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Omelia di Mons. Pietro Lagnese Martedì 2 marzo

Omelia di Mons. Pietro Lagnese

Amministratore Apostolico della Diocesi di Ischia

Martedì 2 marzo

Is 1. 10.16-20; Mt 23,1-12

“Ascoltate la parola del Signore capi di Sodoma, prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra” così inizia la Prima Lettura  che la Liturgia ha proposto nel martedì della seconda settimana di Quaresima. Una parola forte quella che ci viene donata, una parola che per essere compresa bene suo senso più profondo forse dovrebbe essere gridata, perché questa è una parola che vuole scuotere il popolo, una parola che il Signore mette sulle labbra del profeta perché il popolo possa avere una reazione positiva, una reazione nuova, possa uscire da quella situazione di impasse che lo porta ad abituarsi a vivere la vita di sempre, una vita di compromessi, una vita che mette insieme alla meglio – come sappiamo fare tante volte noi – la vita del mondo con le cose di Dio.

“Ascoltate la parola del Signore, capi di Sodoma, voi popolo di Gomorra” dice il testo: a chi si sta rivolgendo il profeta? Non si sta rivolgendo a Sodoma e Gomorra, ma al popolo di Israele, e si rivolge con queste parole perché queste due città sono il simbolo del male, della corruzione. È come se qualcuno si rivolgesse a noi con un appellativo offensivo dicesse “ascoltate voi che siete corrotti, che siete imparentati con il malaffare, che avete un atteggiamento da camorristi…”, è come se il Signore, attraverso il profeta, volesse dire “guarda che hai ancora un’ultima possibilità, Forse puoi ancora invertire la rotta, puoi ancora cambiare strada, ancora ti è dato un tempo perché tu finalmente ti converta!”.

Infatti il Signore esorta il popolo a lavarsi e purificarsi e a smettere di compiere il male. Più avanti nel testo invita il popolo alla riflessione e alla discussione: “su venite! discutiamo, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come neve, se fossero rossi come porpora diventeranno come lana”. Il profeta assicura che non esiste peccato che non possa essere perdonato, ma solo se lo si vuole veramente. Ma è necessario desiderare di rompere con il passato, con la vita vecchia. È una parola forte questa, è una parola che chiama il popolo di Israele ma questa sera riguarda anche noi qui che riuniti, una parola che deve spronarci al cambiamento. La Quaresima è anche questo: il tempo nel quale dobbiamo deciderci davvero a dire al Signore cosa vogliamo fare della nostra vita, che cosa ne vogliamo fare di questa vita che lui ci ha donato.

San Giovan Giuseppe della Croce si decise per il Signore, fece una scelta coraggiosa forte e senza tentennamenti, il nostro Santo decise di non guardare più al passato. Invece noi siamo sempre tra coloro che in qualche modo vogliono vivere di compromessi: un po’ viviamo da cristiani e un po’ accogliamo le logiche del mondo. Il Signore in questo brano ci mette in guardia: non si tratta di rendere un culto vuoto, lui non ne ha bisogno. Infatti consiglia di soccorrere l’oppresso, di rendere giustizia all’orfano e di difendere la causa della vedova,  le tre categorie che in qualche modo il Signore ci pone dinanzi per operare davvero una scelta coraggiosa, che consente di vivere  un culto vero, sincero, che tocchi la vita, l’oppresso o il forestiero, colui che vive una situazione di indigenza,  di disagio, e poi l’orfano e poi la vedova, categorie fragili, deboli diremmo oggi, solo così il culto sarà vero e gradito al Signore, altrimenti noi corriamo il rischio di essere coloro che meritano quel rimprovero altrettanto forte che Gesù rivolge  scribi e ai farisei, quando li accusa di essere conoscitori delle legge, ma vivere dimenticandosi di applicarla.

Se traduciamo parole di Gesù nel nostro linguaggio dicendo “fate quello che vi dicono i cristiani ma non fate come fanno i cristiani perché dicono ma non fanno” e potremmo anche allargare il discorso e aggiungere “fate quello che vi dicono i preti quando pronunciano l’omelia, ma non fate come loro, compreso il Vescovo”. La parola di oggi dovrebbe farci comprendere che il Signore ci chiede davvero una conversione autentica, ci chiede di prendere sul serio la sua parola, perché se lo facciamo noi potremmo davvero rivivere, potremmo ridare vita alle nostre esistenze. Diversamente saremo destinati a perire come Sodoma e Gomorra, le nostre vite saranno insipienti, senza sapore, vite che non profumano di Vangelo. Invece la vita di San Giovan Giuseppe è stata una vita profumata, San Giovan Giuseppe attirava, perché in lui c’era il profumo del Signore, perché la sua vita parlava del Signore, non le sue parole soltanto.

