E noi dove andiamo?
Nelle scorse due settimane, in Italia abbiamo assistito a un grande fenomeno di protesta, rivendicazione e – purtroppo in certi casi – quasi insurrezione, che ha animato le nostre strade, piazze e autostrade, in risposta agli ingenti aumenti del costo della vita del nostro paese, a seguito dello scenario devastante che affligge il mondo. Se volessimo rileggere tutto il fenomeno di questi giorni non potremmo che dividerlo in due grandi schieramenti: lo schieramento delle piazze delle grandi metropoli, tra cui spicca certamente l’esperienza milanese, e quello del blocco pacifico delle autostrade, che ha caratterizzato maggiormente il sud e, in larga parte, la nostra Campania.
Due proteste totalmente diverse, nei modi e, ancor più, nella sostanza e nel pensiero che dietro vi si cela. Al di là di ogni possibile riflessione o considerazione, a parlare sono i fatti: da un lato barricate, scontri e distruzione, dall’altro lacrime di lavoratori disperati, che di certo non ce l’avevano con i poveri automobilisti imbottigliati in poderosi ingorghi autostradali o con gli agenti che compivano il proprio dovere. Rischia di essere semplicemente un’immagine da reel sui social, ma non è di poco conto la spontaneità con cui si è visto qualche autotrasportatore offrire agli agenti in tenuta anti-sommossa i cornetti che, a loro volta, qualcuno aveva loro offerto. Resta, però, la necessità di non lasciarci scivolare addosso quanto accaduto: non possiamo semplicemente ricordarci della coda chilometrica per fare il pieno o della corsa cancellata dell’aliscafo.
A darci un possibile suggerimento di riflessione è stata proprio la Parola di Dio che, in uno dei giorni più caldi delle proteste, ci ha presentato le parole di Gesù alla gente del suo tempo: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?». In modo tagliente, arriva a noi, tramite queste parole, la domanda sul perché non siamo in grado di giudicare i nostri tempi. A ben vedere abbiamo avuto tanti segni: su scala mondiale, nazionale, locale. Tante volte, però, abbiamo preferito distogliere lo sguardo. Consciamente o inconsciamente, abbiamo trovato più conveniente illuderci che tutto procedesse nella direzione giusta, mentre il treno iniziava già a deragliare dal binario. Ora, invece, l’obiettivo si è focalizzato in maniera incontrovertibile e sono passati in primo piano non la povera nazione “x” vittima o la perfida “y” carnefice, ma le nostre strade, i nostri supermercati e farmacie, i nostri trasporti, le nostre scuole, università e luoghi di lavoro.
E, ancora, abbiamo avuto la grazia di poter soffrire di scioperi e serbatoi vuoti, mentre tanti soffrono ancora bombe, guerre e case distrutte. Allora, possiamo dire che è passato il tempo in cui poter leggere i segni; non ce n’è più bisogno: sono i segni stessi che si sono presentati a noi in maniera incontrovertibile. Un pacco di pasta, un pieno di benzina, un medicinale salva-vita: cose che per noi sono scontate, ma che si sono dimostrate, invece, fragili: un tir di traverso sulla corsia, un serbatoio vuoto del traghetto e ogni nostra certezza scompare. Eppure, nessuno di noi può dire di essere nuovo a scenari simili: siamo stati tutti protagonisti della pandemia del Covid-19, che ci ha messo per anni dinanzi alla triste realtà che anche il nostro sviluppato, arricchito e moderno mondo occidentale può trasformarsi in un mondo distopico, alla maniera di Orwell. Una differenza con la pandemia, però, possiamo individuarla ed è sostanziale: allora combattevamo un virus, una molecola, un nemico invisibile; oggi combattiamo contro l’uomo stesso. E questo perché qualche uomo si è illuso di essere diverso dagli altri: non fatto della stessa carne, animato dalla stessa parola, illuminato dalla stessa intelligenza e dalla stessa grazia. Anche qui, come direbbe il Qoelet, «non c’è niente di nuovo sotto il sole». Sempre nella storia è avvenuto così, ma come sempre abbiamo memoria corta. E se corta è la memoria del passato, come va con lo sguardo sul futuro?
Quest’anno che sta passando ha visto, in tal senso, molte provocazioni da parte della Chiesa Cattolica. “Quo vadis, Humanitas? – Dove vai, umanità?” si è chiesta a marzo la Commissione Teologica Internazionale. E ancora, lo stesso papa Leone XIV nella sua prima enciclica – non dedicata banalmente all’intelligenza artificiale, ma alla custodia della persona umananel tempo della IA – si è chiesto: «Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?». Insomma, tutte domande che, come riflesse in uno specchio, corrono fino a noi e ci interpellano direttamente: verso dove ti dirigi tu? Tu, figlio di questi tempi, più difficili da interpretare di qualunque nuvola che sale da ponente o di qualunque scirocco. Quo vadis, Humanitas? Et nos, quo imus?



