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Seconda predica di Quaresima del card. Cantalamessa

Dall’Evangelii Nuntiandi di san Paolo VI all’Evangelii gaudium dell’attuale Sommo Pontefice, il tema dell’evangelizzazione è stato al centro dell’attenzione del Magistero papale. Ad esso hanno contribuito le grandi encicliche di san Giovanni Paolo II, come pure l’istituzione del Pontificio consiglio per l’evangelizzazione, promosso da Benedetto XVI. La stessa preoccupazione si nota nel titolo dato alla costituzione per la riforma della Curia Praedicate Evangelium e nella denominazione “Dicastero per l’Evangelizzazione”, data all’antica Congregazione di Propaganda Fide. La stessa finalità è assegnata ora principalmente al Sinodo della Chiesa. È ad essa, cioè all’evangelizzazione, che è dedicata la presente meditazione.

La definizione più breve e più pregnante dell’evangelizzazione è quella che si legge nella Prima Lettera di Pietro. In essa, gli apostoli sono definiti: “coloro che vi hanno annunciato il Vangelo nello Spirito Santo” (1 Pt 1,12). Vi è espresso l’essenziale sull’evangelizzazione, e cioè il suo contenuto – il Vangelo – e il suo metodo – nello Spirito Santo.

Per sapere cosa si intende con la parola “Vangelo”, la via più sicura è chiederlo a colui che per primo ha usato questa parola greca e l’ha resa canonica nel linguaggio cristiano, l’apostolo Paolo. Abbiamo la fortuna di possedere un esposto di suo pugno che spiega cosa egli intende per “Vangelo”, ed è la Lettera ai Romani. Il tema di essa viene annunciato con le parole: “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16).

Per la riuscita di ogni nuovo sforzo di evangelizzazione è vitale avere chiaro il nucleo essenziale dell’annuncio cristiano, e questo nessuno lo ha messo in luce meglio dell’apostolo nei primi tre capitoli della Lettera ai Romani. Dal capire e applicare alla situazione attuale il suo messaggio dipende, sono convinto, se dai nostri sforzi nasceranno figli di Dio, o se si dovrà ripetere amaramente con Isaia: “Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento; non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo” (Is 26,18).

Il messaggio dell’Apostolo in quei primi tre capitoli della sua Lettera si può riassumere in due punti: primo, qual è la situazione dell’umanità dinanzi a Dio in seguito al peccato; secondo, come si esce da essa, cioè come si è salvati per la fede e fatti nuova creatura. Seguiamo l’Apostolo nel suo serrato ragionamento. Meglio, seguiamo lo Spirito che parla per mezzo di lui.

Chi ha fatto dei viaggi in aereo, avrà ascoltato qualche volta l’annuncio: “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo per entrare in una zona di turbolenza”. Bisognerebbe far risuonare lo stesso avvertimento a chi si accinge a leggere le parole che seguono di Paolo.

“L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,18-23).

Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato, come si vede, nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, l’Apostolo lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio. Strano! Questo fatto di non glorificare e ringraziare abbastanza Dio, a noi sembra, sì, un peccato, ma non così terribile e mortale. Bisogna capire cosa si nasconde dietro di esso: il rifiuto di riconoscere Dio come Dio, il non tributare a lui la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.

Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7,9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100,3). Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di cancellare, di propria iniziativa, quasi di prepotenza, la differenza infinita che c’è tra essa e Dio. Il peccato attacca, in tal modo, la radice stessa delle cose; è un “soffocare la verità nell’ingiustizia”. È qualcosa di molto più fosco e terribile di quanto l’uomo possa immaginare o dire. Se gli uomini conoscessero da vivi, come lo conosceranno al momento della morte, cosa significa il rifiuto di Dio, morirebbero di spavento.

