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Lo specchio del Festival e serie domande per i credenti

Lo specchio del Festival e serie domande per i credenti

Francesco Ognibene*

Per capirci: l’hanno fatto apposta, o nemmeno se ne sono accorti? Delle serate sanremesi si continua a parlare in una zona forse meno rumorosa ma non meno vivace dell’opinione pubblica e del suo continente social, per una serie di riferimenti e allusioni a simboli e immagini religiose che sono stati introdotti in alcune performance sul palco del Festival.

Qui vogliamo parlare in libertà di scelte artistiche fatte con altrettanta libertà. Ogni volta che in tv vediamo usare a scopo di puro intrattenimento e del tutto fuori dal loro contesto immagini e idee care al cuore cristiano, se non proprio parte di ciò che un credente mette al centro della propria vita, torniamo a chiederci se era proprio necessario.

Possibile che tra artisti, performer e autori non salti fuori un’idea migliore della Madonna, del Sacro Cuore o di Nostro Signore messi in caricatura, o comunque estratti dall’ambito spirituale ed esistenziale in cui andrebbero lasciati, il più prezioso, per chi ha fede? E invece no. Immaginiamo riunioni creative in cui quando salta fuori l’ipotesi di ricorrere al sacro per ‘provocare’, far ridere o stupire non si pensa che è una cattiva idea perché si rischia seriamente di urtare o ferire la sensibilità di molti, come per una battuta sessista, omofoba o razzista. E si decide invece di tirar dritto.

Possibile che tra artisti, performer e autori
non salti fuori un’idea migliore della
Madonna, del Sacro Cuore
o di Nostro Signore messi in caricatura?

Archiviato un Festival persino eroico, con dati che – vista la situazione – vengono giustamente salutati come un successo, concedeteci allora una domanda, che non ci fa stracciar le vesti ma che sale dal cuore: perché lo fate? È davvero necessario? Difficile credere che il direttore artistico Amadeus – che peraltro ha difeso con sincera convinzione il suo segno della croce in apertura di prima serata – abbia lasciato fare come se la cosa non lo riguardasse. Eppure da telespettatori qualunque, tra gli altri 14 milioni, ci è sembrato che non sia stata messa in conto l’eco di alcune citazioni, tra tutte la corona di spine esibita da Fiorello che l’ha fatto somigliare a un Cristo torturato, l’immagine contemplata nel terzo mistero doloroso del Rosario (guarda caso, il suo nome…). Come se non importasse nulla per il semplice motivo che neppure si è compreso cosa quei rimandi più o meno letterali significano e possono suscitare. È così? Nelle stesse ore dell’epilogo sanremese il Papa calcava una terra imbevuta del sangue di cristiani che non hanno rinnegato quei simboli e tutto ciò che significano per la loro vita e sono stati sgozzati per questo.

Nelle stesse ore dell’epilogo sanremese
il Papa calcava una terra imbevuta
del sangue di cristiani che non hanno
rinnegato quei simboli

Possibile che qui da noi non si riconosca un terreno proprio dell’anima credente che è bene lasciare alla sua sacralità proprio perché vi si affondano le radici vive dell’esistenza, delle speranze, delle sofferenze di milioni di persone, ognuna con un suo nome e una sua storia di fede? Nelle esibizioni artistiche non si coglie un intento dissacratorio, ormai talmente prevedibile da risultare persino noioso, ma come un’indifferenza: chi mette in scena simboli cristiani pensa che in fondo è solo spettacolo, non sembra conoscere più il valore di ciò che sta rappresentando.

E qui viene la domanda scomoda per noi che – con il vescovo di Ventimiglia-Sanremo – ci siamo sentiti turbati da tanta leggerezza: se il Cristo coronato di spine (o ciò che sembrava richiamarlo) pare essere utilizzabile a piacimento manco fosse un originale emoticon sul cellulare, non sarà che da tempo noi che ci diciamo credenti abbiamo smesso di mostrare in modo efficace quanto ci sta a cuore ciò che quell’icona esprime? In altre parole: la testimonianza e la comunicazione della nostra fede hanno forse perso contatto con tanta gente reale, e quel che abbiamo visto a Sanremo è solo il sintomo rivelatore di un non-annuncio alle persone in carne e ossa del nostro tempo. È il rischio – ci dice da otto anni il Papa – della Chiesa quando non sa ‘uscire’ e portare Cristo.

La testimonianza e la comunicazione della
nostra fede hanno forse perso contatto con
tanta gente reale?

Faremmo bene a riflettere, evitando di cambiare discorso col gridare alla profanazione. È vero che l’uso del frasario e dell’iconografia cristiana segnalano che c’è un immaginario condiviso ancora riferito al Vangelo, in un modo o nell’altro. E, forse, è proprio da questo alfabeto comune che possiamo riprendere il filo di un discorso oggi sfilacciato fino a somigliare a un dialogo tra sordi, ‘loro’ a intrattenere e ‘noi’ a lamentarci. Resta però evidente la serietà della questione posta a tutti da quei banali quadretti sanremesi, che forse volevano essere anticonformisti e che finiscono per essere stonati peggio di una canzone mal eseguita.

Il Festival è sempre interessante proprio perché è un concentrato di cultura popolare, con le sue ambiguità e contraddizioni, e ha l’effetto di mostrarci allo specchio qualcosa di noi proprio per il suo voler coinvolgere tutti, nessuno escluso. Chi lo costruisce ogni anno sa bene che proprio per questo deve anzitutto mostrare rispetto verso chi sceglie la sua compagnia per qualche sera spesa in relax a discutere di cantanti, talenti e classifiche. Poi, che torni evidente a tutti il valore di quel che dà voce alla fede tocca a noi farlo capire. Con la vita. * Avvenire

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