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Sine organo, nulla ecclesia

Esce in questi giorni, presso l’editore Massa di Napoli, «L’organo, un suono, cento animi sospesi» di Maria Rosaria Russo. Il testo, corredato da numerose foto e da documenti d’archivio, ripercorre le vicende degli ultimi trent’anni del Grand’Organo del Santuario della Regina delle Vittorie di Pompei. Ricordi, fede, artigianato e musica si fondono per dar voce alle «emozioni che abitano i cuori e che sentono vive tutti coloro che partecipano alle celebrazioni accompagnate da questo magnifico Organo». Il libro verrà presentato a dicembre presso il Santuario di Pompei. Ecco l’introduzione.

prof. Luigi Bruno

Fede e memoria

Con gratitudine ringrazio la prof.ssa Russo per avermi invitato a scrivere queste poche righe di introduzione al suo libro; poche righe che non porteranno maggiore lustro al suo lavoro, già di per sé perfettamente valido, e ricco di studio e di passione, ma che possono suonare, mi si permetta, come un controcanto emotivo e, perché no, professionale alle sue parole. Il testo della Russo espone con dovizia di particolari le vicende dell’organo di Pompei, in particolare degli ultimi trent’anni, con un dettato in cui è percepibile l’entusiasmo e la devozione che ispira la giovane studiosa. La chiarezza e la precisione sono animate da una forte passione per il luogo e la storia del grande santuario, a cui evidentemente ella si congiunge non con la freddezza dell’esploratrice incuriosita, ma con il calore della fede e della continua pratica liturgica al servizio del culto divino. Personalmente ho trovato molto suggestiva la corte di musicisti che si sono avvicendati intorno allo strumento: Bossi, Remondi, De Sanctis, Capocci, Liucci, Vignanelli, tutti grandi organisti che hanno saputo apprezzare e valorizzare le qualità foniche del nostro organo, e le novità tecniche introdotte dal costruttore Inzoli, come il somiere a doppio scompartimento. E certamente le tante notizie tecniche, che per un appassionato di organi sono forse la parte più interessante e stimolante, non sono mai state disgiunte da uno sguardo interiorizzato e affettivo per una vicenda che nasce e si sviluppa nel grande alveo della fede cattolica e della devozione mariana, ad essa necessaria e finalizzata. 

Prima di tutto vorrei far parlare la memoria. Leggere le vicende dell’organo mi hanno fatto tornare alla mia infanzia, al mio primo venire in questo santuario, accompagnato per mano da mamma, alle preghiere menate a memoria. E soprattutto mi ha fatto tornare a quando, ad appena otto anni, per la prima volta, una domenica come tante altre, alla messa delle 11:00, fui chiamato a sedermi sull’organo della mia parrocchia, un meraviglioso Ruffatti di Padova, e ad accompagnare il coro di allora che più rock non si poteva: chitarra elettrica, con effetti vari, basso elettrico, microfoni di tutti i tipi, casse sistemate dappertutto, amplificatori Montarbo, mixer, e per non farci mancare niente, un aggeggino che simulava la batteria, e che faceva da intro ad ogni attacco. Insomma, quasi un inferno. Ma io ero intanto seduto su quell’organo a due tastiere! Ero proprio io, lì, dove avevo visto tante volte suonare il capellone che faceva da tastierista (e organista) del coro rock, e alle cui performance, (lui in piedi sui pedali, con una tastiera – la terza! – sistemata sopra la consolle)  mi sentivo irresistibilmente attratto da quello strumento, tutto potenza e flusso d’aria che ci arrivavano giù, sulla testa, da sopra la cantoria! Per la cronaca, l’ultima volta che quello stupendo strumento ha suonato c’ero io seduto sopra, a vedere se “aveva buoni polmoni”, come amava dire il Bach a ogni suo collaudo. Mentre suonavo: porte della chiesa spalancate, perché mi dovevano sentire (la chiesa di s. Giorgio è situata su una piccola collina che domina tutto il paese natale), inserito il Forte generale, cominciai a pestare a rotta di collo quel poverino che ad un certo punto mi venne meno tra le mani e, quasi con un gemito, spirò l’ultimo respiro. Il mantice era letteralmente crollato su se stesso, credo perché bucato o comunque lacerato in qualche modo. E fu così che “hai voluto l’organo, hai suonato l’organo”, e proprio io ho finito per scassarlo. Ma tant’è, oggi riposa in pace e nessuno se ne prende cura.