Tale rifiuto ha preso corpo, abbiamo sentito, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore. Nell’idolatria l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio; è lui a decidere di Dio, non viceversa. I ruoli vengono invertiti: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9,20 ss). Oggi questo tentativo antico ha preso una veste nuova. Essa non consiste nel mettere qualcosa – neppure se stessi – al posto di Dio, ma nell’abolire, puramente e semplicemente, il ruolo indicato dalla parola “Dio”. Nichilismo! Il Nulla al posto di Dio. Ma non è il caso di trattenerci su ciò in questo momento; interromperebbe l’ascolto dell’Apostolo che invece continua il suo ragionamento serrato.

Paolo prosegue la sua requisitoria mostrando i frutti che scaturiscono, sul piano morale, dal rifiuto di Dio. Da esso deriva una generale dissoluzione dei costumi, un vero e proprio “torrente di perdizione” che trascina l’umanità in rovina. E qui l’Apostolo traccia un quadro impressionante dei vizi della società pagana. La cosa più importante da ritenere, da questa parte del messaggio paolino, non è, però, questa lista di vizi, presente, tra l’altro, anche presso i moralisti stoici del tempo. La cosa a prima vista sconcertante è che san Paolo fa di tutto questo disordine morale, non la causa, ma l’effetto dell’ira divina. Per ben tre volte ritorna la formula che afferma ciò in modo inequivocabile:

“Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità. […] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami […]. Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa di un’intelligenza depravata” (Rm 1,24.26.28).

Dio non “vuole” certamente tali cose, ma egli le “permette” per far comprendere all’uomo dove porta il rifiuto di lui.

“Queste azioni – scrive sant’Agostino – sebbene siano castigo, sono esse pure dei peccati, perché la pena dell’iniquità è di essere, essa stessa, iniquità; Dio interviene a punire il male e dalla sua stessa punizione pullulano altri peccati”.

Non ci sono distinzioni davanti a Dio tra giudei e greci, tra credenti e pagani: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rom 3,23). L’Apostolo ci tiene tanto a mettere in chiaro questo punto che a esso dedica l’intero capitolo secondo e parte del terzo della sua Lettera. È tutta l’umanità che si trova in questa situazione di perdizione, non questo o quell’individuo o popolo.

Dove sta, in tutto questo, l’attualità del messaggio dell’Apostolo di cui parlavo? Sta nel rimedio che il Vangelo propone a questa situazione. Esso non consiste nell’impegnarsi in una lotta per la riforma morale della società, per la correzione dei suoi vizi. Sarebbe, per lui, come voler sradicare un albero cominciando a togliergli le foglie o i rami più sporgenti, oppure un preoccuparsi di eliminare la febbre, anziché curare il male che la provoca.

Tradotto in linguaggio attuale, questo significa che l’evangelizzazione non comincia con la morale, ma con il kerygma; nel linguaggio del Nuovo Testamento, non con la Legge, ma con il Vangelo. E qual è il contenuto, o il nucleo centrale, di esso? Cosa intende Paolo per “Vangelo” quando dice che esso “è potenza di Dio per chiunque crede”? Credere in che cosa? “Si è manifestata la giustizia di Dio!” (Rm 3,21): ecco qual è la novità. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene. Il fatto nuovo è che, nella pienezza dei tempi, Dio ha agito, ha rotto il silenzio, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore.

Ma ascoltiamo ormai direttamente l’Apostolo che ci spiega in che cosa consiste questo “agire” di Dio. Sono parole che abbiamo letto o ascoltato centinaia di volte, ma le arie di una bella sinfonia si ama riascoltarle sempre di nuovo:

“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù (Rm 3,23-26).

Vorrei subito tranquillizzare tutti: non intendo fare un’ennesima predica sulla giustificazione mediante la fede. C’è un pericolo nell’insistere unicamente su questo tema. Non è una dottrina quella che Paolo ci presenta, ma un evento, anzi una persona. Noi non siamo salvati genericamente “per la grazia”: siamo salvati per la grazia di Cristo Gesù; non siamo giustificati genericamente “mediante la fede”: siamo giustificati mediante la fede in Cristo Gesù. Tutto è cambiato “in virtù della redenzione operata da Cristo Gesù”. Il vero articolo con cui sta o cade la Chiesa (il famoso Articulum stantis et cadentis Ecclesiae) non è una dottrina, ma una persona.

