Domenica 18 ottobre scorso, Papa Leone XIV ha recitato l’Angelus dalla finestra che affaccia su Piazza San Pietro come di consueto, nonostante l’intervento subito cinque giorni prima, affermando: «Il Vangelo proclamato nella liturgia odierna (Mt 22,15-21) ci pone a confronto con uno dei detti più celebri di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Per questo è importante collocarlo nel contesto in cui fu originariamente pronunciato. L’evangelista Matteo descrive una situazione ostile verso Gesù: i farisei si radunano per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Decidono di mandare alcune persone a interrogarlo su una questione controversa: “È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. La risposta del Maestro è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuol farlo cadere. Chiede loro la moneta del tributo, cioè un denaro. Quelli gliela danno, e Gesù dice: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli rispondono: “Di Cesare”. Allora afferma: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla. Il suo Regno non toglie le cariche e le responsabilità umane. Chiede però di vivere senza compromessi, liberi da cattive ambizioni e ingiusti interessi, anteponendo a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Colpisce, in questo senso, l’elogio che quelle stesse persone rivolgono a Gesù, seppure mosse da intenzioni non buone: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Carissimi, è proprio questo il profilo di chi “rende a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene».
San Francesco d’Assisi era alla continua ricerca della Verità, che rende liberi dal peccato e dà gloria a Dio. Questa Verità è incarnata nel Figlio di Dio, Colui che è stato pronto a compiere la Volontà del Padre. Allo stesso modo anche il giovane Francesco desiderava compiere questa Volontà del Padre su di lui, per comprenderla si affidava alle sacre scritture. “Intanto studiava con tutta la sua mente e con tutto l’amore di conoscere quale modo e quale via potevano essere più adatti per raggiungere una unione ancora più perfetta col Signore Dio, secondo il disegno e il decreto della Sua volontà. E questa fu sempre la sua unica filosofia, il suo supremo desiderio nel quale bruciò finché visse; e chiedeva a tutti, ai semplici come ai sapienti, ai perfetti come agli imperfetti, come poter raggiungere la via della verità e pervenire a mete sempre più alte. In realtà, pur essendo egli perfettissimo tra i perfetti, non ammettendolo, si stimava il più imperfetto di tutti. Aveva infatti gustato e provato personalmente quanto è dolce, soave e buono il Dio d’Israele per i retti di cuore (Sal 72,1), che lo cercano sempre con semplicità pura e con purezza vera. La dolcezza e soavità, che egli sentiva infusa dall’alto nella sua anima, dono rarissimo concesso a pochissimi, lo spingeva a dimenticare totalmente sé stesso, e allora, riboccante di tale gaudio, bramava con tutte le forze ascendere alla vita immortale degli spiriti eletti, dove uscendo da sé stesso col desiderio in parte si era già elevato. Ripieno dello spirito di Dio, era pronto ad affrontare qualsiasi angustia di spirito, qualsiasi tormento nel corpo, a patto che gli fosse concesso quanto bramava: che si compisse in lui totalmente la misericordiosa volontà del Padre celeste. A questo scopo, un giorno si accostò all’altare che era stato eretto in quell’eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli. Poi, prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo, implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3) che si degnasse manifestargli il suo santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e supplicava di rivelargli alla prima apertura del libro quanto gli conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo analogo. […] Ora avvenne che alla apertura del libro, la prima cosa sulla quale si posarono i suoi occhi fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta. […] Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli tribolazioni, angustie e lotte” (FF 480). Papa Leone conclude: «Preghiamo il Signore che ci aiuti ad essere così. E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria».