Tante voci, un solo Spirito

Ma tornando al titolo di questo mio intervento, che riecheggia in qualche modo quello del libro, “Un suono, cento animi sospesi”, vorrei subito sgombrare il campo da un possibile malinteso, ossia da una inopportuna polemica contro tutto ciò che, in specie nelle nostre parrocchie, oggi non è più organo: chitarra, tastiere, piano elettronico e quant’altro. Ritengo pura ideologia pensare che la liturgia possa avvalorarsi ulteriormente se durante le funzioni suoni un organo, o che, in caso contrario, si tratti di un impoverimento e quasi un ostacolo al valore di ciò che viene celebrato. Qui l’ignoranza la fa da padrona. Tuttavia è sotto gli occhi di tutti che una chitarra non potrà mai competere con un organo sia nel dare solennità alle celebrazioni, sia nell’elevare l’animo a Dio, o nel richiamare il mistero che nei sacri segni viene significato. E se Colui che celebra e viene celebrato nella liturgia è Colui che per la salvezza di molti («pro multos effundetur») ha dato il suo Sangue, come non offrirgli il meglio che possiamo? Ma tanto basti. In verità la mia riflessione vuole porre al centro quell’anelito che richiama tutti i fedeli a riconoscersi figli di un unico Padre, riuniti nello Spirito intorno all’unico altare, che è il Figlio sacrificato. Si tratta cioè di intravedere e di sottolineare un “valore” ecclesiologico e teologico dell’organo. La Chiesa come Corpo mistico di Cristo, «ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (s. Paolo agli Efesini, 4, 16). Orbene credo che una rappresentazione plastica di quanto s. Paolo scriveva agli Efesini sia data proprio da questa macchina stupefacente che è l’organo: centinaia, se non migliaia di canne, ognuna con una diversa forma e dimensione, capaci di emettere suoni differenti a seconda dei registri che le raggruppano in molteplici combinazioni e sovrapposizioni, il tutto connesso dall’unico flusso d’aria che parte dal mantice e attraverso il somiere, direttamente o mediante innumerevoli tubi e tubicini, anima ogni singola canna. Un congegno che non si limita soltanto a un vasta gamma di sonorità, ma diventa anche espressione dell’artigianato umano e della tecnologia, messi al servizio della liturgia e della vita ecclesiale. Dunque, come tante canne e altrettanti registi formano questo meraviglioso strumento, chiamato per la sua ricchezza sonora e timbrica “il re degli strumenti”, così l’impegno nel farsi Corpo mistico realizza ciò che l’organo ha come sua peculiare prerogativa, l’accordo di mille voci nell’unico suono: sine organo, nulla Ecclesia. Infine, vorrei proporre un punto di vista diverso, un taglio propriamente terreno, addirittura carnale riguardo all’organo. Tutti gli strumenti hanno una loro personalità e un carattere che li individua uno per uno e li fa riconoscere. Tuttavia tali peculiarità possono vivere soltanto nell’opera di ogni musicista, mediante la personalità del quale essa si manifesta. L’organo è uno strumento che non ammette sciatteria o meschinità, timore o qualunquismo. Ogni registro, ogni sfumatura vive nel grande musicista, il quale non fa altro che riversare attraverso lo strumento il suo mondo interiore. Riuscire a dominare una tale vastità e potenza sonore sono il segno certo di un grande spirito. Chiudo con una citazione che riprendo dal grande organista Jean Guillou: «Esiste, in effetti, strumento più sensuale di questo? Ogni sua nota non trae origine dall’aria che respiriamo, per venire ad accordarsi con le vibrazioni più profonde del nostro corpo? Una tale materia è quanto di più vivente esiste. Essa vive! Basta avvicinare l’orecchio alla canna per sentire ogni sorta di timbro avvolgersi attorno al suono fondamentale, come un vestito dai mille colori che gli dia nuovi impulsi. Che vi allontaniate o avviciniate, ogni nuova postazione vi darà una versione differente della nota che ascoltate, perché nessun altro strumento, meglio di questo, sa utilizzare e sfruttare lo spazio sonoro che gli è destinato. La Chiesa sarebbe perciò poco avveduta se volesse cercare nell’organo uno strumento le cui qualità fossero simbolo di misticismo o rinuncia. L’organo è carne. E questa carne vivrà finché la si saprà considerare come tale, e che si saprà scoprirne la sostanza». Tutto ciò rimanda alla parola divina che compendia il senso della storia umana e del cosmo, il passato e il presente di ogni rivelazione profetica o apostolica: et Verbum caro factum est.

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