2026: anno di conversione e perdono

L’anno santo che si è appena chiuso ci ha fatto meditare in particolare sulla speranza. In questo periodo di bilanci e prospettive, miste ad auguri, sarebbe auspicabile un 2026 che non arrivasse come uno dei tanti anni nuovi, che si vede consegnare dal passato dinamiche e situazioni che seguono una propria logica, ma come una “frattura”. La vera speranza esige non un semplice passaggio da un anno all’altro, ma come uno spartiacque, una conversione, davvero capace di dividere ciò che eravamo da ciò che non possiamo più permetterci di essere. Un anno che metta a fuoco un punto: il nostro tempo non è povero di ideali, ma povero di verità e ricco di fake news a cui si aggiungono le verità rielaborate dall’I.A.

Le parole buone abbondano, ma la volontà di convertirsi a stili e modelli di vita ispirati al vangelo no. Aspetti importanti del nostro esistere come la pace, la solidarietà, la fraternità sono diventati vocaboli “innocui”, consumati fino a perdere forza, pronunciati da chi non intende pagarne il prezzo che esigono. Dire ad esempio “pace”, oggi non significa desiderare necessariamente e primariamente la fine della violenza, ma chiedere che la violenza non tocchi i nostri interessi. È ovvio che nessuno voglia la guerra, ma quasi tutti vogliono continuare a vivere dentro le logiche che la rendono inevitabile, come la produzione delle armi. Vogliamo sicurezza senza fiducia, prosperità senza giustizia (salvo poi lamentarci quando la sua scure si imbatte su qualcuno di noi), stabilità senza condivisione.

È qui che si annida la più grande contraddizione: pensare che il male e i cattivi siano sempre altrove, mentre, senza accorgercene, cresce e si alimenta silenziosamente anche dentro le nostre scelte quotidiane. Non si tratta di giudicare l’uomo, come al solito crudele. Ma vederlo trasformarsi in “modalità opaca”. Al punto che il suo egoismo non si manifesta in tutta la sua brutalità, ma in quello del diritto. Si presenta come autodifesa, come prudenza, come buon senso. L’egoismo del singolo – “devo pensare a me” – e quello collettivo – “dobbiamo pensare ai nostri” – si travestono al punto da sembrare ragionamenti e scelte mature e oggettive.

Ma cosa ci blocca per una reale conversione? Il solito timore di perdere qualcosa che ci impedisce di donarci. Così l’ego diventa misura di tutte le cose e l’altro una variabile da tenere sotto controllo.

Abbiamo tanto imparato a convivere con questa logica da considerarla naturale. Ci sembra normale competere, prevalere e inevitabile escludere anche se poi ci dispiace e vorremmo recuperare sul piano dell’elemosina. Ma questo non è evangelico: lo abbiamo solo fatto diventare “normale”. Abbiamo scambiato l’abitudine per la verità; l’uso spasmodico dei sondaggi e di quel che pensa la maggioranza (sulla base di quali dati ed elaborati da chi?) diventano criterio per scelte spesso poco lucide e miopi rispetto alle sfide epocali che dobbiamo affrontare. Tutto ciò porta la nostra civiltà a non sapersi più convertire. In nome della competizione – motore della produzione in tutti i campi – guardiamo solo al successo, al merito, alle “eccellenze”, alimentando quella che papa Francesco chiamava “cultura dello scarto”.

Guardiamo a qualche conseguenza. Siamo sempre meno allenati di fronte all’importanza della cura dei fragili, di chi non ce la fa, di chi resta indietro (viviamo nel Paese più longevo del mondo, ma anche con tanto carico sociale degli anziani sempre più soli); non riusciamo più a portare avanti progetti di vita condivisa, tanto che il 50% delle coppie – sia sposate in chiesa che civilmente – si separano; la politica è considerata una roba per pochi eletti che curano perlopiù i propri interessi, alla faccia della responsabilità personale o sociale; le gioie pure e universali, come la nascita di un figlio, sono sostituite da surrogati come l’affido di… un cane (la pet-economy è in grande crescita) mentre la crisi della natalità, soprattutto nella nostra regione, è drammatica, con le conseguenze sociali che ne derivano.

E tutto questo accade in un sistema di relazioni competitive che portano a vivere contro qualcuno, che non è un fratello, ma un competitor che deve perdere qualcosa affinché io possa guadagnare.

È la logica che produce pochi “vincitori fragili” e tanti “sconfitti invisibili”, lasciando alla fine tutti più soli.