Ecco mi sembra, carissimi che questa parola che abbiamo ascoltato oggi si adatti molto bene anche alle nostre confraternite che sono qui e che questa sera ricevono ufficialmente dalle mani del Vescovo il nuovo regolamento diocesano, la stesura del quale ci ha visti impegnati a lungo, e ciò affinché esso potesse essere davvero non solo un elenco normativo, ma uno strumento di riflessione, in grado di aiutare confraternite a ripartire in maniera nuova, a ripartire sapendo che le confraternite sono una modalità per vivere in maniera forte la vita cristiana, una modalità forte per vivere in maniera forte il Vangelo. Nella pagina che abbiamo ascoltato questa sera il Signore ci mette dinanzi proprio questo, ci mette dinanzi questo obiettivo: vivere il Vangelo lettera, direbbe Francesco, il santo al quale San Giovan Giuseppe guardò per tutta la sua vita e vivere il Vangelo cercando innanzitutto di farlo attraverso una modalità concreta e semplice che è quella della vita fraterna. Gesù dice oggi nel Vangelo: “non fatevi chiamare Rabbì, perché uno solo e il vostro maestro e voi siete tutti fratelli”.

La fraternità è uno dei pilastri delle confraternite, le quali vengono così chiamate proprio perché sono forme di vita comunitaria, per questo abbiamo insistito tanto sia nel tempo della riflessione sia nel tempo della legiferazione nel sottolineare che le confraternite devono vivere la vita fraterna, la vita comunitaria, la comunione, altrimenti non sappiamo più cosa siano, perdono il vero senso del loro esistere e mancano il loro più profondo obiettivo. Il vescovo Filippo, di venerata memoria, che noi ricordiamo sempre con tanto affetto e grande stima, sottolineava che le confraternite dovessero in qualche modo realizzare tre cose: innanzitutto la dimensione del culto “C come culto” diceva il vescovo Filippo cioè esperienza di preghiera, le confraternite come luoghi dove si prega, dove si adora il Signore, dove si loda il Signore dove si vive un culto sincero, ma perché questo culto possa essere sincero, come diceva oggi il brano della Prima Lettura, è necessario che vi sia anche l’altra dimensione: la carità, dunque culto ma dopo il culto la carità che è la modalità concreta che ci è data per verificare se il nostro culto è sincero agli occhi di Dio. Ma poi aggiungeva il vescovo Filippo, c’è bisogno di un terzo elemento, le confraternite sono anche chiamate ad educare al bello a diventare i luoghi di cultura.

Spesso le confraternite qui a Ischia vivono anche in chiese molto belle che raccontano la storia della nostra isola e ne raccontano la bellezza con le loro opere d’arte, con i loro tesori. Mi sembra che possiamo provare ad aggiungere una quarta nota che mi sembra fondamentale e che troverete in maniera forte nel regolamento che vi viene consegnato che è la comunione, le confraternite sono esperienze di vita fraterna, in qualche modo la Chiesa le pensa così. Papa Francesco in diversi incontri con le confraternite ha sottolineato questo, che la confraternita è una esperienza di comunione, dove si vive tra fratelli, come fratelli, e voi siete tutti fratelli, dice Gesù, per questo non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il padre vostro. E allora questa sera nel consegnare il nuovo regolamento che porta la data dell’8 dicembre, cioè a 25 anni dal regolamento precedente che portava la firma di Mons. Antonio Pagano.

Questo regolamento vi viene consegnato perché voi possiate realizzare queste dimensioni che ho cercato brevemente di ricordare,  che possiate essere nelle vostre confraternite persone che vivono un culto gradito al Signore e per questo che il vostro culto possa non contrastare mai con la vita e dunque che possiate essere nelle vostre confraternite persone che vivono la carità e che possiate essere persone che mostrano la bellezza e la sappiano valorizzare, la bellezza dei luoghi nei quali voi vi trovate, vi incontrate, pregate. Ma la vera bellezza è la vita fraterna. “Guardate come si amano”, dicevano dei primi cristiani, e voi siete tutti fratelli. Ecco io chiedo al Signore per intercessione di San Giovan Giuseppe della Croce che visse la vita fraterna, che testimoniò la bellezza della comunione, che le confraternite della Chiesa di Ischia possano essere così e se saranno così potranno davvero rivivere, potranno davvero ridiventare occasione di evangelizzazione per tanti e potranno essere un segno che parla non di cose che non ci sono più, ma di una vita che è la vita del Vangelo una vita che è la vita cristiana la vita di chi vuole mettere al centro il Signore Gesù e vuole testimoniarlo perché non si dica anche di noi “dicono ma non fanno”,  ci aiuti Maria, colei che ha detto poco, ha parlato poco, ma ha vissuto pienamente nell’adesione al Signore, ci aiuti lei, la donna del silenzio, la donna del ,ad essere persone che nell’umiltà nella discrezione, senza voler apparire, cercano di vivere secondo la regola del Santo Evangelo.

Amen

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