L’impegno per i poveri

Il servo di Dio Don Giuseppe Morgera

Nato il 1° gennaio 1844, a Casamicciola, Giuseppe trascorse la sua infanzia con i nonni materni nella Casina reale di Villa dei Bagni in Ischia, di cui il nonno era custode.  Grazie all’aiuto dei Borbone, poté entrare in Seminario e fu ordinato sacerdote il 22 settembre 1866. Nel 1882 fu nominato viceparroco della Chiesa del Buon Consiglio a Casamicciola Terme.

Il momento più drammatico, per lui, oltre che per l’isola di Ischia e per Casamicciola in particolare, fu il terremoto del 28 luglio 1883, dalle cui macerie venne estratto ferito, in un modo ch’egli stesso giudicò miracoloso. Quel sisma non sconvolse solo le fondamenta fisiche del paese, ma distrusse l’equilibrio interiore dei suoi abitanti. Come scrisse lo stesso Morgera, quella terra sventurata “non aveva più faccia di paese”, poiché l’immagine della desolazione era impressa nei volti dei suoi figli: profughi, mutilati, malati, rimasti senza casa, senza chiesa e isolati dal resto del mondo.

In un contesto in cui tutto era distrutto, era necessario ricostruire mattone dopo mattone, ma, ancor prima della ricostruzione materiale, bisognava ridare fiducia nel futuro e infondere il coraggio di ricominciare dal nulla, ricostruendo il mondo interiore delle persone e l’ambiente in cui vivere. Sebbene la straordinaria gara di solidarietà internazionale contribuì alla rinascita materiale di Ischia, la priorità di Morgera fu quella di curare lo spirito dei superstiti.

Nominato parroco nel dicembre 1883, ebbe inizio il periodo più significativo della sua vita e del suo ministero sacerdotale, durante la fase più delicata della rinascita di Casamicciola.

Si dedicò alla costruzione della nuova parrocchia con una visione chiara: l’edificio non doveva essere solo il simbolo di una città risorta, ma la prova tangibile di una comunità ritrovata e rinnovata nello spirito. Doveva essere il luogo della fratellanza, capace di superare discordie e meschini interessi personali e un segno di rivendicazione delle proprie radici e della propria identità in un momento in cui il terremoto aveva cancellato le testimonianze del passato e la memoria storica dei luoghi. Il Servo di Dio, pur grato per gli aiuti nazionali e internazionali, che avevano evitato a Casamicciola l’abbandono, volgeva lo sguardo soprattutto ai suoi parrocchiani, preoccupandosi profondamente per loro.

“Figlio del popolo”, viveva in mezzo alla gente: ne conosceva i bisogni, le potenzialità e le virtù, ma anche la fragilità, i dubbi e la tentazione di arrendersi. In quel periodo, infatti, molti erano ancora storditi dal trauma o tentati dall’apatia, a volte incoraggiata dalla facilità con cui arrivavano i sussidi. Don Giuseppe puntava a salvare la loro dignità: non voleva che i suoi cittadini diventassero “eterni mendicanti” o assistiti cronici, ma che trovassero in se stessi la forza di rialzarsi e di superare quella profonda prostrazione.     

Divenne così il punto di riferimento sicuro, non solo spirituale ma anche materiale: a lui si rivolgevano tutti coloro che cercavano conforto, aiuto o una guida per sopravvivere. Fu il padre di una popolazione improvvisamente impoverita, e proprio curando le piaghe del suo popolo, ricostruì l’anima della nuova Casamicciola.

In questo periodo la personalità umana e sacerdotale di Morgera si rivelò in tutta la sua ricchezza: maestro, pastore e padre offrì tutto sé stesso fino all’ultimo.

Colpito da emorragia cerebrale mentre celebrava la Messa, morì il 17 aprile 1898. Fu dichiarato Venerabile nel maggio 2002 da papa Giovanni Paolo II

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