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L’arte che cura

Alcuni musei italiani, tra cui il Real Museo di Capodimonte a Napoli, hanno provato a riconvertire gli spazi museali inutilizzati causa pandemia in luoghi di utilità pubblica per la fruizione del vaccino e distensione personale per la somministrazione e il post osservazione.

Real Museo di Capodimonte

Se “la bellezza è negli occhi di chi guarda” come diceva Oscar Wilde, ritrovarsi in un contorno oggettivamente ameno facilita di parecchio il compito, specie quando questo compito è particolarmente gravoso ed ha a che fare con le ansie e gli effetti verosimilmente collaterali, mediaticamente amplificati, naturalmente somatizzati, dei vaccini anti covid.

Bombardati da tutti i pro e tutti i contro per questo o quel vaccino, rassegnati, più che fiduciosi nella buona sorte, veniamo chiamati alla vaccinazione dopo una serie di voli pindarici per la registrazione sulla piattaforma, prendi codice fiscale, prendi numero di tessera, ricevi sms, inserisci otp e, terminata la procedura, arrivati al giorno della vaccinazione, incediamo con la lucida calma della fobia, ci mettiamo in fila, rispettiamo la debita distanza, a stento ci rivolgiamo uno sguardo di pace, firmiamo i moduli con cui solleviamo i medici da ogni responsabilità e seguiamo le indicazioni dei volontari, come tanti condannati a morte e senza nessuna fretta di salire sul patibolo.

L’amplificazione del terrorismo mediatico attecchisce facilmente ad un anno dalla pandemia dove quel che rimane è ancora e sempre la sola pandemia, trovando terreno facile dopo un anno di grigiore e separazione, di chiusura da qualunque tipo di attività umana, appiattimento sociale, crisi in qualunque settore e brutture d’anima diversamente declinate.

Colpo di scena: qualcuno risponde alle mitragliatrici con un fiore. Qualcuno osa proporre e contrapporre la bellezza, il garbo, la gentilezza. Una vera rivoluzione. Una vera provocazione.

A sostegno del piano nazionale di vaccinazione covid-19, ai tendoni grigio verdi per i vaccini, alle palestre, ai casermoni, viene schierata, tra le truppe d’assalto come artiglieria leggera, l’arte e la sua bellezza. Il primo a scendere in campo è il museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli in provincia di Torino.

Al sussurro “l’arte che cura” (invece che “al mio via scatenate l’inferno”) si sviluppa come progetto pilota e si propone, in quanto arte che cura, come terapia che elabora il trauma, con inclusione e coinvolgimento; pioniere di una lunga serie di punti vaccinali parimenti ospitati in luoghi d’arte, immersi nella bellezza che prescinde dalle differenze sociali e con il suo linguaggio universale arriva a tutti. Over 60, over 80, over. Veramente (traduzione di over dal napoletano all’italiano).

“I primi musei al mondo sono stati degli ospedali – dichiara la direttrice del museo di Rivoli, Carolyn Christov-Bakargiev, – adesso vorremmo restituire il favore mettendo a disposizione le nostre sale per il piano di vaccinazione nazionale”. Una nemesi storica che compensa in qualche modo le brutture di questo tempo.

Reinventarsi, riproporsi convertire spazi ed adattarli, non è forse anche questo resilienza? La capacità di far fronte in maniera positiva ad un evento destabilizzante quale potrebbe essere un vaccino di cui si sa poco o nulla, riorganizzare positivamente l’informazione iniziale veicolata dai media, ri-sensibilizzarsi alle opportunità positive offerte, senza per questo alienare (o continuare a farlo) la propria autenticità, è la sfida che anche il Real Museo di Capodimonte a Napoli, offre a quanti vorranno vaccinarsi.

Dopo Rivoli e Capodimonte anche il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia – Leonardo da Vinci di Milano, il Museo Castromediano di Lecce ed ancora sono in evoluzione altri musei: hanno provato a riconvertire gli spazi museali inutilizzati causa pandemia in luoghi di utilità pubblica per la fruizione del vaccino e distensione personale per la somministrazione e il post osservazione.