Abbiamo tutti bisogno di tornare a guardare alla conversione non solo in termini morali, ma esistenziali. Non siamo individui che solo a volte collaborano. Siamo innanzitutto “persone” che portiamo un significato in sé nelle relazioni che intratteniamo.

Ma per paura abbiamo frequentato la scuola della competizione. Dobbiamo rispondere con la collaborazione e il senso di fraternità – da non considerarsi come concetti astratti o gesti puramente generosi – per ritrovarci come uomini e donne alla pari, perché senza l’” altro”, io non sono. Senza la vita che si fa dono tutto si riduce a sopravvivenza e caccia a un posto al sole. È la spiritualità del servizio che fa la differenza nei rapporti ispirati al vangelo. La vera competizione è tra chi ama per primo e di più, senza differenze o preclusioni di sorta. Le nostre comunità ecclesiali dovrebbero essere palestre del servizio amorevole e umile e vissuto insieme.

Questo discorso vale anche su scala mondiale, perché anche gli Stati possono essere ispirati all’egoismo collettivo o al senso del reciproco rispetto e aiuto condiviso. Senza questi, ogni collettività è solo una forma organizzata di egoismo più o meno grande.

Per la costruzione di un mondo migliore – non solo nel 2026 – abbiamo dunque bisogno di tante persone “squilibrate-sul dono-di-sé” che puntano all’unica rivoluzione che non lascia morti e distruzione, che accolgono la vulnerabilità e scelgono di perdere qualcosa pur di salvare qualcuno. Sono queste persone che creano un’economia che costruisce e non offende nessuno, né le persone né la natura.

Si pone a questo punto una domanda: noi, persone chiamate ad essere “squilibrate-sul dono-di-sé” da dove dobbiamo iniziare a convertirci? Forse da quell’elemento nuovo che Gesù ha portato sulla terra nel momento cruciale della sua esistenza: dal “perdono”. È il perdono la parola che si fa azione davvero sconcertante per il mondo. Perdono come lingua madre dell’incontro. Perdono come disarmo preventivo del cuore, delle parole giuste dette al momento giusto, levigate dall’amore, dalla prudenza. Perdono che si mette nei panni dell’altro e lo aiuta a superare errori e giudizi. Perdono che sa aspettare col silenzio che non è reticenza e omissione, ma paziente costruzione dei tempi di maturazione delle cose. Perdono come riconoscimento che io stesso vivo di misericordia. Una parola così, pronunciata ogni giorno, potrebbe rifare il mondo partendo dal cuore, dalle parole e da azioni condivise.

A questa cultura del perdono si oppongono tante cose, ma vorrei sottolineane una che è sempre figlia dell’ego prevaricatore: la “diffidenza”, il non fidarsi, il calcolare l’eventuale giudizio altrui. C’è poco da fare, la diffidenza si supera solo con tanta preghiera e coraggio nel fare un passo nel vuoto, nel non sapere come l’altro reagirà al mio essere disarmato. Il perdono è senz’altro il passo più difficile, ma il più necessario da fare! Perché la diffidenza promette, sì, sicurezza, ma ci consegna alla solitudine. Ci fa vedere nemici dove ci sono fratelli, minacce dove ci sono possibilità. Dovremmo reimparare a guardarci come persone di cui fidarsi, non come rischi da gestire. Questo non è ingenuità: è coraggio che nasce dall’amore guardando a Colui che dall’alto della croce disse: “Padre. Perdona loro…”.

Forse con quest’atteggiamento volto al perdono potremmo vedere intorno a noi amici ai quali aprirci, e non nemici da cui difenderci, e forse scopriremmo che il mondo è meno disumano di quanto crediamo. Bisogna bandire tanti aspetti moderni che si librano nell’aria e nell’etere: pregiudizi, sete di potere, ambizione di dominare, egoismo mascherato da prudenza, perbenismo, moralismo ipocrita che condanna per non cambiare, ansia ossessiva di primeggiare che ci impedisce di amare. Ecco, in sintesi il punto cruciale, dove tutto si raccoglie in una verità semplice e terribile: siamo chiamati – sono chiamato! – a convertirci all’unica cosa che conta: amare ed essere amati. Tutto il resto è difesa, paura, fuga, vanità. Vorrei che il 2026 portasse questa vera conversione. Non un mondo migliore per decreto o con auguri illusori, ma un’umanità più vera per scelta. Il futuro sarebbe già in azione in questo presente. Auguri!

Don Pasquale Trani

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