Il Cuore: la dimora di Dio in Francesco

Il 3 maggio scorso la liturgia ha presentato il Vangelo di Gv 14,1-12 in cui Gesù promette la dimora eterna per coloro che desiderano vivere nel Suo Amore per l’eternità. Papa Leone XIV così commenta: «Gesù dice: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Gli Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno. Due di loro lo avevano sperimentato sin dal primo incontro con Gesù, presso il fiume Giordano, quando Lui si era accorto che lo seguivano e li aveva invitati a fermarsi quel pomeriggio a casa sua. Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti.

Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato. Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva. Al contrario, ciò che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza. Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto. La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento».

Sappiamo che il giovane Francesco d’Assisi visse in una casa di lusso rispetto a quella parte di popolazione che viveva di stenti e in uno stato di povertà che faceva ribrezzo. Eppure non era felice, era alla ricerca di beni che dovevano riempirgli il cuore per sentirsi soddisfatto. Quando poi nel suo percorso di conversione volle donare tutto il suo cuore a Dio, facendone la Sua dimora, questo era stracolmo di felicità, di perfetta letizia, vivendo con Madonna Povertà, sua amata sposa. “Il beato Francesco era solito raccogliersi con i suoi compagni in un luogo presso Assisi, detto Rivotorto, ed erano felici, quegli arditi dispregiatori delle case grandi e belle, di un tugurio abbandonato ove potevano trovare riparo dalle bufere, perché, al dire di un santo, c’è maggior speranza di salire più presto in cielo dalle baracche che dai palazzi.

Padre e figli se ne stavano così insieme, tra molti stenti e indigenze, non di raro privi anche del ristoro del pane, contenti di qualche rapa che andavano a mendicare per la pianura di Assisi. L’abitazione poi era tanto angusta, che a fatica vi potevano stare seduti o stesi a terra, tuttavia «non si udiva mormorazione né lamento; ognuno manteneva la sua giocondità di spirito e tutta la sua pazienza». San Francesco ogni giorno, anzi di continuo esaminava diligentemente se stesso e i suoi, perché non restasse in loro nulla di mondano e fosse evitata qualsiasi negligenza. Con se stesso era particolarmente rigoroso e vigile, e se come avviene a tutti, lo assaliva qualche tentazione della carne, si immergeva d’inverno nel ghiaccio, finché il pericolo spirituale fosse scomparso.

Gli altri, naturalmente, imitavano fervidamente questo suo mirabile esempio di penitenza. Insegnava loro non solo a combattere i vizi e a mortificare gli stimoli del corpo, ma anche a conservare puri i sensi esterni, per i quali la morte entra nell’anima. Passando un giorno per quelle contrade con grande pompa e clamore l’imperatore Ottone, che si recava a ricevere «la corona della terra», il santissimo padre non volle neppure uscire dal suo tugurio, che era vicino alla via di transito, né permise che i suoi vi andassero, eccetto uno il quale doveva annunciare con fermezza all’imperatore che quella sua gloria sarebbe durata ben poco. Siccome il glorioso Santo aveva la sua dimora nell’intimo del cuore, dove preparava una degna abitazione a Dio, il mondo esteriore con il suo strepito non poteva mai distrarlo, né alcuna voce interrompere la grande opera a cui era intento. Si sentiva investito dall’autorità apostolica, e perciò ricusava fermamente di adulare re e principi. Cercava costantemente la santa semplicità, né ammetteva che l’angustia del luogo impedisse le espansioni dello spirito.” (FF 394).

Papa Leone conclude: «Preghiamo allora Maria Santissima, Madre della Chiesa, perché ogni comunità cristiana sia una casa aperta a tutti e attenta a ciascuno».

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