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I Barbari chi sono?

Non lo sappiamo più. Ricordo di avere studiato a scuola, che i barbari erano il nemico, l’altro da noi, chi veniva a minacciare e distruggere la civiltà, quella romana in primis. Venivano a sterminare e a seminare il terrore, ma erano spinti da condizioni di vita difficili se non estreme e non avevano proprio niente da perdere.

E lì a due passi c’era l’impero romano, con la sua opulenza, le sue terre fertili, la sua civiltà che, nonostante la schiavitù, era in grado di garantire a tutti i suoi abitanti condizioni di vita gradevoli o, quanto meno, accettabili. Se penso poi alla civiltà greca, la linea di demarcazione tra Greci e barbari era segnata proprio da civiltà e cultura.

L’etimo “barbaro” viene proprio dal greco che con questa parola indicava colui che non è in grado nemmeno di parlare, ma di sillabare appena suoni inarticolati come “bar, bar, bar”. Barbari erano tutti coloro che non parlavano la lingua greca e appartenevano ad altre civiltà.

Perfino i Macedoni che condividevano la stessa penisola, ma più a nord, erano considerati tali. Per fare solo un esempio gli stessi Persiani, padroni di un impero sterminato, erano considerati barbari e furono sconfitti dai Greci nel corso delle guerre persiane, raccontate da Erodoto. E la vittoria di Maratona contro l’esercito del gran re persiano Dario I è rimasta emblematica.

Come è stato possibile che l’esercito greco costituito da diecimila opliti, abbia avuto la meglio sull’esercito persiano composto da duecento navi che trasportavano cinquemila cavalieri e ventimila fanti?  Eppure il piccolo gruppo disciplinato, con la forza del coraggio sconfigge l’orda immensa, consapevole di combattere per la libertà, da cittadini contro sudditi.

Forse un po’ retorico, ma indubbiamente gli eventi del 490 a.C. nella pianura di Maratona hanno creato un epos tale da poterci illudere che il nostro modo di pensare e comportarci sia derivato in qualche modo da quelle migliaia di opliti che, correndo, si scagliarono contro un nemico quasi sconosciuto riuscendo a sconfiggerlo. 

E oggi, chi sono i barbari? Si dice che siano sempre “gli altri”. E se invece fossimo proprio noi? Il nostro imbarbarimento corrisponde alla diffusa subcultura omologante alimentata dal pensiero unico che stanno tentando di imporci a tutti i costi, dalla cancel-culture a certa politica miope e fallimentare. 

È un’anomalia ed è un tratto della barbarie contemporanea. Non solo: c’è una strisciante violenza quotidiana, nell’uso smodato e irresponsabile dei social, un’oscillazione perversa tra privato e pubblico, lo smantellamento della scuola, una cultura degradata a “cultura televisiva e mediatica” e la diffusione di una neolingua semplicistica e violenta.

I “barbari” hanno ora nuovi strumenti, nuovi mezzi per attaccare la fortezza della cultura tradizionale e si sa, tutto ciò che è tradizionale non va bene deve essere demolito, cancellato, annullato. Quindi quando penso ai barbari penso ai due inventori di Google Larry Page e Sergey Brin, o Steve Jobs (l’inventore di Apple e della tecnologia touch) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l’enciclopedia on line che ha formalizzato il primato della velocità sulla correttezza).

Eppure questa forma di barbarie non ha generato esclusivamente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere altrimenti. Infatti l’incontro-scontro tra vecchio e nuovo, tradizione e innovazione ha sempre dato vita a qualcosa di originale, di positivo. Accadrà lo stesso anche oggi? 

Voglio dire che una cosa è la nascita di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un’altra è il disfarsi semplicisticamente di una civiltà nell’ignoranza, nell’oblio, nella stanchezza e nella narcosi dei consumi. Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente così: da una parte una certa civiltà finisce, dall’altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso che si ribella).

È lo spettacolo davanti a cui ci troviamo oggi; ma bisogna stare molto attenti a isolare, all’interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando. Nascerà davvero una civiltà “nuova”, originale, vitale? Può darsi. Ma qui lo scotto da pagare è altissimo. Pare infatti che stiano venendo meno l’humanitas, il senso di responsabilità, il rispetto. È questa l’eredità del passato che va arricchita e preservata, e merita per quanto possiamo tutta la nostra dedizione. Mi piace anche ricordare le parole dell’Ulisse dantesco, eroe moderno per eccellenza, quando esorta al viaggio verso il futuro i suoi compagni: “Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”.

Questo messaggio vorrei affidare al futuro e a chi dovrà costruirlo, fiduciosa, alla fine, che prevalga il meglio dei “nuovi barbari”

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