Login

Lost your password?
Don't have an account? Sign Up

L’abbraccio ritrovato

Tra i tanti abbracci, ce n’è uno speciale che i pellegrini giunti nella “casa del signor Santiago” da ogni parte del mondo attendono di fare: l’abbraccio con l’Apostolo

Sono fedeli compagne delle nostre giornate, ma ci sono momenti in cui le parole non riescono ad esprimere appieno quello che desideriamo comunicare. Ed ecco allora che spalanchiamo le braccia, lasciando che sia tutto il nostro corpo a parlare.

L’abbraccio è una forma di tenerezza universale, è il primo gesto d’affetto che incontriamo quando veniamo al mondo. È un gesto di protezione, che rivolgiamo verso i più piccoli e i più fragili, è un segno di conforto e consolazione verso qualcuno che si trova ad attraversare un momento difficile. Un abbraccio dimostra affetto e calore emotivo, nato spesso dalla gioia o dalla felicità di ritrovarsi con qualcuno o di rivedere una persona dopo tanto tempo.

Per tre anni l’emergenza sanitaria legata alla pandemia ci ha resi orfani di abbracci. Non sono state tanto la paura o la convivenza forzata con le mascherine ad affaticare il nostro quotidiano. Quello che ci è pesato davvero sono stati quei due o tre metri di distanza, che ci hanno privati del gesto più semplice e spontaneo di tutti. Abbiamo riempito i nostri messaggi con la faccina con le mani aperte, come per abbracciare. Anche Fb l’ha aggiunta ai suoi emoticon, ma non è la stessa cosa. Perché l’abbraccio non è un qualcosa di virtuale. L’abbraccio è semplicemente reale. 

Plaza dell’Obradoiro è la piazza degli abbracci. 

Quando dal sottopasso di Praza del Inmaculada – accompagnati dalla tradizionale musica celtica suonata dai “gaiteri” (la gaita è uno strumento tradizionale galiziano simile alla cornamusa) – si arriva in Praza do Obradoiro e ci si trova di fronte alla maestosa facciata della cattedrale di Santiago tornata al suo antico splendore dopo anni di restauri, la gioia e lo stupore sono tali che si resta senza parole. Le decine e decine di chilometri percorsi, i piedi doloranti e gli imprevisti del cammino si condensano tutti in un abbraccio. Mentre gli occhi si velano di lacrime. E in quell’abbraccio grato, stremato e felice, le fatiche del cammino si trasformano in aneddoti divertenti da raccontare e ricordare. 

Gli abbracci, in Praza do Obradoiro, non conoscono lingue o confini. Perché quello dell’abbraccio è un linguaggio universale.

Tra i tanti abbracci, ce n’è uno speciale che i pellegrini giunti nella “casa del signor Santiago” da ogni parte del mondo attendono di fare: l’abbraccio con l’Apostolo. Un abbraccio che la pandemia ha interrotto il 13 marzo 2020. Nemmeno l’anno santo iacobeo (2021-22) ha permesso di recuperare la tradizione di questo rito laico, che risale al XIII secolo. I fedeli si sono dovuti accontentare di vedere l’Apostolo da lontano.

Come annunciato sulla pagina Fb della cattedrale, il 14 giugno scorso, dopo 39 mesi di attesa, il lungo digiuno si è interrotto. A partire dalle 10.30 del mattino, preceduti dai membri del Capitolo, i fedeli giunti in cattedrale hanno potuto accedere alla cappella di s. Giacomo, situata nella cappella maggiore della basilica, hanno potuto abbracciare la statua dell’apostolo. Il primo a compiere questo rito è stato Bernhard Schmid, sacerdote della diocesi di Stoccarda, a Santiago per portare avanti un progetto pastorale di accoglienza dei pellegrini di lingua tedesca. “Un’esperienza che mi ha reso immensamente felice – ha raccontato all’agenzia Efe – un’esperienza preziosa, che ricorderò sempre”.

Dopo di lui Paula, una donna portoghese che ha abbracciato il santo ringraziandolo per essere guarita dal cancro. C’era gente di ogni età, in fila, ad attendere pazientemente il suo turno. C’era anche una coppia di pellegrini che avevano abbracciato l’apostolo nel loro precedente pellegrinaggio a Santiago, 38 anni fa.  Insieme al Portico della Gloria, la statua dell’apostolo è una delle opere più importanti del maestro Mateo, scultore e architetto vissuto tra il 1150 e il 1217. È molto delicata perché è policroma e presenta anche parti in argento e in argento dorato e pietre preziose. Quella attualmente esposta è una copia esatta, perché l’originale è stato portato nel museo della cattedrale nel 2004, per proteggerlo da baci e carezze. 

Il Covid-19 ha modificato il rito dell’abbraccio. Tenendo conto delle dimensioni della cattedrale e della necessità di controllare il flusso dei visitatori – soprattutto in alta stagione – l’abbraccio ha ora un percorso proprio, separato dal resto della cattedrale. I fedeli entrano dalla porta Acibecherìa e percorrono un tratto limitato della navata e del deambulatorio, scendono nella cripta per visitare la tomba dell’apostolo e poi salgono nella cappella per abbracciare la statua da dietro, ponendo le mani sulle spalle del santo, per poi uscire dalla porta Abades, accanto alla Quintana.

Proibiti i contatti “poco igienici”, come il bacio della figura, e gli assembramenti. In base ad uno studio condotto dalla Cattedrale nel 2019, alla velocità con cui l’abbraccio dell’Apostolo avveniva prima della pandemia, potrebbero darlo tra le 300 e le 500mila persone all’anno. Una cifra molto piccola per un luogo che ha tra i due e i tre milioni di visitatori ogni anno. 

Oggi è possibile visitare la tomba del santo e abbracciare la statua dell’apostolo tutti i giorni, dalle 8:30 fino alla chiusura della cattedrale (il passaggio dei fedeli viene interrotto solo 10 minuti prima dell’inizio delle messe e fino alla fine delle liturgie).

Vietato scattare foto o selfie durante il momento dell’abbraccio, non tanto per un problema di immagine, quanto piuttosto per velocizzare il rito ed evitare che le code si allunghino ulteriormente. “Scattare foto – spiega Daniel Lorenzo, direttore della Fondazione della Cattedrale – rallenta enormemente il passaggio delle persone e il numero di pellegrini che possono dare l’abbraccio sarebbe di gran lunga inferiore. Non si tratta di cercare costantemente quell’immagine, quella foto, ma di vivere quell’esperienza che è la cosa veramente importante”. 

Perché l’abbraccio non è un qualcosa di virtuale. L’abbraccio è semplicemente reale.

Sotto gli occhi vigili del personale della sicurezza si salgono in fila indiana i gradini di pietra con il loro nuovo rivestimento in legno e ci si ritrova nella piccola cappella, di fronte alla statua dell’Apostolo, col suo mantello argentato. E vengono meno le parole. Ecco che allora si spalancano le braccia e si lascia che sia il cuore a parlare.

di Irene Argentiero – Sir

Condividi su:

Facebook
WhatsApp
Email
Stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*

su Kaire

Articoli correlati

Dalle tenebre alla luce

Nessun luogo incarna i contrasti e le contraddizioni del capoluogo campano come il Rione Sanità, e proprio qui la Cooperativa La Paranza, supportata dalla Diocesi e dai fondi Ue, ha

I Vangeli alla prova della scienza

La fede alla prova dello spirito critico, questo il soggetto del volume “Gesù di Nazaret, una storia vera?”. Nella ricerca si analizzano la morfologia e la sintassi delle fonti storiche,