Io rimango senza parole ogni volta che rileggo questa parte della Lettera ai Romani. Dopo aver descritto, con i toni che abbiamo sentito, la situazione disperata dell’umanità, l’Apostolo ha il coraggio di dire che essa è radicalmente cambiata a causa di quello che è avvenuto pochi anni prima, in una oscura parte dell’Impero Romano, ad opera di un singolo uomo, morto per di più su una croce! Solo un “acuto” dello Spirito Santo, una sua folgorazione, poteva dare a un uomo l’ardire di credere e proclamare questa cosa inaudita. Tanto più che questo stesso uomo un tempo diventava “furibondo” se qualcuno osava proclamare in sua presenza una cosa del genere. Il diacono Stefano ne aveva fatto le spese…

In noi lo shock è attutito da venti secoli di conferme, ma pensiamo a come dovevano suonare le parole dell’Apostolo a delle persone colte del tempo. Se ne rendeva conto lui stesso; per questo ha sentito il bisogno di dire: “Io non mi vergogno del Vangelo” (Rom 1,16). Ci si poteva infatti vergognare di esso. Io non riesco a capire come degli storici onesti possano credere (come è avvenuto per tanto tempo) che Paolo abbia attinto questa sua certezza dai culti ellenistici, o non so da quale altra fonte. Chi aveva mai immaginato, o poteva umanamente immaginare, una cosa del genere?

Ma torniamo al nostro intento specifico che è l’evangelizzazione. Cosa impariamo dalla parola di Dio appena riascoltata? Ai pagani, Paolo non dice che il rimedio alla loro idolatria sta nel tornare a interrogare l’universo per risalire dalle creature a Dio; ai giudei, non dice che il rimedio sta nel tornare a osservare meglio la Legge di Mosè. Il rimedio non è in alto o indietro; è in avanti, è nell’accogliere “la redenzione operata da Cristo Gesù”.

Paolo, a dire il vero, non dice una cosa del tutto nuova. Se fosse lui l’autore di questo inaudito messaggio, avrebbero ragione quelli che dicono che il vero fondatore del cristianesimo è Saulo di Tarso, non Gesù di Nazareth. Ma si sbagliano! Paolo non fa che riprendere, adattandolo alla situazione del momento, l’annuncio inaugurale della predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Sulla sua bocca “convertitevi” non voleva dire, come nei profeti antichi e in Giovanni Battista: “Tornate indietro, osservate la Legge, i comandamenti!”; significa piuttosto: “Fate un balzo in avanti; entrate nel Regno che è venuto gratuitamente tra voi! Credete al Vangelo!” Convertirsi è credere. “La prima conversione consiste nel credere”, ha scritto san Tommaso d’Aquino: prima conversio fit per fidem. Né il discorso di Gesù né quello di Paolo si fermano, naturalmente, a questo punto.

Nella sua predicazione Gesù esporrà cosa comporta accogliere il Regno, e Paolo dedicherà tutta la seconda parte della sua Lettera a elencare le opere, o le virtù, che devono caratterizzare chi è diventato creatura nuova. Al kerygma fa seguire la parenesi, all’annuncio l’esortazione. L’importante è l’ordine da seguire nella vita e nell’annuncio, da dove cominciare, giacché, diceva già san Gregorio Magno “non si perviene alla fede partendo dalle virtù, ma alle virtù partendo dalla fede”. Ogni iniziativa di evangelizzazione che volesse cominciare con il riformare i costumi della società, prima di cercare di cambiare il cuore delle persone, è votata a finire nel nulla, o, peggio, in politica.

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