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Crescere… che fatica!

Una volta si parlava di gioventù bruciata. Bruciata dalla voglia di crescere e di sperimentare la novità, il pericolo, l’imprevisto. Non che fosse una cosa positiva. C’era chi veramente finiva per lasciarci la vita, ma anche chi, dopo diverse “cadute” riusciva a rimettersi in piedi per continuare il non facile cammino della vita. E i ragazzi di oggi? Come definirli? Gioventù omologata e dormiente, o violenta e schizzata? Non saprei.

Certo se ci guardiamo intorno non assistiamo a un piacevole spettacolo e mi chiedo come siamo arrivati a tutto questo. Abbiamo impedito loro di crescere. Molti giovani, fin da piccoli non hanno sperimentato altro che percorsi semplificati, a senso unico, strade asfaltate e senza incroci, a partire dal delicato periodo dello svezzamento che è un po’ la metafora della crescita, di chi con curiosità, tende verso l’indipendenza.

E’ il momento di abbandonare certi riti: la pappa fluida del latte, il suo rassicurante ripetersi, per sperimentare le prime pappe dal gusto “diverso” e di consistenza più o meno morbida, cimentarsi con pezzetti di cibo alternativi. Eppure i genitori hanno da sempre incoraggiato la ricerca e la scoperta della novità: l’uso del cucchiaino anche se di freddo acciaio, per prendere confidenza con cibi più consistenti, più gustosi, per consentire la crescita e la scoperta del gusto e dell’alimentazione “da grande”. Si partiva con gli omogeneizzati, per proseguire coi frullati, e via via al cibo più digeribile, per finire poi da ometti a una serie di richieste a volte sconcertanti.

Solo pasta corta, al burro o al pomodoro, niente legumi, tanta cioccolata, patatine fritte, brioscine, panettone sì, ma senza uvetta o senza canditi. E le verdure? Bandite, non piacciono. Per la frutta al massimo banane che si puliscono facilmente o arance e mandarini, ma rigorosamente senza semi. E’ la cultura alimentare del “senza”. Mi chiedo dove i poveri genitori abbiano sbagliato.

E penso che sia stato per un eccesso di protezione, per la paura di traumatizzare il bambino col nuovo, con l’imprevisto. I legumi? Troppo faticosi da digerire, quindi si schiacciano al passaverdure. Gli spaghetti? Vietatissimi. Troppa fatica avvolgerli sulla forchetta e mangiarli poi! I piccoli rischierebbero di farsi andare qualche filo di traverso e soffocare.

Quando poi qualche ragazzino ha cominciato a sputacchiare i semini delle arance dappertutto, è sembrato bene di proporre loro agrumi senza semi, alla faccia dell’ecologia e del mangiare sano. Meglio una bella selezione genetica! Tutto troppo traumatizzante, per cui a una varia e sana alimentazione si è preferito il “dolce mangiare” senza intoppi e senza difficoltà, eliminando tutto ciò che poteva dare fastidio.

Provate a leggere l’etichetta di alcuni prodotti. Latte senza lattosio, biscotti senza olio di palma, o senza zuccheri aggiunti, bastoncini di pesce senza lische. E ora anche la colomba pasquale è senza canditi! E già se uno non sopporta i semi, figurarsi se può subire il fastidioso appiccicume dei canditi sui denti, e tanto meno le acrobazie della lingua che si scontra con quegli ostacoli.

Intanto i consumatori dettano legge anche alla produzione industriale. Ed è così che i pastifici riducono la produzione di spaghetti per dare più spazio alla “pasta corta”, preferita dalle giovani generazioni. Mi è capitato in un viaggio di istruzione di sentire i ragazzi (alcuni, non tutti) preferire alla cucina locale, un pranzo dal Mac Donald.

Il risultato di tutto questo è evidente. Nel nostro paese un bambino su tre ha problemi di sovrappeso e uno su dieci è obeso. E’ quanto emerge dagli studi condotti dall’European Childhood Obesity Surveillance Initiative.

Duro da accettare: i piccoli italiani sono tra i bambini più obesi d’Europa? Già perché mangiano troppo e male e si muovono poco. Prendiamo la colazione tipo di un bambino di oggi: cibi preconfezionati da produzione industriale (biscotti, brioscine e simili) con latte o cioccolata. Si va a scuola, almeno si andava fino a due anni fa, rigorosamente accompagnati in macchina per lo più, con l’immancabile merendina preconfezionata e magari un succo di frutta nello zainetto.

Altri tempi gli anni Cinquanta quando una zuppa di latte col pane raffermo era la colazione di milioni di bambini che prima di uscire di casa, in pieno inverno con i calzoni corti o le gonnelline e i calzini alla caviglia, mettevano in cartella un frutto, una frittatina o un uovo da bere. Tutto andava bene per fare merenda a scuola. E a pranzo e cena si alternavano pasta fresca, minestre, legumi, verdure, formaggio, pesce.

Carne poca e solo ogni tanto. Oggi invece la nostra alimentazione è cambiata profondamente in meglio, ma paradossalmente anche in peggio. Una volta non avevamo a disposizione tanti alimenti, perché la produzione dipendeva dal territorio, dalla stagionalità, dai tempi della natura. Non esistevano i surgelati, i cibi liofilizzati, gli allevamenti intensivi.

I bambini e i ragazzi di oggi invece hanno in abbondanza alimenti ipercalorici, ma non svolgono una prolungata attività fisica, quella del gioco, di cui hanno goduto quelli della mia generazione. Quando ero ragazzina io c’erano i cortili, gli oratori, i campetti, dove si giocava a pallone, pallavolo, salto alla corda, campana. E farci smettere di giocare per rientrare a casa era, per i nostri genitori, un compito davvero difficile.

Oggi questi spazi non ci sono più, tutto è diventato più pericoloso e così accade che i giovani passino sempre più tempo in casa, su un divano davanti alla tv, allo smartphone, o al computer. E lì, a due passi dal divano, una dispensa stracolma di tentazioni sempre disponibili per alleviare la noia. Questo è il punto: non si mangia più per fame, ma per noia!

Foto da Fox Photos/Getty Images

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