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Vi voglio raccontare qualcosa di mio zio, Giuliano Di Maio, l’ultimo fratello rimasto alla mia mamma, che lo scorso 18 settembre ha finito il suo pellegrinaggio terreno. Ho voluto dire qualcosa di lui, che ritengo speciale, perché la sua vita, anche se semplice e comune, è stata tutta permeata di laboriosità, di onestà, di attaccamento alla famiglia e di fede.

Nato il 5 settembre del 1932 a Panza, è stato il terzo di 8 figli, di cui due morti piccini, a causa di malattie che giravano nei tempi di guerra e della scarsezza di mezzi nell’affrontarle.

Fin da piccolo ha sempre mostrato un’attitudine e una capacità lavorativa importante, lo si poteva impegnare in tutto: lo sapeva fare. I nonni lavoravano con i figli più grandi come contadini presso i marchesi Piromallo nella loro tenuta al Calitto di Panza. Anche zio Giuliano lavorava lì. Presto si distinse come tuttofare, maneggiava di tutto, anche la corrente. Purtroppo, in un cambio di fili, non gli tolsero la corrente ed ebbe un grave incidente. Cadde da un’alta scala, rompendosi il timpano dell’orecchio sinistro, procurandosi parecchie fratture alla testa, e soprattutto restando in coma per giorni all’Ospedale Pellegrini di Napoli, anche con una paresi della bocca e dell’occhio. Mio nonno, Luigi, che fin da giovane aveva una fede incrollabile, decise di affidare la sua vita alla Madonna di Montevergine (che cosa particolare che zio sia morto nel nono centenario del santuario!). Dopo aver fatto la questua per S. Angelo e Panza, si recò a Mercogliano, e, con grande devozione alla Madonna, salì al santuario per pregarla.

Tornato a Ischia, venne a sapere che miracolosamente zio Giuliano si era risvegliato e stava bene. La ripresa non fu facile: lo zio aveva una paresi importante che curò con tanto coraggio e forza con risultati sorprendenti. Coraggio e forza, due parole che lo hanno reso per la famiglia, e per la gente che conosceva, un personaggio affidabile, una roccia su cui poter sempre contare.

Nella speranza di ottenere il silenzio della famiglia, i Piromallo fecero impiegare zio presso l’allora nascente struttura alberghiera di Rizzoli, il Regina Isabella. Erano le prime strutture ricettive dell’isola, c’era bisogno di gente laboriosa e capace. Mio nonno, preoccupato per lo stato di salute di mio zio andò a parlare segretamente con il direttore dell’albergo, temeva di fare brutta figura. Invece, con grande sorpresa e orgoglio del nonno, seppe che “il caro Giuliano lavorava più di tutti” e addirittura era così svelto che dovevano sempre dargli altre cose da fare, perché sbrigava tutto bene e in velocità. Insomma, cominciò un periodo lavorativo lungo 45 anni, in cu ha conosciuto tantissime persone, colleghi, clienti, ragazzi che andavano a lavorare d’estate per arrotondare le spese dell’università, come ad esempio il compianto dottor Giangiacomo Monti, di cui mio zio conobbe anche il padre. Al Regina Isabella era diventato una guida e un amico che a tutti questi ragazzi non faceva mai mancare qualcosa da mangiare, un aiuto, una parola. Aveva nel cuore il desiderio di formare una famiglia sua, ma forse preso dagli impegni lavorativi, dalla terra da curare e dai genitori che si erano fatti anziani, restò solo con i fratelli non sposati e i genitori. Mia zia era partita per Milano per lavorare come infermiera e qui era rimasto con lui solo zio Leonardo, che faceva il massaggiatore all’Afrodite. Mia madre e altri due zii si erano sposati, e intanto arrivavano pure i nipotini.