A Napoli, nella Fagianeria del Real Bosco di Capodimonte, quando tutti i musei ed i parchi sono chiusi, le porte si riaprono per ospitare la campagna di vaccinazione all’insegna dell’arte, del verde, della natura. Con il sottofondo in filodiffusione del canto degli uccelli del Bosco di Capodimonte, registrati all’alba.

«Lasciati contagiare solo dalla bellezza» è lo slogan con cui Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, riproduce, con l’allestimento della Fagianeria, una sala del Museo per i vaccinati che devono essere monitorati per almeno un quarto d’ora dopo l’inoculazione del vaccino. 7 box vaccinali, nel rispetto della privacy ed una sala d’attesa dove si gode il post-vaccino e da dove spesso l’utente fatica ad andar via.

Un modo originale, oltre che bello, per stemperare la tensione, rilassarsi e godere della bellezza dell’arte, fermando lo sguardo nella sala, della natura, volgendolo appena al di là della vetrata.

Il paesaggio in cui è immerso l’edificio della Fagianeria con le praterie del Real Bosco e i capolavori nella vicina Reggia ci ricorderanno che l’unica cosa da cui non dobbiamo aver paura di farci contagiare è l’arte e la bellezza, da sempre formidabili strumenti di cura dell’anima“. Sylvain Bellenger.

Ancora Bellenger ricorda ed esalta la sinergia della dimensione sanitaria, sociale ed estetica, foriera di messaggio positivo rispetto a questo momento difficile della storia umana. Momento che somiglia ad una guerra nei confronti di un nemico invisibile il che rende il tutto più difficoltoso.

Propone, dall’altro lato del campo di battaglia, una serie di capolavori scelti con cura, evitando sacrifici dei martiri e peste, ma proponendo le pitture “le più gioiose di Capodimonte, una scelta basata su come l’arte può portare anche leggerezza, gioia, felicità”.

Singolare l’aspetto simbolico della location; alle prese con un virus che toglie il respiro e crea la fame d’aria, deputato al vaccino è il Bosco di Capodimonte, il polmone verde della città di Napoli.

Sono uscita dalla sala vaccini con una profonda emozione perché penso che questa sia la conquista, la nostra conquista, la conquista di tutti, e arrivare qui rasserena

Fare un vaccino è importantissimo per la salute generale di tutti, però farlo in un luogo diverso da quello ospedaliero è sicuramente molto più ameno”.

Alcune delle testimonianze di chi ha ricevuto il vaccino al Museo di Capodimonte.

Probabilmente non è un caso che le opere riprodotte non siano accompagnate dalla didascalia e forse poca importanza ha, in questo frangente, individuarne l’autore e l’epoca; del resto la bellezza e ciò che ne trasuda hanno un linguaggio universale e non conoscono distinzione sociale, quindi sono fruibili da tutti, a tutti i livelli.

Un po’ come per la musica, si può godere dell’ascolto delle Quattro Stagioni di Vivaldi anche senza saper leggere uno spartito.

La “Danae” di Tiziano, l’ “Antea” di Parmigianino, “Atalanta e Ippomene” di Guido Reni, le “Ipomee e boules de neige” di Andrea Belvedere, “da Frisio a Santa Lucia” di Eduardo Dalbono e le altre non secondarie opere non si rammaricheranno se non immediatamente individuate, ma attenderanno pazienti che l’emergenza sia terminata e “i visitatori per caso”, anche grazie allo sconto per una convenzione con l’ASL che consentirà il biglietto a metà prezzo, vorranno certamente tornare per godere appieno delle bellezze che ci circondano.

Al momento i nostri fruitori, distratti in parte dalla preoccupazione e in parte dal paesaggio, si accontenteranno dalle immagini di un video, che scorre nell’hub, dei protagonisti del Regno di Napoli: da “Carlo di Borbone a cavallo” di Francesco Liani, a “Ferdinando IV a cavallo con la corte a Capodimonte” di Antonio Joli, “La partenza di Carlo di Borbone per la Spagna vista da terra” e “ vista dal mare”, del 1759, di Antonio Joli e “Ferdinando IV a caccia di folaghe sul Lago di Fusaro” di Jacob Philipp Hackert, 1783.

