia o disturbo da stress post-traumatico. Nel caso della depressione, i sogni sono molto negativi e rispecchiano lo stato mentale delle persone depresse durante il giorno, come hanno dimostrato gli studi di Dieter Riemann e colleghi dell’Università di Friburgo (Germania).

Tuttavia, le cose non sono così semplici. Durante le prime settimane di trattamento, infatti, gli antidepressivi spesso sopprimono il sonno REM – la fase in cui si sogna di più – e di solito ci vuole un mese affinché i pazienti ricordino di nuovo i loro sogni. Pertanto, è problematico comprendere il legame tra sogni e depressione, comprendendo quale di essi influenzi l’altro.

Circa gli incubi ricorrenti, per molto tempo sono stati osservati prevalentemente attraverso la lente della psicoanalisi, che li spiegava come un trauma irrisolto da affrontare con la psicoterapia. La Arnulf, invece, mette in dubbio questa certezza, suggerendo di fare una diagnosi medica prima di rivolgersi a uno psicologo. “Quando ho iniziato la mia ricerca, – racconta la neurologa – un giornalista di ‘Le Monde’ è venuto a trovarmi per uno screening delle apnee notturne. Nel corso della conversazione, mi disse che da dieci anni faceva lo stesso incubo in cui infilava la testa nel collo di una bottiglia e soffocava. Con il suo psicanalista, sono giunti alla conclusione che stava rivivendo la sua nascita. In realtà, stava soffocando davvero, con un’apnea per ogni minuto di sonno ogni notte. Gli abbiamo proposto una macchina CPAP (pressione positiva continua delle vie aeree) e gli incubi sono scomparsi la prima notte!”.

Ovviamente, ciò non esclude che in alcuni casi possa essere coinvolta un’origine psicologica. Facciamo brutti sogni durante un periodo di stress, probabilmente perché il cervello ha un maggiore bisogno di digerire le emozioni negative e vuole simulare le minacce che affrontiamo, che è un’altra funzione presunta dei sogni.

Gli incubi non sono inevitabili, possono essere trattati. Tecniche come la rielaborazione di immagini mentali, infatti, così come le terapie farmacologiche, sono molto efficaci, secondo almeno una revisione della letteratura scientifica. Ma prima, un accurato consulto medico, possibilmente con uno specialista del sonno, deve escludere una serie di cause organiche. Ciò è tanto più importante in quanto alcuni tipi di sogni fanno pensare a patologie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson o la demenza a corpi di Lewy.

Ritorna, quindi l’interrogativo fondamentale: ci sono sogni che possono aiutare a diagnosticare le malattie neurodegenerative? Ad oggi, ad esempio, sappiamo che i sogni “agitati” (quelli in cui i pazienti imitano tutto ciò che stanno vivendo in sogno) sono caratteristici dell’RBD, un disturbo del comportamento motorio che si manifesta durante il sonno REM. Oltre l’80% dei pazienti affetti da questo disturbo sviluppa una patologia neurodegenerativa entro 10-15 anni dall’esordio dell’RBD. Il più delle volte si tratta del morbo di Parkinson. In effetti, l’incapacità del cervello di inibire i movimenti durante i sogni è un segno che il cervello sta già iniziando a essere danneggiato, perché questo fenomeno deriva dal danneggiamento dell’area del tronco cerebrale che normalmente inibisce i movimenti. Si tratta quindi di un segnale di allarme molto forte.

In pratica, i sogni delle persone affette dal morbo di Parkinson hanno un tono più aggressivo e coinvolgono più spesso gli animali. Inoltre, le qualità insolite dei loro sogni sembrano corrispondere a danni nei lobi frontali.

Per i soggetti affetti da Alzheimer, invece, il problema è che ricordano meno i loro sogni. Inoltre, poiché la corteccia viene danneggiata per prima, gli schemi caratteristici del sonno sono meno distinguibili sugli elettroencefalogrammi, il che complica la ricerca. Molti si svegliano anche presto, il che non facilita le cose. Si sa solo che non si verificano azioni fisiche, a differenza di quanto accade nei sogni dei pazienti con RBD.

In definitiva, si può affermare che i sogni possono fornire informazioni preziose sulla nostra salute mentale e neurologica. Non sono ancora sfruttati abbastanza perché sono stati a lungo appannaggio esclusivo della psicoanalisi. Ma le cose stanno progredendo: sempre più medici se ne interessano, avendo capito che tenerne conto può aiutare nella diagnosi.

Fonte: Maurizio Calipari – Sir

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