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La chiesa degli italiani nel centro di Lisbona

Nella capitale lusitana, l’Italia è presente da secoli e si ritrova nella chiesa dedicata alla Madonna di Loreto e costruita nel 1550. Da qui passeranno moltissimi giovani pellegrini della Gmg 2023

I ragazzi italiani che nei giorni della Gmg si troveranno a passare nel centro storico di Lisbona troveranno un posto dal clima “familiare” dove l’«Italia» esiste almeno dal XV secolo: la chiesa di Nostra Signora di Loreto. Questo antico luogo di culto, conosciuto nella capitale lusitana come la «chiesa degli italiani», fu costruita nel 1550 con i soldi dei tanti armatori e commercianti che avevano fatto di Lisbona la loro base.

La comunità aveva una composizione varia, perché c’erano liguri, toscani, marchigiani, che si erano però tutti riuniti sotto il titolo di «Nazione italiana», anche se l’Italia di fatto non esisteva ancora come nazione. Alla fine del XV secolo, quindi, gli italiani decisero di autotassarsi per comprare il terreno e costruire una chiesa, che venne dedicata alla Vergine di Loreto.

Dal 1953 la chiesa è retta dai padri dehoniani. «Ogni domenica alle 11.30 diciamo Messa in italiano – racconta padre Francesco Temporin, classe 1943, originario di Carrara San Giorgio (Padova), rettore della chiesa dal 2002 – ed è sempre molto partecipata. Ma gli abitanti di Lisbona vengono qui da tutta la città soprattutto per le confessioni, che è un po’ il nostro ministero principale. Siamo felici di accogliere ora i giovani della Gmg, soprattutto i tanti italiani che verranno».

La chiesa è un piccolo scrigno di tesori d’arte ed è stata più volte ricostruita sempre grazie all’impegno della comunità italiana (l’ultima volta dopo il grande terremoto nel 1755). Gli altari sono dedicati ai patroni delle città italiane, mentre la statua della Madonna di Loreto si trova sopra l’altare maggiore. L’altare principale, invece, è frutto del lavoro di padre Paolo Riolfo, 85 anni, anche lui padovano: «L’ho costruito con le mie mani per il Natale del 1965, poco dopo essere arrivato qui», racconta con una punta di orgoglio.

di Matteo Liut – Avvenire

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