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«Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione»

Il ricordo di Benedetto XVI e della sua testimonianza

A poco più di due mesi dalla morte del Papa Emerito Benedetto XVI, dopo tutti i giudizi e le analisi del suo pensiero e della sua azione pastorale che hanno riempito speciali televisivi e pagine intere di giornali, penso ci sia ben poco da aggiungere. È stato un Papa dal pensiero alto, fondato teologicamente in modo ineccepibile (anche se talora contestato), capace ad esempio di tenere migliaia di persone avvinte a una dotta analisi della particella “di” nell’espressione “Testimoni di Gesù Risorto”. Avvenne a Verona, durante la Messa da lui presieduta allo stadio, a cui ero presente perché partecipante al Convegno Ecclesiale della Chiesa Italiana, nel 2006: e ricordo come tutti rimanemmo affascinati dalle prospettive che riusciva ad aprire da una così semplice parola di due lettere. E come dimenticare il suo Discorso ai giovani a Colonia, nell’agosto 2005, pochi mesi dopo la sua elezione? In quell’occasione affermò in modo deciso: «I santi sono i veri riformatori.

Ora vorrei esprimerlo in modo ancora più radicale: solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo». Non era una novità, questa sua affermazione: il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, e pochi giorni prima della sua elezione a Papa, il Cardinale Ratzinger aveva affermato a Subiaco: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia!». Essere toccati da Dio, lasciarsi illuminare da Lui per poterlo poi quasi “reintrodurre” nel mondo, perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva», scrisse all’inizio della sua prima Enciclica, intitolata significativamente Deus Caritas est, Dio è Amore!

La sua scelta, che così tanto fece discutere (e lo ha fatto anche in occasione della sua morte), di dare le dimissioni e di ritirarsi in silenzio in un monastero, pur dentro le mura vaticane, va inserita in questa linea. È come se ci avesse ricordato che si può sostenere -di più: guidare! – la Chiesa non solo “facendo”, ma anche (anzi, forse soprattutto) “rimanendo” in adorazione e preghiera profonda alla presenza del Signore. A un bambino che gli chiedeva cosa fosse l’adorazione, rispose: «Adorazione è riconoscere che Gesù è mio Signore, che Gesù mi mostra la via da prendere… adorare è dire: “Gesù, io sono tuo e ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te”… L’adorazione nella sua essenza è un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico: “Io sono tuo, e ti prego, sii anche tu sempre con me”». Non a caso, quindi, le ultime sue parole sono state: «Signore, ti amo!».

di Pino Natale

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