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Fare memoria

“Fare memoria”, è l’accorato appello che Paolo rivolge anche a noi oggi. Nel brano della lettera ai Corinti, della Liturgia del Giovedì Santo, risuona con forza l’invito a vivere l’eucarestia come incontro con il Signore Gesù, presente a noi con il suo corpo e il suo sangue.

Giovanni, nel suo vangelo, evidenzia soprattutto «l’ora»; questa «ora» che caratterizza tutta la missione di Gesù la incontriamo al principio della vita pubblica di Gesù, alle nozze di Cana e alla fine del Vangelo. È significativo che l’evangelista nel narrare la lavanda dei piedi di Gesù ai suoi discepoli, lo fa a partire “dall’ora”: «Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre». È l’ora della gloria, è l’ora in cui risplende l’amore di Dio nella vita stessa di Gesù. È durante l’Ultima Cena che Giovanni ambienta la lavanda dei piedi, questo gesto che non viene subito compreso dai suoi discepoli.

Se per noi oggi celebrare l’eucarestia significa “fare memoria”, allora anche nel lavarci i piedi gli uni gli altri siamo consapevoli di rendere presente il Signore. È il Signore che incontriamo nel povero, nell’affamato, nel forestiero, in chi scappa da paesi in guerra, da carestie e povertà. È il Signore che incontriamo ogni giorno nel nostro prossimo.

“Fare memoria”, come nell’eucarestia, è l’invito ad assumere gli stessi sentimenti di Gesù, a vivere come lui. L’amore diventa allora il vero stile con cui facciamo memoria del Signore.

In questa cena incontriamo Giuda che, come il diavolo, è colui che divide e lacera la comunione di Gesù con i suoi discepoli; una tentazione, questa, sempre presente nelle nostre comunità. Tra i discepoli quella sera incontriamo anche Pietro, colui che sembra essere alla ricerca di comprensione dei gesti di Gesù; egli comprende la volontà di Dio grazie alla Parola che Gesù gli dona; anche noi, come Pietro, chiediamo al Signore la grazia di poter essere accompagnati nella comprensione della sua volontà.

Il Venerdì Santo viene caratterizzato dall’ascolto del profeta Isaia. Nel servo sofferente, di cui parla Isaia, i cristiani fin dai primi tempi hanno letto l’annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù.

Nella Passione del Signore vogliamo lasciarci sconvolgere dal grido di Gesù sulla croce che, nel vangelo di Marco, grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Vogliamo, in questo grido, raccogliere il gemito di tutti coloro che si sentono perseguitati per causa della giustizia e della verità. Il grido di Gesù sulla croce è il grido di coloro che desiderano vivere e trovano morte tra le onde del mare; è il grido di tutti coloro che sono alla ricerca di ponti e trovano, invece, muri di chiusura, di indifferenza, di omertà. È il grido degli ultimi della terra che non può lasciarci celebrare una Pasqua spensierata e buonista.

Oggi, allora, siamo chiamati a guardare alla croce come strumento di salvezza che viene da Dio. Sulla croce Gesù ci sta dicendo che Dio non lascia indietro nessuno, non abbandona nessuno dei suoi figli. La croce per noi cristiani è il segno di un Dio che ama sino alla fine, delle sue forze e della sua stessa vita. È a quella croce che, come comunità della Chiesa di Ischia, abbiamo guardato nei giorni del dolore, nei giorni della frana, nei giorni del silenzio assordante: in quella croce, in coloro che si sono fatti servi nelle operazioni di soccorso, abbiamo visto la speranza di una vita che va oltre la morte, di una vita che è speranza di resurrezione.

La morte di Gesù sulla croce, allora, ci salva dal pensare soltanto a noi stessi, dal peccato dell’egoismo perché ci offre un orizzonte: la possibilità di una vita nuova, donata con e per amore. Gesù ci salva dal peccato di chiuderci a Dio e alla sua Grazia.

«Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua». Dal sangue e dall’acqua, “da Cristo trafitto sulla croce nasce la Chiesa”: ecco l’inizio della Chiesa, ecco quella che potremmo definire la sua carta di identità. Questo è il prezzo della nostra salvezza: siamo stati salvati a caro prezzo, la vita stessa di Gesù, il Figlio di Dio.

Il Venerdì Santo non è il giorno del lutto, ma della gratitudine, è il giorno in cui facciamo memoria dell’amore infinito di Dio per noi: facciamo memoria di questa ‘ora’ in cui Gesù ci rivela il volto di Dio che è amore. Gesù è il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo in quanto siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. Gesù testimonia questa verità su Dio e sull’uomo: la grandezza di chi si fa servo.

Anche qui siamo chiamati ad una scelta: scegliamo di seguire Gesù, oppure di vivere come Barabba?  Gesù è colui che mette la propria vita al servizio di Dio e dell’uomo; Barabba invece usa la propria vita per seminare morte e distruzione.  Questa proposta di ‘uomo nuovo’ fatta da Gesù, ha dato fastidio: si preferisce, contraddicendo tutta la propria storia, addirittura Tiberio a Gesù: «non abbiamo altro Dio che Cesare», fanno Dio un pagano pur di mettere a morte la proposta dell’uomo nuovo di Gesù.

Nel Litostroto siamo chiamati a contemplare l’amore dello sposo, l’amore di Dio per ciascuno di noi. «Gli intrecciarono una corona di spine e gliela posero sul capo (…) Ecco il vostro Re».

È la corona dello Sposo che ama la sua Chiesa fino a donarle la sua vita.  Re allora è colui che si fa servo. I giudei definiscono Dio a partire dalle regole e prescrizioni; fanno fatica ad uscire da questa impostazione accogliendo una regalità come amore che diventa servizio.

Noi, in questo tempo che è di silenzio, vogliamo accogliere questo “uomo nuovo” di cui Gesù è il compimento; vogliamo seguire il suo esempio di regalità mettendoci al servizio dei fratelli.

Questi giorni troveranno compimento nell’annuncio della Pasqua: «Non è qui, è risorto».   Non cerchiamo Gesù nei luoghi di morte ma di vita. Là lo vedremo. Mettiamoci allora in cammino e cerchiamolo lungo il cammino della vita.

Mons. Carlo Villano – Vescovo ausiliare di Pozzuoli

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