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Il “tesoro inestimabile” della fede popolare

Dal cuore del Sud alle radici dell’Europa

In un’epoca in cui il sacro sembra svanire sotto i colpi di un secolarismo che «ingessa tutto nel cemento armato» delle grandi città, c’è chi invita a volgere lo sguardo alle radici più profonde e vive dell’Europa cristiana. Lo scorso 22 febbraio, presso la Parrocchia “Sant’Antonio Abate” di Torino, nell’ambito del ciclo di incontri “L’Amicizia di Cristo 2025/2026 – Alle radici dell’Europa”, l’Associazione Culturale Logos e Persona APS, da vent’anni al servizio della formazione integrale della persona, ha ospitato a Torino una riflessione di straordinaria intensità tenuta dal Rev. Can. Giuseppe Nicolella, Parroco nella Diocesi di Ischia, canonico della Collegiata dello Spirito Santo e cultore di storia, per una conferenza dal titolo: “Il valore pastorale della devozione popolare”.

L’incontro, introdotto dal Presidente dell’Associazione, il Rev. Prof. Salvatore Vitiello, si è aperto con un monito sulla crisi della fede che attraversa il vecchio continente. Citando l’antico assioma di San Prospero d’Aquitania – lex orandi, lex credendi –, don Vitiello ha ricordato come nel modo di pregare si rifletta necessariamente il modo di credere: se la Liturgia si svuota del senso del mistero, la fede stessa è in pericolo. In questo scenario, la devozione popolare, spesso liquidata come semplice folklore, riemerge come una risorsa pastorale decisiva per evitare che il Cristianesimo diventi un’esperienza per élite intellettuali.

La pietà popolare come “Ancilla Liturgiae

Prendendo le mosse dalle parole di Papa Leone XIV in occasione del Giubileo delle Chiese Orientali, don Nicolella colloca preliminarmente l’argomento all’interno di una corretta gerarchia teologica: la pietà popolare non sostituisce la Liturgia, ma ne rappresenta la “strada”, l’ancella – ancilla Liturgiae –. Se nella Liturgia l’uomo incontra sacramentalmente il mistero dell’Uomo-Dio Gesù di Nazareth, nella devozione popolare egli trova altresì un linguaggio efficace per vivere e custodire il rapporto con il Mistero: «L’azione pastorale della Chiesa non è fare concorrenza alle ONG – ha scandito il sacerdote ischitano – ma far conoscere Cristo e permettere ai credenti di rimanere in un rapporto vivo con Lui».

Per illustrare questa potenza evangelizzatrice, don Nicolella ha trasportato idealmente l’uditorio sull’isola d’Ischia, descritta come un unicum storico e spirituale, crocevia di popoli, dai greci agli aragonesi, e sede di una delle Diocesi più antiche, legata al passaggio di San Paolo a Pozzuoli.

La “Corsa dell’Angelo”: la fatica del credere

Il primo esempio di come la pietà popolare si ponga al servizio della fede e della vita liturgico-sacramentale del Popolo santo di Dio è la Corsa dell’Angelo che si svolge nel Comune ischitano di Forio, al mattino del giorno di Pasqua. Nata nel Seicento per coinvolgere i contadini e i pescatori, che non potevano partecipare alle Liturgie mattutine del Triduo Santo, questa rappresentazione vede un angelo “correre” – sulle spalle dei foriani –, per tre volte, tra la statua di Gesù Risorto e quella della Madonna Addolorata con San Giovanni Evangelista.

La triplice corsa non vuole esprimere, come alcuni hanno ipotizzato nel corso dei secoli, un dubbio dei fedeli circa la fede di Maria Vergine, bensì lo stesso Popolo santo di Dio che, pur gioendo per la Risurrezione del Signore, vive la “fatica del credere”. È una fede che livella tutte le differenze sociali e crea unità: pescatori e contadini, ricchi e poveri, si uniscono in un coro che, con melodie popolari, esprime la gioia di una comunità che fa dell’annuncio della Risurrezione di Cristo un evento sociale, capace di interrogare migliaia di turisti e di generare cultura.

I “Tre Giri”: onore al sacerdozio e fede nella risurrezione

Un’altra espressione della pietà popolare di straordinaria forza simbolica è quella dei “tre giri” in occasione dei funerali di un sacerdote: la salma del presbitero viene portata a spalla per tre volte lungo il corso principale, non tanto per onorare l’uomo, pur meritevole, quanto piuttosto il Sacerdozio di Cristo che in quell’uomo si è manifestato.

