Commento al Vangelo Gv 14,15-21
Cari amici, in questa domenica continuiamo ad attingere al Vangelo di Giovanni, che ci sta aiutando a imparare ad avere un rapporto nuovo con il Risorto. Vivere da risorti, ci ha detto l’evangelista due domeniche fa, significa imparare ad avere una relazione con Gesù come quella che le pecore hanno con il pastore. Domenica scorsa Giovanni ha sottolineato che vivere da risorti significa vincere la paura, guarendo la nostra ferita dell’abbandono attraverso un cammino di fiducia.
Oggi, in questa domenica, l’autore del Quarto Vangelo ci suggerisce che vivere da risorti significa acquisire un nuovo modo di amare. Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». A dire il vero, questa parola sembra quasi difficile da comprendere: può apparire come un ricatto da parte di Gesù. Mi sembra di sentire quelle persone innamorate che tante volte dicono: “Se mi vuoi bene, allora devi fare questo”.
E, in fondo, un po’ questo messaggio è passato anche tra i cristiani: se vuoi bene a Gesù, devi fare il bravo, devi pregare, devi andare a Messa, trasformando tutto in una sorta di piccolo ricatto fin dall’infanzia. Ecco perché tutto sta crollando pian piano: perché abbiamo frainteso queste parole di Gesù. Abbiamo pensato che appartenere al Signore significhi semplicemente entrare in un sistema di regole, seguire delle leggi, obbedire in modo meccanico. Non mi meraviglio più quando i ragazzi, dopo la Cresima, si allontanano; quando i genitori che battezzano i figli non li educano alla fede; quando i matrimoni religiosi si spezzano; quando i bambini, fatta la prima comunione, vanno via. Non mi meraviglio più, perché spesso continuiamo soltanto a osservare regole e obblighi; continuiamo semplicemente a obbedire a un sistema che inevitabilmente produce questi risultati. Non ci siamo accorti, però, che Gesù prima di dire «osserverete i miei comandamenti», dice: «Se mi amate». Ma cosa significa amare? Meglio ancora: quando posso dire di amare una persona? Non dimentichiamo che Gesù pronuncia queste parole durante l’Ultima Cena.
Amare una persona significa aver sperimentato che quella persona ha compiuto qualcosa di buono, di giusto e di vero nella mia vita. Allora Gesù, con questa espressione, ci invita a qualcosa di più profondo: sperimentare anzitutto che Lui ha ragione. Osservare i suoi comandamenti significa prendere sul serio la direzione che indica, riconoscere che il suo modo di vivere è il modo giusto. Solo così mi fiderò di Gesù e lo seguirò. Se non facciamo questa scoperta, tutto resterà soltanto una serie di obblighi. Amare Gesù significa aver capito che tutto ciò che Lui ci dice è vero; significa averlo sperimentato sulla propria pelle e, proprio per questo, riconoscerlo come affidabile. In fondo, ci si fida solo di chi si ama. E non ci si può davvero fidare di qualcuno senza amarlo. Allora il comandamento diventa soltanto una forma esterna, un modo concreto e visibile per rendere presente l’amore che provo per Lui. Quando tutto diventa dovere, quando la vita si riduce a una somma di obblighi, siamo destinati all’infelicità.
Ma quando sperimentiamo che la nostra vita è davvero nelle mani di qualcuno che ci ama e ci è accanto, allora finalmente nasce la gioia. Amare Gesù, fare esperienza del suo amore, ci permette di vivere due grandi verità che Egli continua ad annunciare in questa pagina meravigliosa: l’amore pone fine alla solitudine e riversa nella nostra vita una cascata trinitaria. «Non vi lascerò orfani»: è la promessa di Gesù che squarcia la solitudine che tante volte sperimentiamo. Distrugge quelle disperazioni che non ci fanno vedere più nulla. Dissipa quelle emozioni forti che oscurano il cielo sopra la nostra testa quando il mondo non gira per il verso giusto. Amare porta con sé la presenza di qualcuno che ci libera dalla ferita dell’abbandono e della solitudine. Questo amore porta con sé una cascata di presenza nella nostra vita che ci trasforma: sperimentiamo l’amore del Figlio e del Padre che si concretizza nella presenza dello Spirito. Questa è una verità che si può soltanto vivere; non la si può spiegare fino in fondo. Amare Gesù non significa soltanto non rimanere mai più soli, ma anche scoprire che il Padre, il Figlio e lo Spirito si fidano di noi. Gesù infatti chiama lo Spirito «Paraclito». Ma cosa significa? Paraclito è un termine preso dal diritto giudaico.
