Commento al Vangelo Mt 5,1-8

Che idea abbiamo dei santi? Forse li immaginiamo lontani, persone speciali, capaci di fare cose straordinarie, uomini e donne che sembrano appartenere a un’altra categoria di esseri umani. Li mettiamo sugli altari, accendiamo una candela davanti alle loro immagini, chiediamo la loro intercessione. E qualche volta, senza accorgercene, li allontaniamo dalla nostra vita, come se la santità fosse una possibilità riservata a pochi, qualcosa che riguarda gli altri, ma non proprio noi.

Eppure oggi la Chiesa ci invita a celebrare tutti i santi, anche quelli che non conosciamo, quelli che non avranno mai un nome sul calendario, quelli che non sono stati riconosciuti ufficialmente, ma che hanno attraversato la vita lasciando passare qualcosa di Dio. Persone che hanno amato senza fare rumore, che hanno perdonato quando sarebbe stato più facile chiudere una relazione, che hanno continuato a sperare anche quando la vita sembrava aver tolto loro ogni ragione per farlo. Persone normali, con le loro fragilità, le loro paure, le loro ferite, che hanno imparato, giorno dopo giorno, a vivere un po’ di più secondo il cuore di Dio.

La santità, allora, non è diventare persone diverse da quelle che siamo. È diventare pienamente ciò che siamo stati pensati per essere. È lasciare che l’immagine di Dio, impressa in noi, venga fuori da tutto ciò che la copre: le paure, l’egoismo, il bisogno di approvazione, il rancore, la pretesa di avere sempre ragione. Non si tratta di diventare perfetti, ma di diventare veri. Non di non cadere mai, ma di imparare a rialzarsi lasciandosi prendere per mano da Dio.

Il Vangelo di oggi ci consegna le Beatitudini. Gesù sale sul monte, si siede e comincia a parlare. Non detta un regolamento per persone impeccabili. Sono le conseguenze di chi ha cominciato ad amare Dio e il prossimo come ci aveva detto domenica scorsa. Chi prova ad amare fa questa esperienza: si impoverisce, chi prova ad amare mette in contro che l’amore fa piangere, fa soffrire, chi ama è mite, chi ama ha sempre sete di giustizia per sé stesso e per i poveri, chi ama guarda con amore le miserie, chi ama non si sporca e non sporca l’amore scendendo a compromessi, chi ama apre il tempo alla pace, chi ama sa che sarà anche odiato. È la concretezza dell’amore. Gesù a chi sta faticando ad amare dice: “Felici”.

Ma come si fa a chiamare felice chi piange? Come si può parlare di felicità quando manca qualcosa, quando si subisce un’ingiustizia, quando si viene perseguitati per aver scelto il bene? Gesù non dice che il dolore è bello, che la povertà è desiderabile o che dobbiamo rassegnarci alle ingiustizie. Non santifica la sofferenza in sé. Annuncia qualcosa di molto più grande: chi prova a vivere così stranamente è felice anche nelle difficoltà.

Il mondo ci ha abituati a pensare che felice sia chi non ha problemi, chi riesce a imporsi, chi possiede abbastanza da non aver bisogno di nessuno, chi può permettersi di ignorare il dolore degli altri. Gesù, invece, ci mostra una felicità che non nasce dal possesso, ma dalla relazione; non dalla forza con cui dominiamo, ma dalla libertà con cui amiamo. È felice chi non deve schiacciare gli altri per sentirsi qualcuno. È felice chi riesce a restare mite senza diventare debole, misericordioso senza sentirsi superiore, operatore di pace senza rinunciare alla verità.

Ecco perché le Beatitudini non sono soltanto parole da ascoltare, ma una strada da percorrere. Ci dicono che cosa può diventare la nostra vita quando smettiamo di vivere soltanto per noi stessi e lasciamo che Dio la trasformi dall’interno.

Il santo non è uno che non ha più bisogno di essere salvato. È uno che ha scoperto di averne bisogno e ha smesso di vergognarsene. Non è uno che non conosce la fragilità, ma uno che non permette alla fragilità di avere l’ultima parola.

