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Il Vangelo è potenza di Dio per chiunque crede

Seconda predica di Quaresima del card. Cantalamessa / seconda parte

Cosa dice la parola di Dio a una Chiesa che – pur ferita in sé stessa e compromessa agli occhi del mondo – ha un sussulto di speranza e vuole riprendere, con nuovo slancio, la sua missione evangelizzatrice? Dice che bisogna ripartire dalla persona di Cristo, parlare di lui “a tempo e fuori tempo”; non dare mai per esaurito, o supposto, il discorso su di lui. Gesù non deve stare sullo sfondo, ma al cuore di ogni annuncio.

Il mondo secolare fa di tutto (e purtroppo ci riesce!) per tenere il nome di Gesù lontano, o taciuto, in ogni discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare di tutto per tenerlo sempre presente. Non per ripararci dietro di esso, ma perché è lui la forza e la vita della Chiesa. All’inizio della Evangelii gaudium, leggiamo queste parole:
“Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui”.

Che io sappia, questa è la prima volta che, in un documento ufficiale del Magistero, compare l’espressione “incontro personale con Cristo”. Nonostante la sua apparente semplicità, questa espressione contiene una novità che dobbiamo cercare di capire.

Nella pastorale e nella spiritualità cattolica erano familiari, in passato, altri modi di concepire il nostro rapporto con Cristo. Si parlava di un rapporto dottrinale, consistente nel credere in Cristo; di un rapporto sacramentale che si realizza nei sacramenti, di un rapporto ecclesiale, in quanto membra del corpo di Cristo che è la Chiesa; si parlava anche di un rapporto mistico o sponsale riservato ad alcune anime privilegiate. Non si parlava – o almeno non era comune parlare – di un rapporto personale – come tra un io e un tu – aperto a ogni credente.

Durante i cinque secoli che abbiamo alle spalle – che impropriamente vengono detti “della Controriforma” – la spiritualità e la pastorale cattolica hanno guardato con sospetto a questo modo di concepire la salvezza. Vi si vedeva il pericolo (tutt’altro che remoto e ipotetico del resto) del soggettivismo, cioè di concepire la fede e la salvezza come un fatto individuale, senza un vero rapporto con la Tradizione e con la fede del resto della Chiesa. Il moltiplicarsi delle correnti e delle denominazioni nel mondo Protestante non faceva che rafforzare questa convinzione.
Ora noi siamo entrati, grazie a Dio, in una fase nuova in cui ci sforziamo di vedere le differenze, non necessariamente come incompatibili tra di loro e quindi da combattere, ma, fin dove è possibile, come ricchezze da condividere. In questo nuovo clima, si capisce l’esortazione ad avere un “rapporto personale con Cristo”. Questo modo di concepire la fede ci sembra, anzi, l’unico possibile da quando la fede non è più un fatto scontato che si assorbe da bambini con l’educazione familiare e scolastica, ma è frutto di una decisione personale. Il successo di una missione non si può più misurare dal numero delle confessioni ascoltate e delle comunioni distribuite, ma da quante persone sono passate dall’essere cristiani nominali a cristiani reali, cioè convinti e attivi nella comunità.

Cerchiamo di capire in che cosa consiste, in concreto, questo famoso “incontro personale” con Cristo. Io dico che è come incontrare una persona dal vivo, dopo averlo conosciuto per anni solo in fotografia. Si possono conoscere libri su Gesù, dottrine, eresie su Gesù, concetti su Gesù, ma non conoscere lui vivente e presente. (Insisto soprattutto su questi due aggettivi: un Gesù risorto e vivo e un Gesù presente!). Per tanti, anche battezzati e credenti, Gesù è un personaggio del passato, non una persona viva nel presente.

Aiuta a capire la differenza quello che succede nell’ambito umano, quando si passa dal conoscere una persona all’innamorarsi di essa. Uno può conoscere tutto di una donna o di un uomo: come si chiama, quanti anni ha, che studi ha fatto, a quale famiglia appartiene …Poi un giorno scocca una scintilla e si innamora di quella donna o di quell’uomo. Cambia tutto. Si vuole stare con quella persona, piacerle, averla per sé, si ha paura di dispiacerle e di non essere degni di essa.

Come fare perché scocchi in tanti quella scintilla nei confronti della persona di Gesù? Essa non si accenderà in chi ascolta il messaggio del Vangelo, se non si è accesa prima – almeno come desiderio, come ricerca e come proposito – in chi lo proclama. Vi sono state e vi sono eccezioni perché la parola di Dio ha una forza propria e può agire, a volte, anche se pronunciata da chi non la vive; ma è l’eccezione.

Per la consolazione e l’incoraggiamento di quanti lavorano istituzionalmente nel campo dell’evangelizzazione, vorrei dire loro che non tutto dipende da essi. Da essi dipende creare le condizioni perché si accenda quella scintilla e si diffonda. Ma essa scocca nei modi e nei momenti più impensati. Nella maggioranza dei casi che ho conosciuto nella mia vita, la scoperta di Gesù che ha cambiato la vita era stata occasionata dall’incontro con qualcuno che aveva già sperimentato quella grazia, dalla partecipazione a un raduno, dall’ascolto di una testimonianza o di una parola di Dio, dall’aver sperimentato la presenza di Dio in un momento di grande sofferenza, e – non posso tacerlo, perché è avvenuto così anche per me – dall’aver ricevuto il battesimo dello Spirito.

Qui si vede la necessità di fare più assegnamento sui laici, uomini e donne, per l’evangelizzazione. Essi sono più inseriti nelle maglie della vita in cui si realizzano di solito queste circostanze. Molti di essi hanno scoperto cosa significa conoscere un Gesù vivo e sono ansiosi di condividere con altri questa loro scoperta. I movimenti ecclesiali, sorti dopo il Concilio, sono stati per tantissimi il luogo in cui hanno fatto tale scoperta. Nella sua omelia per la Messa crismale del Giovedì Santo 2012, l’ultimo del suo pontificato, Benedetto XVI affermò: “Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”. Accanto ai frutti buoni, alcuni di questi movimenti hanno prodotto anche frutti marci. Bisognerebbe ricordarsi del detto: “Non buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Termino con le parole conclusive dell’Itinerario della mente a Dio di san Bonaventura, perché esse ci suggeriscono da dove cominciare per realizzare, o rinnovare, questo nostro “rapporto personale con Gesù”: “Questa sapienza mistica segretissima nessuno la conosce se non chi la riceve; nessuno la riceve se non chi la desidera; nessuno la desidera se non chi è infiammato nell’intimo dallo Spirito Santo mandato da Cristo sulla terra”.


Leggi qui la prima parte:

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