Al tempo di Gesù non esisteva la figura dell’avvocato difensore. Una persona accusata portava testimoni a proprio favore; ma se i testimoni non erano sufficienti, qualcuno nell’assemblea che riconosceva l’innocenza dell’accusato si alzava e si metteva accanto a lui. Quel gesto significava: “Io mi fido di lui”. Così è il dono che il Signore ci fa quando lo amiamo. Spesso la nostra coscienza, i nostri sensi di colpa — a volte davvero demoniaci —, le nostre confusioni interiori ci dicono che non valiamo nulla, che non siamo capaci, che non riusciremo mai ad amare. Ma il Paraclito ci difende dal male, da noi stessi, dai sensi di colpa, dalle nostre cadute, dalle nostre chiusure, dai nostri tentativi maldestri di autosufficienza. Egli, notte e giorno, in modo silenzioso e profondo, scava dentro di noi e negli eventi della nostra vita sentieri di luce, di libertà e di verità. E ci ripete: «No, ce la puoi fare! Sei prezioso e puoi riuscirci!». Il Paraclito ci sostiene proprio là dove non siamo capaci. Oggi Gesù ci dice che la sua presenza non diventerà mai assenza per chi lo segue: cambierà soltanto modalità. E questa modalità è lo Spirito Santo. Buona domenica!
Una cascata di presenza
Commento al Vangelo Gv 14,15-21
Cari amici, in questa domenica continuiamo ad attingere al Vangelo di Giovanni, che ci sta aiutando a imparare ad avere un rapporto nuovo con il Risorto. Vivere da risorti, ci ha detto l’evangelista due domeniche fa, significa imparare ad avere una relazione con Gesù come quella che le pecore hanno con il pastore. Domenica scorsa Giovanni ha sottolineato che vivere da risorti significa vincere la paura, guarendo la nostra ferita dell’abbandono attraverso un cammino di fiducia.
Oggi, in questa domenica, l’autore del Quarto Vangelo ci suggerisce che vivere da risorti significa acquisire un nuovo modo di amare. Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». A dire il vero, questa parola sembra quasi difficile da comprendere: può apparire come un ricatto da parte di Gesù. Mi sembra di sentire quelle persone innamorate che tante volte dicono: “Se mi vuoi bene, allora devi fare questo”.
E, in fondo, un po’ questo messaggio è passato anche tra i cristiani: se vuoi bene a Gesù, devi fare il bravo, devi pregare, devi andare a Messa, trasformando tutto in una sorta di piccolo ricatto fin dall’infanzia. Ecco perché tutto sta crollando pian piano: perché abbiamo frainteso queste parole di Gesù. Abbiamo pensato che appartenere al Signore significhi semplicemente entrare in un sistema di regole, seguire delle leggi, obbedire in modo meccanico. Non mi meraviglio più quando i ragazzi, dopo la Cresima, si allontanano; quando i genitori che battezzano i figli non li educano alla fede; quando i matrimoni religiosi si spezzano; quando i bambini, fatta la prima comunione, vanno via. Non mi meraviglio più, perché spesso continuiamo soltanto a osservare regole e obblighi; continuiamo semplicemente a obbedire a un sistema che inevitabilmente produce questi risultati. Non ci siamo accorti, però, che Gesù prima di dire «osserverete i miei comandamenti», dice: «Se mi amate». Ma cosa significa amare? Meglio ancora: quando posso dire di amare una persona? Non dimentichiamo che Gesù pronuncia queste parole durante l’Ultima Cena.