Il popolo proclama pubblicamente, così, la propria fede nella resurrezione della carne e ogni giro ha un particolare significato: il primo è affidato ai fedeli che hanno beneficiato del ministero di questo pastore; il secondo alle autorità civili, per sottolineare la dimensione pubblica e sociale del parroco; il terzo ai confratelli che, in forza dell’Ordine sacro ricevuto, formano una stessa famiglia, un’unica fraternità sacerdotale. Accompagnato dal suono delle campane a festa e intonando, prima, il De Profundis, poi il Magnificat e, infine, il Regina Caeli, il Popolo santo di Dio trasforma l’esperienza del lutto in una professione di fede e di speranza nella Risurrezione della carne, mostrando così una comunità che non si vergogna della propria speranza e provocando l’intelligenza di chi non crede.

Il “Manto delle Lacrime” e l’oro dei santi

Don Nicolella ha voluto, infine, presentare il rito popolare della Vestizione di Santa Restituta, martire di Abitene e Patrona dell’isola e della Diocesi insieme a San Giovan Giuseppe della Croce. Nei giorni immediatamente precedenti la festa patronale, i monili d’oro donati dai fedeli, lungo i secoli, come ex voto – testimonianza concreta e segno visibile di una grazia ricevuta per intercessione della Santa Martire –, e appesi a decorazione della statua, non sono segni di opulenza pagana, ma rappresentano un vero e proprio “manto delle lacrime”.

«Ogni oggetto raccoglie le lacrime di chi ha pianto per chiedere una grazia», ha spiegato il relatore. Richiamando la tecnica barocca dell’estofado – la statua veniva ricoperta d’oro poi graffiato per far emergere i colori –, don Nicolella ha esplicitato la sintesi teologica sottesa a questo gesto popolare: l’uomo entra in Paradiso con la propria storia, così come l’ha vissuta sulla terra; poiché quella storia, illuminata dalla fede, è passata attraverso il crogiolo della sofferenza, essa è diventa più preziosa dell’oro.

Il compito del pastore

Pur rappresentando un tesoro inestimabile, la devozione popolare non è esente da rischi e criticità: il pericolo che la devozione si separi dalla Liturgia – come chi preferisce la Via Crucis all’Adorazione della Croce del Venerdì Santo – o, peggio, le infiltrazioni malavitose della camorra o della mafia in determinati luoghi e contesti.

Tuttavia, la soluzione non è distruggere, ma “pulire”. «Se in una casa non spolvero per giorni, la polvere si vede. Non per questo butto il soprammobile», ha spiegato il relatore con pragmatismo pastorale. Il compito del pastore, infatti, è quello di educare i fratelli, con tutta la salutare fatica che questo comporta, alla coerenza tra la fede manifestata in piazza e la vita quotidiana, evitando che la pietà esteriore resti un guscio vuoto.

In una società che «non ha mai tempo», il fatto che centinaia di persone dedichino ore e fatiche ad organizzare una festa patronale è già, di per sé, un atto di sacrificio e di comunione ecclesiale. La devozione popolare, in ultima analisi, educa alla bellezza della preghiera e al desiderio di quell’Infinito per il quale il cuore è fatto e che ci ha raggiunti in Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria.

Al termine della conferenza, don Salvatore Vitiello ha lodato l’entusiasmo di don Nicolella, richiamando l’etimologia della parola “entusiasmo”: en-theos-ousia, avere Dio dentro. «La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» – insegnava Papa Benedetto XVI – e questa capacità attrattiva propria della fede – di una fede che arriva a diventare cultura e, quindi espressione sociale – è la vera possibilità data alla Chiesa per parlare, oggi, al cuore dell’Europa moderna. Nel percorso di fede e di formazione dell’Associazione Logos e Persona APS, così, Ischia e Torino, Sud e Nord si sono incontrati e scoperti più vicini che mai, uniti dal “tesoro inestimabile” della fede che vince il mondo, la sola capace di trasformare l’attesa e il dolore in una corsa gioiosa, la preghiera e il pianto in oro splendente e la morte del sacerdote in gratitudine piena di speranza.

Don Damiano Cavallaro

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