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Incontrare Dante dove non te l’aspetti

“Onorate l’Altissimo poeta” declamava Dante nel IV canto dell’Inferno rivolgendosi alla sua guida nei regni dell’oltretomba, Virgilio. Noi oggi utilizziamo quelle stesse parole dedicandole a lui, padre della lingua italiana, riferimento decisivo della nostra identità nazionale, a livello linguistico, politico e culturale. Qualche giorno fa è stato celebrato il settecentesimo anniversario della sua morte avvenuta prematuramente (aveva circa 56 anni) a Ravenna nella nottetra il 13 eil 14 settembre del 1321.

Certo ebbe una vita molto movimentata: aveva varcato i confini dell’aldilà regalandoci attraverso l’Inferno e il Paradiso delle chiavi di lettura universali, senza contare che ci aveva consegnato anche un capolavoro di Poema. Eppure non lo vide mai pubblicato. Aveva amato una donna, Beatrice, ma non era mai stata sua. Aveva subito accuse infamanti che l’avevano costretto all’esilio, lontano dalla sua amata/detestata Firenze, dove non avrebbe fatto mai più ritorno.

Ma è più vivo che mai se, a 700 anni di distanza, sono stati organizzati in suo onore, numerosissimi eventi che lo vedono protagonista in tutta Italia: documentari, film, conferenze, laboratori, perfino sui social e in modo virtuale, tutto al fine di ricordare e celebrare il poeta che, nonostante sia vissuto nel Medioevo, ha ancora tanto da insegnarci. Una vera stella che, con la forza della sua poesia, la sua modernità e la sua capacità visionaria è stato in grado di trasmetterci un messaggio di incredibile attualità.

A cominciare dalla lingua, quella che parliamo tuttora, ancora piena di espressioni che rimandano al sommo poeta, tipo: il Bel Paese, bella persona, cosa fatta capo ha, il ben dell’intelletto, stai fresco / stiamo freschi. In altre parole Dante ha inventato l’Italia innanzitutto attraverso la lingua che si è fatta legame che unisce oltre ogni confine geografico e resistenza storica.

E insieme alla lingua, grazie a lui, è nata anche la nostra identità nazionale. Attraverso i canti della Divina Commedia, infatti, si svela ai nostri occhi un unico, grande “bel Paese”, che il Sommo Poeta ricostruisce appassionatamente, attraverso l’avventuroso viaggio dall’Inferno al Paradiso. Che diventa perciò anche un itinerario attraverso l’Italia, da Scilla e Cariddi al Garda, in compagnia di personaggi paradigmatici come Ulisse, Paolo e Francesca, Pia de’ Tolomei, il conte Ugolino.

Da questo appassionato amore per la Patria, nasce prepotente in lui anche la necessità di una denunciache si manifesta nel suo capolavoro: la Divina Commedia, antica, ma sempre attuale. Unica nel suo genere, l’opera ci svela non solo il cosmo e il sapere medioevale, ma è portatrice di un messaggio carico di significati e valori senza tempo, la cui eco giunge e parla persino al mondo globalizzato.

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” è divenuto un imperativo ideale. Non è un caso che, nella nostra contemporaneità fatta di sensi e fini sempre più confusi, molte persone si affidano alle terzine dantesche per dar voce alle proprie esperienze di vita.

Coi suoi gironi infernali popolati di nomi importanti, la Divina Commedia sembra quasi un atto di sfida o di vendetta per l’ingiusto esilio. In realtà a Dante non bastava vedere i fatti voleva indagarli, rivelarne la profondità oltre ogni apparenza, intendeva arrivare alla verità.

Desiderava mettere ordine al caos del mondo, e trovare pace nell’infinita accoglienza della poesia, dove idee e sentimenti non conoscono esilio. Ed è ancora tra noi Dante, lo riscopri inaspettatamente in autori moderni e contemporanei, come Pier Paolo Pasolini (La divina mimesis 1975) e Edoardo Sanguineti (Commedia dell’Inferno).

Per questi autori del Novecento Dante è stato soprattutto il poeta del realismo allegorico, della concretezza linguistica, del significato che s’impone sulla forma. Nei decenni del trionfo della società di massa in Italia è anche il poeta della “città perduta”, monito severo per gli scrittori e i poeti a contrastare l’omologazione del pensiero grazie all’esercizio della critica militante attraverso la letteratura.

Ma la sua lezione varca i confini dello spazio e del tempo ed è ancora in grado di ispirare scrittori come Hisham Matar, nel suo romanzo Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro. Un racconto che indaga la storia recente della Libia, dal colpo di stato nel 1969 alla fine della dittatura di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, sorprendendo fin dalle prime pagine per l’eco dantesca più o meno manifesta che vi aleggia. Hisham Matar aveva diciannove anni quando il padre fu rapito in Egitto e portato in una prigione libica. Non lo avrebbe mai più rivisto. E non avrebbe mai saputo nulla della sua sorte. Era stato giustiziato? Oppure no?

Trentatré anni dopo Hisham, con la caduta di Gheddafi, può finalmente rientrare in Libia dopo un lungo esilio. Può incontrare amici e parenti, e grazie a loro ricostruire l’immagine ormai sbiadita del padre, cercando di scendere a patti con il dolore della sua assenza. Un viaggio lucido e struggente attraverso i luoghi di una memoria privata intrecciata a doppio filo con la storia libica del ventesimo secolo, che è anche la nostra.

Nella sua permanenza in Libia, l’autore incontra chi ha condiviso l’inferno carcerario con il padre Jaballa e ora vuole raccontarne. Nello shock misto a disagio che gli producono quelle testimonianze, tutte insistenti nel sottolineare l’irriconoscibilità dei prigionieri seviziati, il suo pensiero va al fiorentino Ciacco, deturpato dalla “piova etterna, maladetta, fredda e greve”, che Dante non riconobbe tra i golosi nel terzo girone infernale: “…L’angoscia che tu hai / forse ti tira fuor de la mia mente / sí che non par ch’i ti vedessi mai. / Ma dimmi chi tu se’ che in sí dolente loco / se’ messo e hai sí fatta pena, / che s’altra è maggio, nulla è sí spiacente”. Come ad Auschwitz Primo Levi frugava nella memoria lacerata per recuperare l’«orazion picciola» dell’Ulisse dantesco e consegnare al compagno francese parole italiane che portassero scolpita l’essenza dell’uomo “«fatti non foste a viver come bruti / ma per seguire virtute e canoscenza”.

In questo primo scorcio del XXI secolo, a livello planetario non meno tragico di quello precedente, Dante resta il “poeta d’Europa” e della “contemporaneità”, come Thomas S. Eliot (1888-1965), Osip Mandel’štam (1891-1938), e Ezra Pound (1885-1972) affermarono concordi. La sua lingua vigorosa e distorta nell’Inferno o costellata di neologismi nel Paradiso, proietta nel futuro di chi la legge le immagini scultoree di personaggi e fatti locali come strumento per comprendere altre vicende particolari e situarle nella Storia universale dell’umanità e del mondo.


Ogni giorno citiamo frasi tratte dalla Divina Commedia, spesso senza rendercene conto, ora un agile e curioso libro di Dario Pisano, intitolato Parla come Dante, sottotitolo Come e perché usare i versi del Sommo Poeta nella vita quotidiana, uscito per Newton Compton, ce ne da un gustoso assaggio.

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