di Paola Mattera
Il cambiamento non ha un nome, come tutto ciò che, in generale, ci cambia la vita e non avrebbe bisogno nemmeno di essere chiamato. Come l’amore, ad esempio.
Il cambiamento viene spesso associato a un vento che soffia, forse perché, chissà, scompiglia i capelli e le idee, e tutto sembra rimettersi a posto quando si placa. Ma non sempre è così. A volte il vento arriva per spostare ciò che credevamo immobile, per aprire porte che avevamo imparato a tenere chiuse, per ricordarci che restare fermi non è sempre sinonimo di stabilità.
Da pochi giorni le scuole hanno riaperto le porte. Giovani studenti, carichi di speranza e di sogni, hanno varcato la soglia di quella che sarà, per lungo tempo, la loro palestra di vita. Dovremmo attingere sempre da loro, da chi ancora sta crescendo e ci ricorda chi siamo stati, dove volevamo arrivare e anche cosa stiamo dimenticando. Imparare quella grammatica che non si studia sui libri, ma che insegna a “stare”, a rimanere.
Questa è quella che chiamano “grammatica esistenziale” e che insegna a vestirsi degli indumenti altrui, a considerare gli altri non come entità astratte, ma come parte di noi stessi, come elementi caratterizzanti il mondo che abitiamo. È imparare a riconoscere nell’altro qualcosa che ci riguarda, soprattutto quando non ci somiglia.
Eppure, ci vuole molto coraggio oggi a portare la propria voce fuori dal coro. In una società in cui le cattive notizie sono all’ordine del giorno, tentare di far soffiare una leggera brezza di cambiamento è un compito davvero arduo per chiunque.
La Scuola, la Chiesa, la Politica, la Famiglia dovrebbero farsi promotrici di una nuova Era, pur nel fallimento del loro scopo. Provarci, oltre ogni regola.
La Scuola deve liberare dagli schemi e dalle limitazioni di sorta, alimentando quei sogni che non devono rimanere tali e possono altresì trovare spazio di realizzazione. Deve educare non soltanto alle conoscenze, ma ai sentimenti, al rispetto, alla capacità di ascoltare e di accettare. Perché preparare al futuro significa insegnare a non avere timore di ciò che sfugge al proprio controllo in una logica di isolamento.
La Chiesa deve avere coraggio.
Il coraggio di chi è chiamato a decidere e sa che ogni scelta porta con sé responsabilità, rinunce e, talvolta, incomprensioni. È il difficile compito di chi, pur avendo il dovere di indicare una strada, accetta con grande stoicismo di lasciarsi scompigliare dal vento del cambiamento, senza scambiarlo per una minaccia.
«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va» (Gv 3,8).
È proprio questa la sfida della Chiesa di oggi: non trattenere il vento, ma avere il coraggio di riconoscerlo quando arriva e di seguirne la direzione. È lo stesso coraggio che incontriamo nei giovani che scelgono di in-seguire la propria vocazione cristiana e negli stanchi sacerdoti che, nonostante le fatiche della vita e gli acciacchi della salute, restano in piedi, custodi di un domani che non ha bisogno di clamore per continuare a camminare.
La Politica è un campo più difficile da trattare, perché ormai siamo tutti professori di materie che non conosciamo. Insofferenti, indifferenti, intolleranti, razzisti. Abbiamo trasformato le differenze in confini e le opinioni in barricate. Eppure, la politica dovrebbe fare esattamente il contrario: unire le diversità, collegare le affinità, creare un unicum nel quale il bilancio non sia quello della morte e della miseria da una parte e della ricchezza e del potere dall’altra.
La verità è che sappiamo chiudere i porti perché non abbiamo mai imparato ad aprire i cuori. È più facile “lasciare fuori” che diventare parte del cambiamento.
E allora viene da chiedersi: cosa c’è di diverso tra noi? Quale presunzione ci porta a considerarci migliori degli altri? Papa Francesco, nella Fratelli tutti, firmata ad Assisi il 3 ottobre 2020, parla di una società come di un poliedro, «che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature». E aggiunge: «Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo» (Fratelli tutti, 215).
Ecco, la diversità non è una gerarchia.
Nessuno di noi occupa un punto così alto da poter guardare gli altri dall’alto verso il basso. Un principio che torna, con forza e parole nuove, nella prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, del 2026, dedicata alla dignità della persona e alla necessità di riconoscerla in ogni essere umano.
La dignità non è un premio, non è una conquista, non è qualcosa che deve essere dimostrato. La dignità appartiene a ciascuno di noi.
È forse questo il filo che unisce i due pontificati in una società che prova a cambiare e a riconoscere nell’altro non qualcuno da giudicare e misurare. Il vero cambiamento comincia dal giorno in cui smettiamo di guardarci con sospetto e impariamo a guardarci con rispetto.
Sono i giovani a incarnare, più di chiunque altro, questa possibilità. Hanno negli occhi l’inquietudine delle cose che devono ancora accadere e nelle mani la possibilità di dare loro una forma. Non portano risposte definitive, ma domande capaci di aprire strade e non hanno ancora imparato a chiamare “inevitabile” ciò che può essere semplicemente “diverso”. È qui che la Famiglia si fa Comunità, non è più soltanto nucleo privato, ma diventa luogo di trasmissione tra generazioni, e i giovani diventano la conseguenza concreta di tutto ciò che gli adulti scelgono di fare.
In questo spazio, tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che ancora non conosciamo, si misura anche la lungimiranza di chi è chiamato a guidare. Al nostro Vescovo va il merito di non aver confuso la fedeltà con l’immobilità, di aver intuito che una Chiesa viva non si conserva semplicemente, ma si rinnova, si interroga e si mette in gioco, con la responsabilità di chi sa che ogni nuova stagione chiede occhi capaci di guardare oltre l’orizzonte.
Il vento non chiede permesso. Può sfiorarci o toccarci. Si insinua come un sospetto e si dilata come una luce. Arriva, disordina, mette in discussione, cambia la posizione delle cose. Scirocco, maestrale, libeccio, grecale, tramontana… Qualunque esso sia, possiamo scegliere di chiudere le finestre e aspettare che passi. Oppure, possiamo scegliere di aprirle e di far entrare il sole nella nostra vita.