La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci presenta una moltitudine immensa, che nessuno può contare, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. È un’immagine bellissima. La santità non è una cerchia ristretta di persone straordinarie, né un club per pochi eletti. È una moltitudine. Ci sono storie diversissime, volti che non si somigliano, cammini che hanno conosciuto strade differenti. Dio non ha un solo modo di raggiungere le persone, né un solo modello umano da riprodurre. La santità non cancella la nostra unicità: la porta a compimento.

E forse questa è una delle notizie più belle della festa di oggi. Non dobbiamo copiare la vita di un santo per diventare santi. Dobbiamo lasciarci ispirare dalla loro capacità di lasciarsi raggiungere da Dio, perché anche la nostra storia diventi un luogo in cui l’amore può prendere forma. C’è chi sarà santo nella vita familiare, imparando a ricominciare ogni giorno. C’è chi lo sarà nella cura di una persona malata, nella fedeltà a un lavoro vissuto con onestà, nella pazienza con cui accompagna un figlio, nella disponibilità a stare accanto a chi è rimasto solo. C’è chi lo sarà chiedendo perdono, chi rinunciando a una vendetta, chi trovando il coraggio di dire la verità senza umiliare nessuno.

La seconda lettura (stupenda!) ci ricorda che siamo già figli di Dio, anche se ciò che saremo non si è ancora manifestato pienamente. È una parola bellissima, perché ci dice che la vita nuova non è qualcosa che dobbiamo conquistare, ma qualcosa che abbiamo già ricevuto. Cristo è entrato nella nostra storia e ha messo dentro di noi il germe di un’esistenza nuova. La figliolanza divina non è un premio che ci verrà consegnato alla fine del cammino: è un dono che ci abita già, una vita nascosta che cresce insieme a noi, spesso senza che ce ne accorgiamo. La santità, allora, è proprio questo: lasciare che la vita di Cristo, già presente in noi, trovi spazio, metta radici, si sviluppi e venga finalmente alla luce.

Non si tratta di diventare tutti uguali, di assumere gli stessi comportamenti o di imitare dall’esterno un modello irraggiungibile. La santità ha il volto concreto e irripetibile di ciascuno di noi. Passa attraverso la nostra storia, il nostro carattere, le nostre ferite, i nostri talenti, persino le nostre fatiche. In ciascuno Cristo prende forma in modo personale, perché nessuno può amare esattamente come amiamo noi, nessuno può abitare le nostre relazioni al nostro posto, nessuno può compiere il bene che la nostra vita è chiamata a generare. Eppure, pur nella diversità delle storie, c’è qualcosa che ci rende riconoscibili: la somiglianza con Gesù. È come se la vita nuova che portiamo dentro cercasse lentamente una strada per uscire, per diventare gesto, parola, scelta, modo di stare al mondo.

Quando impariamo a perdonare, qualcosa di Cristo viene alla luce. Quando ci prendiamo cura di qualcuno senza aspettarci nulla in cambio, Cristo prende forma nella nostra vita. Quando scegliamo la mitezza invece della prepotenza, la misericordia invece del giudizio, la pace invece della vendetta, non stiamo semplicemente diventando persone migliori: stiamo permettendo alla vita del Figlio di manifestarsi attraverso di noi. La santità è questa fioritura interiore che, poco alla volta, rende visibile ciò che Dio ha seminato nel profondo.

Dobbiamo piuttosto lasciare che Cristo cresca in noi, liberando quella vita nuova da tutto ciò che la soffoca: le paure che ci chiudono, l’orgoglio che ci irrigidisce, il rancore che ci avvelena, il bisogno di essere riconosciuti che ci impedisce di amare gratuitamente. Non dobbiamo inventarci una nuova identità: siamo figli, e siamo chiamati a diventare ciò che siamo. La vita eterna è già cominciata, Cristo è già all’opera dentro di noi. La domanda è se gli stiamo permettendo di crescere, fino a diventare, attraverso la nostra umanità concreta, un riflesso del suo amore.

Oggi allora non celebriamo soltanto i santi che sono arrivati alla meta. Celebriamo anche la possibilità che ci è stata consegnata: diventare uomini e donne capaci di vivere secondo le Beatitudini. Cristiani non si nasce soltanto: si diventa. E diventare santi significa lasciare che Cristo cresca in noi, fino a rendere la nostra vita un riflesso della sua. Buona festa di Tutti i Santi!

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