La prossimità è ciò che condividiamo.
di Paola Mattera
Correre ai ripari, mettersi in fila, riempire i carrelli, fare il pieno ai serbatoi e incetta di tutto ciò che potrebbe servirci, anche di quello che non occorre davvero. Quando l’incertezza bussa alla porta, la prima reazione sembra essere sempre la stessa: pensare a sé. Ci affanniamo a mettere al sicuro noi stessi, a proteggerci da ogni possibile imprevisto, fino a rinchiuderci nel nostro piccolo mondo dorato. Eppure mentre ci preoccupiamo di non farci mancare nulla, ci chiediamo mai chi, proprio accanto a noi, rischia di rimanere senza il necessario?
Pensiamo alla persona che non può raggiungere autonomamente la farmacia, alla mamma sola che non riesce ad alzarsi dal letto e non sa a chi affidare i propri figli per accompagnarli a scuola? Pensiamo all’autotrasportatore che non riesce nemmeno a fermarsi per comprare il latte e i pannolini per il suo primo figlio appena nato e che spera in una riduzione dei costi per alleggerire almeno un po’ il peso delle spese quotidiane.
Sono persone, non numeri. Sono vite che si intrecciano con le nostre, anche quando non ce ne accorgiamo.
Eppure siamo tutti belli, bravi e simpatici, soprattutto quando si tratta di dispensare buoni consigli. L’importante è voltarsi dall’altra parte: tanto, si sa, il problema resta a chi ce l’ha. Non bastano una pacca sulla spalla, due parole di incoraggiamento o qualche bella riflessione affidata alle pagine di un giornale. Occorre cambiare mentalità. Perché la solidarietà non si dichiara, si pratica. E soprattutto deve cominciare dalla vita di tutti i giorni.
Io la quotidianità la vivo e, tra le tante distrazioni e sbavature in cui anch’io, inevitabilmente, inciampo, è proprio lì che incontro la vita vera. Mi si rivela ogni mattina, presto, quando accompagno i miei figli a scuola. Vedo i ragazzi che mi ringraziano quando mi fermo e attendo anche svariati minuti per farli attraversare tutti sulle strisce pedonali. Vedo il nonno che porta lo zaino del nipotino diretto all’asilo. Vedo il sole che illumina anche ciò che non ci piace, ciò che preferiremmo non vedere.
Vedo giovani e adolescenti che hanno voglia di dire la loro, che si informano, si interessano alla politica e alla società. Li vedo coinvolti attorno a un altare, così come attorno a una consolle da DJ. Vedo figli collaborativi, nipoti affezionati, genitori e amici che cercano, ciascuno a modo proprio, di darsi una mano.
E allora sì, c’è una parte bella della nostra comunità. Una parte viva, generosa, capace di esserci. Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia, che rischia di ossidarsi ogni volta che scegliamo l’indifferenza, quando vediamo qualcuno in difficoltà e tiriamo dritto, quando deleghiamo sempre ad altri ciò che potremmo fare noi, quando ci preoccupiamo soltanto di impreziosire le nostre comodità senza domandarci se qualcuno abbia bisogno dell’essenziale.
Da dove possiamo ripartire? Da gesti semplici, che non richiedono grandi disponibilità economiche né capacità straordinarie. Possiamo cominciare dal nostro pianerottolo, imparando a conoscere chi ci abita accanto. Possiamo organizzare una rete tra genitori per accompagnare i bambini a scuola, ritirare una medicina, fare la spesa per chi non può uscire, offrire un passaggio, condividere un pasto. Possiamo evitare gli acquisti dettati dalla paura, comprare ciò che serve davvero e lasciare che anche gli altri possano trovare ciò di cui hanno bisogno. Possiamo dedicare un po’ del nostro tempo a chi è solo, ascoltare senza giudicare chi attraversa un momento difficile, coinvolgere i ragazzi nelle decisioni che riguardano la comunità, affidando loro responsabilità vere e non soltanto occasioni per una fotografia.
Possiamo anche imparare a chiedere aiuto. Perché condividere non significa soltanto dare, ma riconoscere che, prima o poi, ciascuno di noi può avere bisogno dell’altro.
La comunità non è un’entità astratta, non è qualcosa che appartiene esclusivamente alle istituzioni, alla politica o alla Chiesa: siamo noi! Con le nostre scelte, le nostre abitudini e persino con le nostre omissioni. È ciò che costruiamo ogni giorno, attraverso le piccole cose che spesso consideriamo insignificanti.
Possiamo avere gli stomaci paghi, i serbatoi pieni, le dispense traboccanti e le agende organizzate, ma se intorno a noi qualcuno continua a sentirsi solo, invisibile, dimenticato, allora forse abbiamo riempito tutto, tranne ciò che conta davvero.
La vera domanda non è quanto siamo riusciti a mettere al sicuro per noi, ma quanto siamo disposti a fare perché nessuno resti indietro.La civiltà di una società non si misura da ciò che riesce a trattenere per sé, ma da quanto è capace di sottrarre all’indifferenza e restituire alla dignità di tutti.



