Il messaggio di speranza di Leone XIV a Napoli
di Danilo Tuccillo
La scorsa settimana, papa Leone XIV ha celebrato il primo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, chiudendo quasi un cerchio aperto l’8 maggio 2025 quando, dalla loggia delle benedizioni della Basilica Vaticana, nel suo primo discorso, aveva citato la Madonna di Pompei, suscitando l’affetto e la simpatia di noi tutti, che riconoscevamo nel nuovo papa, sì un americano, ma con una certa “vena italiana”. Alla visita alla città di Pompei, il Papa ha aggiunto come seconda meta la città di Napoli, regalandoci un pomeriggio di gioia, segnato da numerosi “fuoriprogramma” (nelle visite papali a Napoli sono tradizionalmente obbligatori) che ci hanno confermato in quella impressione iniziale di avere “un papa alquanto nostrano”: dalle due pizze ricevute in Papamobile, al «Ciao Napoli», tuonato fuori il Duomo come nei migliori concerti pop, al piccolo concertino in cui il Papa si è improvvisato “direttore di banda”, alle soste prolungate nei due “baciamano”, per intrattenersi prima, in Duomo, con la mamma del piccolo Domenico (il bambino morto a seguito del trapianto di cuore qualche mese fa) e poi con persone fragili ed emarginate a Piazza del Plebiscito. Proprio dell’incontro in Duomo con i presbiteri, i consacrati e i seminaristi – segnato dalla straordinaria sosta del Sommo Pontefice dinanzi alle spoglie della nostra Santa Patrona Restituta d’Africa – vogliamo offrire oggi uno spaccato, accompagnati dalle parole del canto “Tu sei Pietro”, nate dalla penna di Mons. Bruno Forte – teologo noto alle colonne del nostro giornale – e musicate da Filippo Veniero, parole che hanno accolto in Duomo il Santo Padre e diventano per noi, oggi, occasione di riflessione e ringraziamento perché, dopo duemila anni, Pietro raccoglie ancora l’invito del maestro a confermarci nella Fede, a pascere il gregge della Chiesa. Vieni Pietro, a confermarla nella Fede, si raduni intorno a te la famiglia di Dio: famiglia di famiglie unite nell’amore.
L’incontro avvenuto in Duomo possiamo davvero definirlo l’incontro di tante famiglie, unite in un’unica famiglia: la famiglia diocesana della Chiesa di Napoli, la famiglia dei presbiteri, le famiglie dei religiosi e delle religiose, le famiglie dei Seminari cittadini – l’Arcivescovile di Napoli e quello Pontificio Interregionale di Posillipo. Famiglie varie, diverse, come diversi sono i carismi e i volti di una Chiesa che – proprio perché formata da uomini – conosce la diversità, fonte e radice di bellezza e non di divisione. Pietro a tutta la famiglia ecclesiale ha consegnato, attingendo dal vangelo proclamato dei discepoli di Emmaus, due atteggiamenti contrapposti: la cura e la trascuratezza, ricordando che «abbiamo bisogno di cura […] per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.» Una cura che, soprattutto per i presbiteri e i consacrati, non può che passare «attraverso la fraternità e la comunione». Vieni Pietro, a confermarla nella Fede, apra le porte a Cristo nel cuore della storia; sia segno di speranza fra la sua gente amata. Il Papa ha consegnato l’atteggiamento della cura a una Napoli bella, viva e, al contempo, segnata da enormi fragilità e debolezze. Ha citato papa Francesco nel definirla una città dove «la vita non è mai stata facile, ma non è mai stata triste». Ancora una volta, è tornata come antidoto la fraternità, coltivata e promossa. Papa Leone – ormai abbiamo imparato a conoscerlo – non ama gli slogan facili: se invita alla fraternità non parla di un ideale teorico e disincarnato.
Ci parla di un nuovo modo di intenderci presbiteri, religiosi, consacrati, popolo di Dio. Parla di un pensarsi preti e religiosi insieme, di un esercizio nell’arte della prossimità e non di uno spuntare le caselle su un “calendario della fraternità obbligata”. Vieni Pietro, a confermarla nella Fede, accolga il dono nell’umile assenso della lode: l’irradi nel gesto generoso dell’amore. Bruno Forte canta in questa strofa l’amore come “irradiazione” di quel grande dono che Cristo ci ha fatto e che Pietro viene a confermare. E proprio l’amore è stato il punto nodale del discorso del Papa al clero napoletano. Benedette le bellezze, constatate le difficoltà, tracciate le vie di comunione, l’immagine che tutto riassume e tutti include è proprio questa: l’amore. «Siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie». Contro ogni vittimismo e pessimismo, contro ogni tristezza e scoraggiamento dinanzi a un ministero che sempre meno è “spettacolare” e sempre più diventa “ordinariamente arduo”, papa Leone ci ha ricordato che siamo parte di un progetto più grande, di un disegno che non spetta a noi ideare, realizzare o concludere.
A noi il compito di essere, ogni giorno, nella fedeltà alle nostre vocazioni, “colore nelle mani dell’artista”, tessere del suo mosaico. A Pietro il pescatore il grazie di ognuno di noi, di chi era in Duomo e di chi altrove ha ricevuto le sue parole, per averci davvero confermato: nella Fede, nella Speranza, nella bellezza di essere Cristiani. Forse siamo troppo spesso una Chiesa triste e sfiduciata. Recuperiamo la gioia, recuperiamo la Fede, recuperiamo la speranza. Corpo di Cristo, dimora dello Spirito. È il tuo popolo nel tempo o Dio; la Chiesa famiglia viva nella Trinità.



