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L’arte dell’intreccio

Presso la Parrocchia Maria SS. Madre della Chiesa in Fiaiano è ripreso il corso per intrecciare ceste condotto da Franchino Buono.

Per noi isolani questa è un’antica e apprezzata tradizione, che fa parte della nostra cultura e quindi della nostra identità. Un tempo c’era anche chi ne viveva recandosi a Forio per trovare il mirto necessario per l’intreccio.

La base parte con rametti di salice, olmo o ulivo intorno ai quali si articola il midollino, un filamento cilindrico sottile che proviene dalla lavorazione delle canne di rotang o di giunco e che, immerso nell’acqua, riprende la sua flessibilità.

Dopo qualche incontro è già possibile vedere realizzato un piccolo cesto, ma è fin dall’inizio che si ammira la bellezza di questa arte.

La signora Restituta Scotti racconta che: “I cestini, i canestri, i cesti col manico si usavano anche per raccogliere verdure, uva, fichi, albicocche, pesche. Indispensabili per i contadini, le ceste grandi – ‘e cufanell – servivano per portare a vendere i prodotti della terra. Contenevano più di 15 o 20 chilogrammi di prodotti che le donne portavano in testa. Con uno strofinaccio si faceva un tortello e si andava a vendere anche l’uva da tavola, i fichi e tutto quello che si produceva dalla terra. Non c’erano i supermercati. Che bellissimi ricordi! Si camminava senza paura di essere investiti. Io avevo paura dei muli, ma poi quando salivano i pastori con le capre a pascolare era una meraviglia! C’era povertà ma anche gioia e fiducia nel futuro. C’erano tanti matrimoni, tanti bambini! E tutto era occasione di feste, compleanni, prime comunioni! Ci sarebbe tanto da dire…” E in effetti questo lavoro artigianale risveglia i nostri ricordi più belli. E rilassa per i gesti regolari da eseguire durante l’intreccio. Tutto da tramandare!

di Angela Di Scala

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