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Seduto su un trono di sangue e argilla

10 anni di guerra in Siria

di Giorgio Ferrari*

Quello su cui Bashar al-Assad è seduto è un trono di sangue e di argilla assieme. Da cinquant’anni la Siria è sotto lo schiaffo di una dinastia inaugurata da un uomo non meno sanguinario di Bashar salito al potere nell’anno 2000 per perpetuare un’eredità nata dal colpo di Stato del padre, il «Leone di Damasco» Hafez, un generale d’aviazione membro del partito Baath. Per entrambi, quel trono ha macinato decine di migliaia di vite, gettando nelle sinistre prigioni siriane avversari politici, nemici e semplici cittadini sospettati di infedeltà allo Stato.

Ma oggi, a dieci anni dall’inizio di quella spaventosa guerra civile che ha distrutto una nazione e compiuto un autentico genocidio lasciandosi alle spalle un milione di persone in fuga dai bombardamenti, sei milioni e mezzo di sfollati interni, cinque e mezzo di rifugiati all’estero, una catasta di vittime incolpevoli il cui conto approssimato per difetto sfiora le cinquecentomila, per il cinquantaseienne Bashar non c’è granché da festeggiare. Fantoccio issato sulle picche di un regolamento di conti internazionale, sta impalato sul trono di quella jumlukiya – tragico e sarcastico accrocco di due termini, jumhuriya (repubblica) e malikiya (monarchia) – semplicemente perché ai numerosi giocatori di quella partita per procura che si gioca in Siria non conviene farlo cadere.

Non conviene a Mosca, che è stata grande sostenitrice della legittimità del potere della famiglia alauita degli Assad in funzione anti-turca e antiamericana e non conviene alla Turchia, perché ai confini anatolici si assiepa la vasta enclave curda che senza la pressione congiunta di Ankara e di Damasco finirebbe per diventare davvero uno Stato sovrano. E non conviene neppure a Teheran, terzo (e molesto) incomodo fra russi, americani e israeliani, perché la Siria di Bashar, se pure fortemente indebolita, rimane tuttora un porto relativamente sicuro per quell’espansione iraniana che gli ayatollah avevano pianificato da anni allungando gli artigli su quel «corridoio sciita» che da Teheran passa per l’Iraq e la Siria e spinge la propria influenza fino al Bahrein e allo Yemen grazie anche al concorso di Hezbollah, il Partito di Dio che padroneggia il Libano meridionale e la valle della Bekaa e che ha fornito migliaia di combattenti a sostegno di Damasco accanto ai Guardiani della Rivoluzione. Grazie a quel feticcio immobile sul trono in molti ci hanno guadagnato.

La Russia, per prima, che con l’appoggio militare fornito a Damasco ha incassato un cambiale preziosissima ottenendo l’accesso ai mari caldi sognato fin dai tempi degli zar con la base mediterranea di Tartus, trasformatasi da punto d’appoggio per la flotta russa in un poderoso insediamento aeronavale sulla costa siriana, capace di controllo e dissuasione a medio raggio. Turchia, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Israele e da non molto gli Stati Uniti si affollano attorno al capezzale di un regime che non potrà durare in eterno ma nemmeno precipitare nella polvere.

«La Siria è un Paese in macerie senza un futuro», dicono al Palazzo di Vetro di New York. Il pessimismo è d’obbligo, perché la speranza di una rinascita è ancora lontana e Damasco è niente più che lo hub nel quale si giocano svariate partite regionali e internazionali: da quella economica a quella geopolitica, nella lunga attesa che il turbolento teatro che si stende da Teheran a Tel Aviv, da Riad alla Libia trovi un proprio equilibrio. Fino a quell’epoca – di cui s’intravede qualche bagliore, ma ancora lontano – Assad resterà al suo posto e la Siria sarà il campo di battaglia di tutti i player interessati. Non un granché da festeggiare, per Bashar.

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