Veglia ecumenica di Pentecoste a Ischia
di Paola Mattera
Giovedì 21 maggio 2026, nella chiesa di Santa Maria di Portosalvo a Ischia, si è svolta la Preghiera ecumenica di Pentecoste promossa dalla diocesi di Ischia. Un appuntamento atteso e partecipato che ha riunito fedeli, ministri e comunità cristiane in un clima di comunione, ascolto e fraternità, nel segno dell’azione viva dello Spirito Santo.
La celebrazione si è svolta in assenza del vescovo Carlo Villano, la cui presenza è rimasta comunque viva al di là della dimensione fisica.
A guidare il momento di preghiera è stato don Gaetano, che ha accompagnato i presenti con intensità spirituale e profondità interiore insieme alla pastora Elisa Schneider. La loro collaborazione ha dato un volto concreto a un ecumenismo vissuto: ascolto reciproco, rispetto autentico e capacità di valorizzare le differenze senza annullarle.
Nel suo intervento, don Gaetano ha richiamato la tradizione luterana e il cammino delle diverse confessioni cristiane, soffermandosi sul valore dell’incontro tra esperienze di fede differenti. Ha sottolineato come la vita conduca spesso a incontri inattesi, capaci di segnare il cammino spirituale e diventare occasione di crescita, discernimento e apertura del cuore.
Fin dal canto d’ingresso, “Invochiamo la tua presenza”, si è respirata l’atmosfera di una Chiesa desiderosa di lasciarsi guidare dallo Spirito. “Vieni Consolatore, dona pace ed umiltà” sono parole che hanno assunto un significato ancora più forte in un tempo storico attraversato da divisioni, guerre e smarrimento interiore. La Pentecoste, infatti, non è soltanto memoria liturgica, ma invito concreto a costruire ponti laddove il mondo continua ad alzare muri.
Particolarmente significativa la proclamazione del brano della Torre di Babele. Quel passo biblico, ancora oggi attualissimo, mostra il rischio di un’umanità che pretende di salvarsi da sola, finendo però per perdere la capacità di comprendersi. Alla confusione di Babele si contrappone il miracolo della Pentecoste, dove popoli differenti tornano ad ascoltarsi grazie alla forza dello Spirito. È proprio qui che nasce il senso più autentico dell’ecumenismo: non cancellare le differenze, ma imparare a viverle nella comunione e nel reciproco rispetto, in un’armonia viva che non ha bisogno di uniformità.
Il soffio dello Spirito ha attraversato la liturgia con immagini semplici e potenti: luce, fuoco, acqua, vento. Segni immediati, capaci di parlare al cuore senza mediazioni complesse. “Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio di luce” è risuonato come una richiesta collettiva di speranza e rinnovamento.
Molto intenso anche il momento dedicato ai sette doni dello Spirito – sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio – presentati non come semplici formule, ma come invocazioni concrete affinché ogni credente possa vivere con coraggio e responsabilità il proprio cammino umano e spirituale. Una fede concreta, che non resta idea astratta ma si traduce in scelte quotidiane di bene e di responsabilità, diventando segno visibile di una fraternità capace di supera appartenenze e differenze confessionali.
Tra i passaggi più toccanti, lo scambio della pace e la recita del Padre nostro, vissuti con una semplicità che li ha resi autentici, quasi un unico respiro dell’assemblea. La presenza di una delegazione ucraina, inoltre, ha aggiunto un segno ulteriore di comunione, rendendo evidente quanto la preghiera possa attraversare e superare confini, lingue e ferite della storia.
In questo clima di preghiera e fraternità, il Vangelo secondo Giovanni ha riportato al centro l’immagine dell’acqua viva, segno di uno Spirito che disseta le profondità dell’uomo e rigenera ciò che rischia di spegnersi dentro di noi.
Nel momento conclusivo, il canto “Luce” ha raccolto ciò che era stato vissuto, diventando quasi il filo conduttore spirituale dell’intera iniziativa in una sintesi perfetta dove le parole, attraverso le note, sono risuonate come una promessa condivisa:
“Non è più confuso il nostro cuore da quando camminiamo insieme a te!”
Parole che sembrano parlare al nostro cuore spesso confuso da paure, conflitti e incertezze, eppure il cammino condiviso nella luce del Vangelo può restituire orientamento, verità e speranza.
Personalmente, ciò che resta è una sensazione difficile da definire, ma molto concreta: l’unità non come punto di arrivo, ma come evento fragile che accade quando ci si ascolta davvero. Non perfetto, non risolto, ma reale.
Come dice don Gaetano: “Lascia il tuo carico e affidati totalmente.”
In un tempo segnato da divisioni e incomprensioni, sembra quasi impossibile che culture, lingue e religioni diverse possano trovare un’intesa, che si possa essere Famiglia! Eppure, proprio lì si è colta una verità semplice e profonda: quando si lascia spazio a Dio, anche ciò che appare impossibile può aprirsi a una possibilità nuova di incontro.
L’iniziativa celebrata a Portosalvo ha lasciato così alla comunità isolana un messaggio forte e attuale: solo aprendosi all’azione dello Spirito si possono abbattere le barriere che dividono gli uomini.
Non è forse questo il senso più vero della Pentecoste? Non cancellare le differenze, ma trasformarle in relazione. E lasciare che il vento dell’unità continui a soffiare scompigliandoci il cuore.



