Abbiamo celebrato questo mese — per la seconda volta dopo la canonizzazione — la memoria di san Carlo Acutis, primo santo delle cosiddette generazioni “Z” e “millennial” e che, da alcuni anni, è diventato il “santo eucaristico” dei nostri tempi. E possiamo ben comprendere il suo messaggio — racchiuso in brevi ma significative massime, ormai conosciute e, in certi casi, anche abusate — noi che nella nostra Chiesa conserviamo la memoria della martire Restituta d’Africa, martire assieme ad altri quarantotto compagni ad Abitene, che proprio dell’Eucaristia, assieme ai suoi, fece il paradigma del suo essere seguace di Cristo: “Sine Dominico vivere non possumus. Senza l’Eucaristia, la Domenica non possiamo vivere”.
Il ricordo e le celebrazioni di questi santi, che ci appaiono così diversi ma, al contempo, così uniti dalla Fede, ci aiutano a riflettere su un mistero così grande come quello dell’Eucaristia, centrale nella nostra vita cristiana. Quest’anno, anche il nostro Seminario interregionale di Posillipo ha scelto come tema dell’anno proprio l’Eucaristia, attingendo dalle parole che il Signore rivolge ai suoi nei sinottici: «Date loro voi stessi da mangiare.» Un invito, certamente, a riscoprire un elemento che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni cristiano — e certamente caratterizza quotidianamente la vita di un seminario — ma che troppo spesso rischia di passare dalla categoria dello stupore a quella dello scontato. Stupore, perché altro non si potrebbe provare davanti a un mistero così grande, che da subito diventa per noi un atto d’amore così grande. Ma anche scontato, perché il rischio è quello di iniziare a dare per scontato ciò che, per Grazia, si ha la possibilità di vivere quotidianamente. E, come ogni anno accade nella vita del seminario, accanto al tema viene proposto un testimone che può accompagnare e, in un certo senso, illuminare il nostro cammino.
Quest’anno si fanno vicini ai nostri i passi di san Massimiliano Maria Kolbe, apostolo dell’Immacolata Concezione, grande divulgatore della Fede attraverso strumenti di comunicazione moderni come la stampa di massa, la radio e il cinema e, in ultimo, martire nella cella della fame del campo di Auschwitz, dove si offrì volontario per salvare la vita a un padre di famiglia. Una testimonianza forte di vita che, ancora una volta, ci invita a volgere lo sguardo all’Eucaristia e a domandarci da dove potesse nascere una tale forza, una tale Fede, se non da quel Pane, spezzato e donato. «Se gli angeli potessero essere invidiosi degli uomini, lo sarebbero per una cosa, l’Eucaristia.» Una frase breve, icastica, capace di scuoterci dalla nostra condizione di “scontato”, per riportarci nella dimensione dello “stupore”, uno stupore che perfino gli angeli potrebbero invidiarci. Se, però, il nostro compito non è solo quello di vivere la nostra Fede, ma anche di annunciarla, non possiamo non volgere il nostro sguardo fuori, in quei luoghi, a quelle mentalità, in quelle situazioni in cui lo stupore sembra essersi definitivamente perso e aver prevalso il sedativo dello scontato.
A tal proposito, qualche famoso influencer dei nostri tempi — che ha scelto di correre dietro una nuova stella, o forse dietro una danzante meteora — ha scritto, qualche tempo fa, di aver sentito la necessità, in un contesto “eucaristico”, di: «lasciare l’ostensorio e portarmi via solo Gesù, nudo e libero, nel cuore. Seguire il suo Spirito nei posti dove la vita pulsa davvero». Diventa, per noi, importante riflettere sulla seconda affermazione: il desiderio di uno Spirito che abiti una vita vera e, quindi — possiamo dedurre — non illusoria. Dovremmo, forse, soffermarci a riflettere su come poter definire una vita che ponga il suo sguardo tutto nell’Eucaristia. Più che fare mille eterei ragionamenti, ci incamminiamo ancora nella sicura via della testimonianza, i cui passi possono essere accompagnati dai tre santi, che abbiamo finora citato. Anzitutto, Massimiliano Maria Kolbe: come sarebbe potuto giungere all’offerta della propria vita qualcuno che non ne avesse davvero compreso il senso e non ne avesse fatto esperienza vera, viva, profonda? Se così non fosse, la scelta di sostituirsi al padre di famiglia nel campo di Auschwitz altro non sarebbe che un suicidio volontario e non, invece, una vera offerta di sé, una consapevolezza che il seme gettato deve morire. Solo morendo, infatti, potrà germogliare: solo morendo potrà farsi pane.
E ancora: Restituta d’Africa, altra vita che consideriamo sprecata o scopriamo davvero offerta, fattasi pane. Carlo: una vita spezzata, una gioventù interrotta come un fiore appassito in piena primavera, oppure l’immagine di una vita consegnata, amata e per questo offerta e pienamente fiorita. Forse l’Eucaristia ci insegna proprio a “lasciare”. Lasciare la pretesa di tracciare noi la strada, di individuare i punti in cui ci sembra che la vita davvero batta. Fidarci della strada che Dio disegna sulla polvere della nostra vita e scoprire il battito di vita proprio lì dove ci sembra che vita non ci sia. In fin dei conti, anche i discepoli, di fronte alla fame della folla, hanno cercato di tracciare una via tutta loro e anche tutta comprensibile ai nostri occhi. Dio, però, rovescia sempre le nostre logiche, anche quelle più incontestabili. È la forza di un Dio che sceglie di farsi chicco di grano: un chicco che cade, muore e germoglia. Il nostro è un Dio che si fa pane.