Vaccino sì, ma per immersione (oltre che inoculazione) nelle meraviglie dell’arte custodite alla Reggia borbonica e le meraviglie botaniche come i lecci e le magnolie sulla prateria antistante la Fagianeria.

«Ho voluto mantenere – dice Sylvain Bellenger, direttore del Museo – la promessa dello slogan che avevamo scelto insieme al direttore generale dell’ASL Napoli 1 Centro “lasciati contagiare solo dalla bellezza” e la testimonianza della Presidente dell’associazione “amici del Real Bosco di Capodimonte”, Maria Varriale, ci dice che la promessa è stata mantenuta.

L’associazione “Amici del Real Bosco di Capodimonte” nasce nel 2016 su istanza del Direttore del Museo, Sylvain Bellenger, allo scopo di tutelare e valorizzare il contesto sociale e culturale del Bosco. Peculiarità dell’associazione sono le figure professionali residenti in loco con competenze e conoscenze specialistiche della storia e del territorio.

Partecipa a diversi eventi, specie a scopo didattico, proponendo, su richiesta della Direzione di Capodimonte, una serie di laboratori (botanica, paesaggio, riciclo creativo) destinati ai bambini.

Maria Varriale è una storica dell’Arte e, in questo periodo di chiusura, assiste a distanza i suoi studenti, dove suoi è inteso proprio come appartenenza, perché li sente tutti, specie quelli dell’ultimo anno, figli, afflitti dalla pandemia, in procinto di laurearsi dietro a un monitor.

Maria è empatica, tocca con gli occhi prima ancora che con mano e ai nostri microfoni comunica subito che prima del vaccino era in tensione, come la stragrande maggioranza degli utenti a cui è stato somministrato. Non fa un mistero della sua proverbiale ritrosia per tutto quello che è farmaco, ospedale, aghi.

Eppure nel testimoniare della sua esperienza trapela immediatamente lo stupore, inaspettato ed insospettabile (ma non troppo) del dato che ha registrato nella giornata di vaccinazione. Il dato umano.

Ha parlato di garbo da parte del personale preposto alle informazioni, di auto elettriche che accompagnavano le persone con difficoltà di deambulazione dall’ingresso al luogo riservato al vaccino, la Fagianeria appunto, e ci racconta che questa struttura, uno dei tanti corpi di fabbrica sedenti all’interno del Giardino Storico (e ci tiene a sottolineare che non è un Parco pubblico) era privo di destinazione d’uso; un tempo dedicata alla schiusa ed al ricovero dei fagiani e dei pavoni, oggi è allestita ed utilizzata per un nobile fine.

Racconta della tensione e dell’ancestrale paura subito allentata, appena varcata la soglia del Giardino, ovattata dal canto degli uccelli e metabolizzata sui divanetti rivolti all’arte, sia quella umana che quella naturale.

La spettacolarità della vetrata che da sull’immenso verde del Giardino di Capodimonte è qualcosa che somiglia all’infinito dove la quotidianità è stemperata fino a dissolversi e dove le tensioni, smussate, ci riportano in quello stato di quiete che assomiglia all’armonia con l’esistenza.

Per lei che è nata e vissuta in questo contesto, certamente è stato più facile sentirsi a casa; riteniamo che per gli altri, magari residenti un po’ più lontano, sarà stato meno facile il ritornare a casa.

“Nessuno sa che cos’è la bellezza. L’idea che la gente si fa della bellezza, il concetto stesso di bellezza, mutano nel corso della storia assieme alle pretese filosofiche e al semplice sviluppo dell’uomo nel corso della sua vita personale. E questo mi spinge a pensare che, effettivamente, la bellezza è il simbolo di qualcos’altro. Ma di cosa esattamente? La bellezza è simbolo della verità. Non dico nel senso della contraddizione “verità/menzogna”, ma nel senso di cammino di verità, che l’uomo sceglie.” Andrej Tarkovskij

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