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Dantedì tra notizie false e polemiche inutili

DANTEDI’ TRA NOTIZIE FALSE E POLEMICHE INUTILI 

Il 25 marzo 2021 è stata la giornata dedicata al nostro sommo poeta, il più grande della letteratura italiana, forse mondiale. Puntualmente la stampa nazionale ed internazionale ha dato il suo contributo alla celebrazione. Giusto, sacrosanto!

Solo che, accanto a questa, è stato poi sollevato un gran polverone, per nulla. E mi meraviglio che a muoversi inferocita sia stata la stampa ufficiale, non quella degli utenti dei social che molto spesso aggrediscono e offendono senza pensarci due volte. Qui parliamo di testate giornalistiche di tutto rispetto: Repubblica, Rai news e altre: secondo gli articolisti italiani, un loro collega tedesco avrebbe accusato Dante di essere arrivista e plagiatore e che quindi noi italiani avevamo ben poco da festeggiare.

È stato come lanciare una pietra in uno stagno: la pagina Facebook di Repubblica è andata subito in tilt. I commenti di lettori imbestialiti con il signor Arno Widmann non si contano e la polemica infuria. L’articolo incriminato in realtà inquadra semplicemente e piuttosto sinteticamente il poeta nel suo tempo, con alcune osservazioni che possono essere non condivise, ma legittime. Infine istituisce un confronto tra Dante e Shakespeare, propendendo per l’autore più moderno, ma è il suo punto di vista. Ma di qui a sostenere che abbia accusato il poeta di moralismo e arrivismo ce ne corre. Non solo, Dante sarebbe addirittura colpevole di plagio.

In realtà il giornalista tedesco cita un articolo dell’arabista Miguel Asin Palacios, (1919!) secondo il quale Dante conosceva la storia dell’ascesa in cielo di Maometto e vi si sarebbe ispirato. Arrivista? Non esattamente perché nell’articolo della discordia si parla di spirito agonistico e si invita a “non sottovalutare” Dante, non certo ad attaccarlo. Un altro autogol per la stampa nazionale ad etica zero, che si è inventata un articolo di sana pianta, basata su una traduzione pedestre e attribuendo a uno straniero parole che non ha mai detto, solo per il gusto di incrementare le vendite del giornale di qualche copia o i click di gradimento sulla pagina online.

Le notizie fasulle impazzano ovunque, non più soltanto sui social, ma anche sui quotidiani nazionali. Se siamo a questo punto, di chi potremo fidarci? Della nostra ragione e solo di quella, ed affidandomi ad essa e alla modesta conoscenza che ho del sommo poeta, vi spiegherò che cosa pensava lui dei bugiardi e dei traditori. Falsari, così li definisce e li colloca nella X ed ultima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno.

Tra i falsari di parola sono la moglie di Putifarre, che secondo il racconto biblico accusò ingiustamente Giuseppe di violenza (Gen., XXXIX) facendolo gettare in prigione, e il greco Sinone, che secondo il mito classico aveva ingannato i Troiani con il falso racconto del cavallo di Troia (Aen., II, 147 ss.). E la pena per contrappasso è quella di essere divorati dalla febbre, la stessa che li aveva divorati in vita, nella foga di ingannare il prossimo. La bugia è un tradimento, il tradimento della verità.

Oggi pare che la verità sul nostro passato e sulla nostra cultura vorremmo eluderla se non annullarla. Eppure abbiamo un grande passato alle spalle, una cultura millenaria che dal mondo classico si snoda attraverso i secoli e le cui testimonianze sono disseminate su tutto il territorio italiano. Siamo un museo a cielo aperto che ovunque ci invidiano. Eppure! C’è chi, in nome del politicamente corretto, vorrebbe nascondere o passare sotto silenzio perfino alcune opere d’arte. Perché offendono. Tanto per restare in tema: si può militarizzare una Chiesa, simbolo della cristianità, come il Duomo di San Petronio di Bologna? Una chiesa stupenda, notevole dal punto di vista architettonico.