Esemplare l’amore che ha dimostrato al suo papà rimasto cieco, che ha servito e amato fino a quel triste giorno d’autunno, in cui, sulla vespa, sotto la pioggia, cercò di procurargli le ultime medicine, ma perlomeno arrivò per la benedizione del nonno. Subito dopo si ammalò la nonna, purtroppo di demenza vascolare: la demenza, una malattia terribile, che sfigura, umilia chi la vive, perché viene scartato e deriso come inutile. Zio Giuliano ha accolto anche questa croce, certamente i fratelli e le sorelle lo hanno aiutato, ma era diventato il punto di riferimento per tutti. Nonostante tutto, trovava, soprattutto d’inverno, il tempo di stare con gli amici, il tempo di una partita, il tempo per noi nipoti che viziava con cioccolatini e caramelle a volontà. Come dimenticare le sue visite a casa: una festa. Arrivava lui da Panza, con la sua mitica cinquecento che ha tenuto fino al 1995 in ottimo stato. Quante risate in macchina con lui, scampagnate nelle terre di Montecorvo e della Scannella, le vendemmie, momenti di festa e di aggregazione anche con i vicini di Panza. Era il tipo che ti fa conoscere i suoi amici e i suoi amici diventano i tuoi, e poi li portava anche a Ischia. Un personaggio che a Panza aveva molto da raccontare, soprattutto dopo la pensione, quando la sua appartenenza alla congrega e alla comunità divenne sempre più forte. Era morta la nonna e con il tempo le cose sembravano avere un equilibrio. Ma a fine anni ‘90 cominciò a sconvolgersi tutto, lo zio che abitava con lui ebbe bisogno di 5 bypass, un altro zio morì di infarto a 50 anni. Anche in questo momento seppe mantenere la bussola della situazione e indicare a tutti le cose da fare. Dopo qualche anno, toccò alla zia che stava lì con lui, e poi al fratello maggiore che viveva di fronte con la famiglia. Lui organizzava turni, partiva, si interessava di tutto e di tutti, come se avesse preso il posto di suo padre. Guardarlo per me è stato importantissimo: avrei dovuto fotografarlo mentre riempiva di attenzione i suoi malati, attento alla pulizia, alla compagnia, all’adeguata alimentazione. Si interessò di ogni singolo dettaglio. L’amore si impara da chi abbiamo visto, e da lui ne ho sentito tanto, quando è morto mio padre. È stato per tutti noi sei nipoti che abbiamo perso il papà, la famiglia, il punto di incontro, quello che ti consigliava, ti incoraggiava e ti aiutava. Non ci sono parole per dire l’amore che ha avuto per mio fratello che a soli 37 anni ha avuto un infarto. Solo lui che aveva avuto un incidente invalidante poteva capirlo e donargli tanto rispetto e comprensione. Quante telefonate ogni giorno faceva a tutti per chiedere come stessero, quanto desiderava accogliere a casa tutti, senza preferenze, con la dispensa sempre aperta e fornita di caffè, zucchero e cioccolata. La tenerezza verso mia madre malata di Alzheimer mi ha dato la forza di affrontare questo dramma con calma, di prendere respiro. Andare da lui la domenica significava per me e mio fratello non sentirsi soli e abbandonati, ma accompagnati, compresi e sostenuti. Fino ai suoi 90 anni ha sempre riservato carezze e attenzioni alla sorellina. Com’era bello vederli seduti insieme sul suo divano consumato, per incontrare, accogliere, ascoltare. Non mi sembra vero quello che è accaduto in pochissimo tempo. È caduto il 22 agosto, e da lì una veloce discesa, l’11 settembre la scoperta della malattia, e il 18 settembre la morte, senza che avessimo il tempo di portarlo a casa com’era suo desiderio, e dire che tutto era pronto, stavamo andando a prenderlo. Se n’è andato in silenzio, in pochissimi giorni di ospedale, senza lamentarsi mai, sempre discreto e libero, fedele alla sua educazione e umiltà fino alla fine. Ai Panzesi dico che hanno perso tanto, aveva tanti ricordi belli, conosceva bene la realtà e le persone, era sempre presente a tutti i funerali, era partecipativo, assiduo alla messa, ai sacramenti, gli piaceva servire i fratelli e i genitori defunti, facendo dire tante messe di suffragio. Ora tocca a noi servire il suo ricordo, restituirgli un po’ di quell’amore che ha dato a tutti, senza risparmiarsi mai.

C’è uno scritto di John Westey che lo rispecchia appieno:

“Fate tutto il bene che potete, con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete”.

Grazie, zio, non sono stata forse sempre tutto ciò che ti aspettavi da me, ma ce l’ho messa tutta per ricambiare l’amore immenso che ci hai dato. Che Dio ti premi per il bene che hai fatto a chiunque ti abbia sfiorato. Sei stato un degno miracolo della Madonna. Che ti possa prendere tra le braccia e cullarti per l’eternità!

di Luigina Buono

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