Amare una persona significa aver sperimentato che quella persona ha compiuto qualcosa di buono, di giusto e di vero nella mia vita. Allora Gesù, con questa espressione, ci invita a qualcosa di più profondo: sperimentare anzitutto che Lui ha ragione. Osservare i suoi comandamenti significa prendere sul serio la direzione che indica, riconoscere che il suo modo di vivere è il modo giusto. Solo così mi fiderò di Gesù e lo seguirò. Se non facciamo questa scoperta, tutto resterà soltanto una serie di obblighi. Amare Gesù significa aver capito che tutto ciò che Lui ci dice è vero; significa averlo sperimentato sulla propria pelle e, proprio per questo, riconoscerlo come affidabile. In fondo, ci si fida solo di chi si ama. E non ci si può davvero fidare di qualcuno senza amarlo. Allora il comandamento diventa soltanto una forma esterna, un modo concreto e visibile per rendere presente l’amore che provo per Lui. Quando tutto diventa dovere, quando la vita si riduce a una somma di obblighi, siamo destinati all’infelicità.
Ma quando sperimentiamo che la nostra vita è davvero nelle mani di qualcuno che ci ama e ci è accanto, allora finalmente nasce la gioia. Amare Gesù, fare esperienza del suo amore, ci permette di vivere due grandi verità che Egli continua ad annunciare in questa pagina meravigliosa: l’amore pone fine alla solitudine e riversa nella nostra vita una cascata trinitaria. «Non vi lascerò orfani»: è la promessa di Gesù che squarcia la solitudine che tante volte sperimentiamo. Distrugge quelle disperazioni che non ci fanno vedere più nulla. Dissipa quelle emozioni forti che oscurano il cielo sopra la nostra testa quando il mondo non gira per il verso giusto. Amare porta con sé la presenza di qualcuno che ci libera dalla ferita dell’abbandono e della solitudine. Questo amore porta con sé una cascata di presenza nella nostra vita che ci trasforma: sperimentiamo l’amore del Figlio e del Padre che si concretizza nella presenza dello Spirito. Questa è una verità che si può soltanto vivere; non la si può spiegare fino in fondo. Amare Gesù non significa soltanto non rimanere mai più soli, ma anche scoprire che il Padre, il Figlio e lo Spirito si fidano di noi. Gesù infatti chiama lo Spirito «Paraclito». Ma cosa significa? Paraclito è un termine preso dal diritto giudaico.
Al tempo di Gesù non esisteva la figura dell’avvocato difensore. Una persona accusata portava testimoni a proprio favore; ma se i testimoni non erano sufficienti, qualcuno nell’assemblea che riconosceva l’innocenza dell’accusato si alzava e si metteva accanto a lui. Quel gesto significava: “Io mi fido di lui”. Così è il dono che il Signore ci fa quando lo amiamo. Spesso la nostra coscienza, i nostri sensi di colpa — a volte davvero demoniaci —, le nostre confusioni interiori ci dicono che non valiamo nulla, che non siamo capaci, che non riusciremo mai ad amare. Ma il Paraclito ci difende dal male, da noi stessi, dai sensi di colpa, dalle nostre cadute, dalle nostre chiusure, dai nostri tentativi maldestri di autosufficienza. Egli, notte e giorno, in modo silenzioso e profondo, scava dentro di noi e negli eventi della nostra vita sentieri di luce, di libertà e di verità. E ci ripete: «No, ce la puoi fare! Sei prezioso e puoi riuscirci!». Il Paraclito ci sostiene proprio là dove non siamo capaci. Oggi Gesù ci dice che la sua presenza non diventerà mai assenza per chi lo segue: cambierà soltanto modalità. E questa modalità è lo Spirito Santo. Buona domenica!
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