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Commento al Vangelo Mt 1,18-24

La liturgia dell’Anno A ci porta sulla soglia di Betlemme attraverso lo sguardo di Giuseppe. Siamo abituati troppo allo sguardo di Maria che ci dimentichiamo spesso che anche per Giuseppe ci fu un’annunciazione. Dio non fa le cose da solo ma ha bisogno dell’umanità e interviene nella cosa più importante che ha dato agli uomini: la relazione, l’amore, l’unione tra l’uomo e la donna. Entriamo nel Natale con lo sguardo di Giuseppe.

Si, proprio lui, il carpentiere, l’uomo giusto come ci racconta Matteo. Anche Giuseppe arriva al Natale con mille problemi forse proprio come noi. Il Vangelo ci dice che Maria e Giuseppe sono in attesa delle nozze. Le nozze erano un rituale stupendo e duravano una settimana. Potremmo dire il sogno di tutti i ragazzi di 21 anni (questa era probabilmente l’età di Giuseppe), di tutte le coppie innamorate. Maria e Giuseppe non avevano fatto nessun voto di verginità anzi era una maledizione non avere figli; mai una ragazza e un ragazzo avrebbero fatto voto di celibato.

Con i figli si partecipava alla benedizione di Abramo e tra quei figli poteva esserci il Messia. Giuseppe ha saputo in qualche modo che Maria aspetta un figlio. Era normale che accadeva una cosa del genere, il problema è un altro: non era stato Giuseppe. Giuseppe si ritrova ad avere di colpo una tragedia in casa. Possiamo immedesimarci nei sentimenti di Giuseppe e immaginarci le sue notti come la notte descrittaci nel Vangelo. Questo ragazzo era innamorato, ha fatto dei progetti ed ora tutto distrutto. Ma come, Maria, proprio lei, lui si fidava di lei; non riesce a capacitarsi di essere stato tradito, non si capacita di avere sbagliato a scegliere. Quante volte è successo anche a noi di esserci pentiti di una scelta e non capacitarci.

Quante volte abbiamo toccato con mano la delusione di una persona o forse anche di noi stessi e allora tutto diventa nero, notti insonni. Certe notti non passano più. Giuseppe soffriva perché doveva prendere una decisione: a norma di legge sarebbe dovuto andare dal rabbino e dire quel figlio non è mio. In passato la torah prevedeva che le donne venissero lapidate; al tempo di Gesù non era più così sicuro per cui Giuseppe trova un escamotage: andrà dal rabbino e dirà che si era stancato di lei e la rifiuterà. Giuseppe in qualche modo fa sì che non soltanto Maria abbia salvo l’onore ma che egli stesso finirà con l’essere considerato dalla gente del paese un po’ lunatico, uno che cambia idea, uno che ha abbandonato la propria fidanzata che aspettava suo figlio.

Giuseppe è disposto a portare sulle sue spalle il peso di una calunnia falsa e infamante nonostante si trovi a subire un’ingiustizia. Giuseppe è un uomo giusto, “dikaios”. È la qualità di chi sa applicare la giustizia cioè essere conformi alla volontà di Dio. Per un ebreo dire giusto significa dire santo. Giusto significa anche andare in profondità alle cose, non giudica secondo le apparenze. Non voleva accusarla pubblicamente, così scrive Matteo. Bella questa cosa: non vuole accusarla in pubblico. Bello eh? Come noi che ormai siamo drogati di piazza pubblica, di facebook, di social, dove mettiamo in piazza tutto secondo le nostre visioni personali. Siamo diventati una società oscena in cui mettiamo “sulla scena” tutto quello che pensiamo. Si, abbiamo perso il senso dell’interiorità. Invece Giuseppe non vuole mettere in piazza non soltanto la sua vicenda ma soprattutto il percorso interiore di Maria. Giuseppe sta considerando queste cose quando gli appare un angelo.

Di notte, la notte della debolezza, del dubbio. Anche questo passaggio è molto bello: Giuseppe prima decide e poi arriva l’angelo; un angelo gli viene in sogno dopo che lui aveva deciso. Giuseppe non ha il sogno e poi decide ma decide prima e poi sogna. Questo ci dice ancora una volta come lavora Dio: Egli non viene magicamente per risolvere i nostri problemi o per suggerirci che cosa fare ma attraverso la coscienza, l’intelligenza, la preghiera, l’interiorità e la giustizia e la capacità di sognare che abbiamo un po’ perso, diventiamo capaci di fare le scelte che ci portano alla pienezza alla vita.

Giuseppe si sveglia e prende con sé Maria. Non è facile (io non ce l’avrei fatta) prendere gli altri con sé perché abbiamo paura ad amare, abbiamo paura a lasciarci amare, abbiamo paura di fidarci degli altri. Prendere con sé gli altri vuol dire farsene carico ma non sostituirsi a loro. Giuseppe ci insegna la capacità di prendere con sé, di assumere quello che sono gli altri così come sono. Un giorno Gesù dirà di prendere su di sé la pecora smarrita. Infine, Giuseppe impara ad allargare lo sguardo a non rimanere nell’ottica personale di come andrebbero fatte le cose. E non si è sbagliato. Il suo Sì è straordinario e permette a te e a me di essere qui a celebrare ancora il Natale.

Questo è il Natale che mi piace; siamo ormai alle ultime battute e fra pochi giorni sarà Natale. Che bello aver avuto ancora una volta la possibilità di celebrare l’Avvento. Che bello aver avuto ancora la volta la possibilità di riflettere su questo Dio che viene e ci prende quando meno ce lo aspettiamo. Che bello aver trovato la figura di Maria, questa giovane adolescente che fa della sua vita un sì; che bello avere meditato riflettuto sul grandissimo Giovanni Battista che pure è pieno di dubbi come me e si chiede se dobbiamo aspettare qualcun altro. Signore sei tu o abbiamo sbagliato tutto? Che bello essere presi per mano da Giuseppe, il sognatore, l’uomo giusto che ci insegna a non avere paura di prendere le decisioni giuste anche controcorrente, a non giudicare secondo le apparenze. Allora ultimi giorni di avvento?

Non sprechiamoli!

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