Peccato che la cappella Bolognini sia diventata un tabù per la rappresentazione di Maometto all’inferno. Per cui è finita nelle mire degli integralisti islamici. Il dipinto, di Giovanni da Modena, è ispirato all’Inferno di Dante. Nella teca informativa non si menziona nulla “per non offendere” Chi? “la comunità musulmana” aveva detto nel 2007 l’ex capogruppo Ds e poi vicesindaco Pd Claudio Merighi. Anche il Prorettore Roberto Grandi si era espresso circa allo stesso modo. L’affresco andava coperto. A loro arrivò la risposta laica e inequivocabile del vescovo ausiliario di Bologna Monsignor Ernesto Vecchi. «Ai fratelli musulmani e ai fratelli Ds rispondo che quell’affresco non offende nessuno».

Dante, secondo la visione medievale raffigura il profeta orrendamente mutilato e punito per indicare che egli avrebbe infranto l’unità della Chiesa, giacché all’epoca, in Occidente, si pensava all’Islam come ad uno scisma cristiano. Una rappresentazione senza dubbio scomoda ma che, come sempre, va contestualizzata nell’epoca e soprattutto nell’ambito del poema dantesco della Divina Commedia, da cui l’affresco trae ispirazione: l’inferno che è la tragica rappresentazione di un’umanità destinata a perdersi, se non sarà in grado di recuperare il senso autentico della propria vita.

Il nostro Sommo Poeta non ha esitato a piazzare all’Inferno fior di politici, vescovi, papi e imperatori, studiosi e uomini comuni. E a ciascuno ha inflitto la giusta punizione perché il peccato è di tutti. In un tempo storico dove la parola scritta era ancora di pochi, il dipinto è un modo per divulgare una “morale” allora ritenuta in Europa l’unica possibile. E nessuno si è offeso. Pensate che i canti della Divina Commedia venivano letti e commentati in chiesa.

Perché quindi prendersela con una raffigurazione tratta da un poema allegorico, scritto quasi 800 anni fa, in un contesto del tutto diverso da quello odierno? Ma la polemica continua e se quella di Dante era una visione arcaica e medievale, obiettano oggi i sostenitori del politicamente corretto, quella di Charlie Hebdo era invece una tragedia che si poteva evitare. Già, se è costata la vita a 2 poliziotti e 10 giornalisti per una vignetta che raffigurava il Profeta disperato per il tasso di stupidità degli integralisti islamici. Come acutamente osservò Massimo Gramellini sul quotidiano La Stampa “L’attacco non era a Maometto, ma a un gruppo di fanatici superstiziosi e ignoranti che in suo nome ammazza le donne che vogliono andare a scuola e i maschi che bevono e fumano”. Mi chiedo se quattro analfabeti che di musulmano si presume che non abbiano niente, possano intimidire o terrorizzare chi vuole visitare una Chiesa o entrare semplicemente per pregare. L’arte, la cultura, la storia, dobbiamo rinnegare tutto in nome del “politicamente corretto”?

Certo è che non possiamo restare indifferenti di fronte alla follia di un manipolo di seminatori di odio, che non sono né cattolici, né cristiani, ebrei o musulmani. Ricordiamo l’appello che Papa Francesco rivolse ai leader religiosi riuniti a Munster (agosto 2017) “Di fronte all’irragionevolezza di chi profana Dio seminando odio, di fronte al demone della guerra, alla follia del terrorismo, alla forza ingannevole delle armi. Quello che non possiamo e non dobbiamo fare è restare indifferenti”.

Per fare questo, “il primo passo è saper ascoltare il dolore dell’altro, farlo proprio, senza lasciarlo cadere e senza abituarvisi: mai al male bisogna abituarsi, mai ad esso bisogna essere indifferenti. Mai più gli uni contro gli altri, ma gli uni insieme agli altri. Le religioni non possono volere altro che la pace, operose nella preghiera, pronte a piegarsi sui feriti della vita e sugli oppressi della storia, vigili nel contrastare l’indifferenza e nel promuovere vie di comunione”.

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