di Francesco Mattera, Presidente del Centro Studi Isola d’Ischia
Perse quasi del tutto le nostre pinete, così come le avevamo conosciute, godute ed ammirate fino ad alcuni lustri orsono – dalle secolari pinete di Ischia a quelle più giovani di Casamicciola e Fiaiano -, un tempo molto belle e oltremodo caratterizzanti il paesaggio isolano, sia vallivo che collinare, nonché attrattive turistiche di valore assoluto, e persi in gran parte anche taluni boschi di latifoglie, a roverelle, lecci ed anche castagni, si è posto il problema di un recupero ambientale che compensasse, al meglio delle possibilità, tali gravi perdite. Con l’esordio, nel post-Covid-19, della legislazione speciale dell’UE targata PNRR, attraverso bandi specifici mirati alla ricostituzione di ecosistemi boscati perduti oppure, con una netta diversificazione progettuale ed anche procedurale, alla costituzione di nuovi boschi, furono coniati i termini identificativi specifici: RIFORESTAZIONE, FORESTAZIONE.
L’intento dichiarato dalla cabina di regia massima europea fu – e non so ancora oggi quanto sia stato effettivamente confermato e verificato nella sua realizzazione – quello di mettere a dimora in tutta l’Unione migliaia, se non milioni, di giovani alberi. I relativi bandi, recepiti dai vari governi nazionali sulla base delle direttive europee e, a cascata, dalle articolazioni amministrative territoriali locali (regioni, province, città metropolitane), per lo più hanno generato più confusione che certezze. La causa principale è da individuare soprattutto nella scarsa conoscenza delle realtà locali, con l’esclusione dalle pianificazioni, ad esempio, dei comuni, fruitori ultimi degli interventi. Sulla nostra isola, ad esempio, si è avuta subito la percezione che occorresse riforestare le pinete, distrutte dall’attacco feroce e incontrollabile della Toumeyella parvicornis. Ebbene, gli ultimi bandi europei per la riforestazione non hanno previsto tra le spese finanziabili il costo del taglio degli alberi morti, di tutte le voci quella più cospicua in un progetto organico di riforestazione. Ne è derivato il paradosso per cui tale voce non poteva e non doveva comparire nei progetti esecutivi, perché non finanziabile.
Ma come si poteva eseguire una ripiantumazione di giovani alberi laddove erano ancora in piedi migliaia di alberi morti e da abbattere? Anche per ragioni di sicurezza pubblica: gli alberi morti, fatalmente, prima o poi cadono, rendendo tutto il contesto molto vulnerabile e rischioso per chi vi si avventura. Da qui, una via d’uscita è stata la possibilità di intercettare altri finanziamenti finalizzati, in anticipo sulla riforestazione, al taglio degli alberi morti. È qui che subentra una cosa che burocrati e tecnici europei, governativi, regionali, ecc., non inseriscono nei loro bei progetti, non avendone né scienza né conoscenza, almeno empirica: LA RINATURALIZZAZIONE SPONTANEA.
Un processo naturale che ben conoscono i naturalisti e, soprattutto, gli ecologi. In parole povere, si tratta della riemersione di un bioma vegetale mai scomparso definitivamente e, quindi, rimasto silente da quando, anni addietro, un impianto antropico, non spontaneo né tantomeno stabile, ne ha preso forzosamente il posto per mano dell’uomo. Quel bioma primigenio, seguendo le leggi dell’ecologia, pian pianino rialza la testa e si evolve negli stadi che sono congeniali all’affermazione del popolamento vegetale stabile. Snoda tappe anche alquanto difficoltose, nelle quali è «costretto a respingere», annullandone progressivamente la presenza, le specie che non erano tipiche ed in equilibrio nel consorzio vegetale maturo originario. È un processo lento, ma mai tanto lento da far preferire una riforestazione artificiale. Quindi, da preferire, assecondandolo in toto. La pineta della Maddalena ne fornisce oggi un esempio mirabile. Quando, nel dopoguerra, fu impiantata, sostituì, con grandi sforzi umani, la macchia mediterranea, che aveva una prevalenza di lecci, roverelle, ornielli e tutto il plateau degli arbusti tipici di quel bioma.
Poi la crescita veloce e la fittezza inusitata della pineta a pino domestico produssero l’arretramento di quel consorzio vegetale. Ma non il suo annientamento irreversibile. Solo un assopimento, un dormire quasi letargico. Senza quella pineta voluta dall’uomo, la Maddalena oggi avrebbe la stessa fisionomia del vicinissimo Montagnone. E vi pare poco? Riaverlo oggi non sarebbe cosa di scarso valore. Anzi, di grandissimo valore: la biodiversità abita a pieno titolo in quel tipo di popolamento vegetale e in quell’ecosistema complesso. E la biodiversità porta con sé il concetto di resilienza ecologica. Quindi il Comune di Casamicciola dovrebbe, a mio parere, abbandonare la suggestione della RIFORESTAZIONE ARTIFICIALE TOUT COURT, per sposare totalmente la realtà oggettiva e vivace della RINATURALIZZAZIONE SPONTANEA. La politica dovrebbe entrare con forza in tale scelta. Come? Convincendo il decisore nazionale e quello europeo che i progetti naturalistici vanno calati nella realtà locale e, soprattutto, devono essere agganciati alle specificità ecologiche che la Natura mostra nella sua complessità apparente, che altro non è che una verità oggettiva e semplice agli occhi e alle menti che la sanno cogliere. La FORESTAZIONE è un’altra storia, ha un altro e diverso significato. Significa, ad esempio, convertire un’area degradata, un incolto sterile, un’ex discarica, una cava abbandonata, un fronte collinare abbandonato dall’agricoltura e preda di periodici e ricorrenti incendi (di sterpaglie, canneti, roveti, ecc.) in un bosco. Anche qui hanno la loro importanza la fitogeografia e, soprattutto, l’Ecologia, con le sue leggi intramontabili.



