Il 26 maggio, in occasione del Giubileo di San Francesco d’Assisi, presso il convento di S. Antonio alla Mandra e, il giorno successivo, nella Basilica di Loreto in Forio, si è trattato sotto un’altra prospettiva il tema della “Perfetta letizia”, durante la catechesi curata dal Padre gesuita Renato Colizzi: «Vorrei parlare di un testo francescano storico, vero, biografico: la perfetta letizia di San Francesco. Può essere utile anche per noi. Ognuno di noi nel corso della propria vita ha provato tante gioie ma anche tante sofferenze. Quali di queste gioie hanno dato la vera gioia? Il testo di San Francesco che sto per leggere è stato scritto quando l’Ordine da lui fondato era diventato troppo numeroso, abbastanza stimato dalla Chiesa, diffuso anche fuori dall’Italia, come nel Medio Oriente, nel Nord Europa, nel Nord Africa. Questo avrebbe dovuto rendere Francesco molto contento, a differenza dell’inizio della sua conversione, quando il padre lo malediceva e la gente lo riteneva un matto. Pian piano, però, si unirono a lui i suoi compagni di gioventù, in seguito si aggiunsero anche Vescovi, Cardinali e il Papa, considerandolo una persona profondamente spirituale e degna di attenzione. Sarebbe stato lecito per Francesco godersi questi frutti verso la fine della sua vita, invece ebbe una crisi profonda, una crisi di senso: non si sentiva più capito dai suoi frati, messo alle porte del suo stesso Ordine. Ed è qui che leggerò un brano storico che viene dettato direttamente da Francesco, scritto dal suo fedele compagno frate Leone. Non è lo stesso brano de “La perfetta letizia” descritto nei Fioretti (FF nº 1836), molto più addolcito, ma un altro testo più breve e diretto. (FF nº 278).
Così dice Francesco: “Lo stesso fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Questi rispose: «Eccomi, sono pronto». «Scrivi disse – quale è la vera letizia». «Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine, scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltr’Alpe, Arcivescovi e Vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia». «Ma quale è la vera letizia?»…”
Ci sono gioie nella nostra vita, ma non rispecchiano necessariamente la perfetta letizia, non è detto che siano per il nostro bene, come quando Gesù fu tentato da satana nel deserto con la promessa di tutti i regni del mondo se si fosse prostrato a lui. Cos’è dunque la perfetta letizia? Francesco continua: “«Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: «Chi è?». Io rispondo: «Frate Francesco». E quegli dice: «Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai». E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: «Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te»”.
Questa frase non abbiamo bisogno di te nei Fioretti non c’è ma solo in questo breve scritto. “E io sempre resto davanti alla porta e dico: «Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte». E quegli risponde: «Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là»”. Questa è la notte del senso, che senso ha se Francesco viene lasciato fuori? Francesco continua: “Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima» (FF 278)”. Neanche quest’ultima frase c’è nei Fioretti. Avere pazienza significa sopportare senza eccessiva tristezza le avversità della vita, saperle accogliere alla luce della fede e del Vangelo, contemplare Gesù oltraggiato, provare il dolore dell’esclusione. Io ho vissuto qualcosa del genere nella mia vita? Come ho reagito? La perfetta letizia è un punto d’orientamento, non è detto che la si raggiunga. Lo stesso Francesco dice che se così fosse questa sarebbe perfetta letizia. Le occasioni di perfetta letizia nella nostra vita sono poche, le grandi sofferenze sono poche, nonostante tante amarezze e delusioni siano all’ordine del giorno. Quando vi sono delle grandi prove siamo interpellati per la salvezza della nostra anima, si esercita la vera virtù della pazienza. Queste esperienze vanno poi condivise e raccontate a persone sagge e amiche, per dare il giusto senso, cioè essere capaci di trarne frutti positivi. Per mettere in pratica la pazienza c’è bisogno della Preghiera, come fece Gesù nelle sue dure prove, diversamente non è possibile esercitarla fino in fondo. Chi contempla Gesù oltraggiato trova la pazienza. Questa virtù passa attraverso il Cuore di Gesù ed è un dono che bisogna chiedere con la preghiera, per potersi guadagnare il Paradiso. La prova mi fa capire se sono una persona di fede e se questa mi avvicina a Dio, diversamente mi allontana, mi incattivisce. Come un treno che passa raramente e abbiamo bisogno di salirci sopra, così è il passaggio della perfetta letizia, bisogna essere capaci di capire l’occasione che ci offre il Signore durante la grande prova di senso della nostra vita, per esercitarci nella virtù della pazienza che porta alla salvezza dell’anima, alla santità».



